Una verità irrisolta

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lunedì 7 febbraio 2022

Demolito il Centro della Santa Croce di Sant'Antonio in Karnataka- Agenzia Fides 7 febbraio 2022

 


ASIA/INDIA - Demolito il Centro della Santa Croce di Sant'Antonio in Karnataka
 
Mangalore (Agenzia Fides) - Un gruppo di militanti radicali induisti ha distrutto il Centro della Santa Croce di Sant'Antonio, luogo di preghiera e di accoglienza cattolico, costruito 40 anni fa a Urandady Gudde-Panjimogaru, nei pressi della città di Magalore, nello stato del Karnataka, in India meridionale. Come appreso dall'Agenzia Fides, il 5 febbraio scorso membri del gruppo " Shri Sathya Kordabbu Seva Samiti" hanno raso al suolo la struttura. Gli attivisti sono arrivati con un bulldozer, demolendo l'edificio che forniva servizi sociali.
Il Centro della Santa Croce di Sant'Antonio funzionava come centro di asilo e di accoglienza per famiglie disagiate. Circa 30 famiglie del luogo hanno espresso grande angoscia e preoccupazione per l'incidente e si sono ritrovate senza tetto.
L'abbattimento è avvenuto senza alcuna giustificazione legale, mentre la struttura era stata oggetto di una denuncia da parte di gruppi induisti che la ritenevano "illecita" e ne chiedevano la demolizione. Con un ordine specifico, le autorità civili avevano emesso nei giorni scorsi una circolare secondo cui nessuno aveva il diritto di entrare nei locali del Centro fino a un pronunciamento del tribunale, atteso nell'udienza fissata il 14 febbraio.
Antony Prakash Lobo, presidente del Comitato per la costruzione del Centro della Santa Croce di Sant'Antonio, ha presentato un "First Information Report" notando che "questa azione illegale sta creando disarmonia in una comunità amante della pace". “Questo atto è contro la legge, è un palese abuso di potere, in totale violazione di ordini emessi dalla Corte", ha rimarcato.
I cattolici indiani rilevano che sono in aumento le segnalazioni di violenze commesse contro comunità cristiane, strutture e centri di preghiera in tutta l'India. Come riferito a Fides, in un altro incidente, avvenuto sempre il 5 febbraio, una chiesa protestante è stata data alle fiamme dagli abitanti nel villaggio di Kistaram, nello stato di Chhattisgarh, in India centrale. Nel 2021 sono stati segnalati oltre 500 episodi di attacchi a chiese e cristiani.
(SD-PA) (Agenzia Fides 7/2/2022)

lunedì 22 marzo 2021

Resta in carcere il Gesuita accusato di sedizione 22 marzo 2021

ASIA/INDIA - No alla libertà su cauzione: resta in carcere il Gesuita accusato di sedizione
 
Mumbai (Agenzia Fides) - "Siamo rattristati nel condividere con voi la notizia che oggi 22 marzo a padre Stan Swamy SJ è stata negata la cauzione dal giudice della corte di primo grado in Mumbai. Continuiamo a pregare e sperare che la giustizia prevalga è che padre Stan sia liberato presto e assolto dopo un giusto processo. Abbiamo piena fiducia nella Costituzione dell'India e nel sistema giudiziario": lo afferma, in una nota inviata all'Agenzia Fides, p. Jerome Stanislaus D'Souza, Superiore dei Gesuiti in India, riferendo sull'esito negativo dei ricorso presentato dagli avvocati ingaggiati dalla Compagnia di Gesù, che hanno seguito il processo presso il tribunale di primo grado a Mumbai.
Il ricorso chiedeva la libertà su cauzione, portando motivazioni sull'innocenza di padre Swamy e segnalando le sue precarie condizioni di salute, che imponevano quanto meno, secondo i legali, gli arresti domiciliari. "Preghiamo Dio perchè ci dia forza e coraggio per sopportare questo doloroso verdetto", prosegue la nota, che ringrazia gli avvocati per l'impegno profuso ed esprime profonda gratitudine a tutti coloro che stanno sostenendo i Gesuiti indiani in questa lotta per la giustizia. I Gesuiti chiedono a tutti di "continuare nei vostri sforzi e nelle le vostre preghiere".
L'83enne Gesuita indiano padre Stan Swamy è in carcere dall'8 ottobre scorso con l'accusa di sedizione. In prigione a Mumbai nonostante l'età e la grave forma di Parkinson di cui soffre, il Gesuita condivide la prigionia con altri 15 tra attivisti e membri di Ong, accusati, in base alla "Unlawful activities prevention act", di terrorismo e di complicità con i ribelli maoisti. Tutti erano a fianco e promuovevano i diritti degli adivasi (popolazioni tribali) del Jhakarland indiano, gli indigeni che subivano abusi e patenti violazioni dei loro diritti umani, sociali, culturali, perpetrate da grandi proprietari terrieri o da multinazionali.
La Compagnia di Gesù ha lanciato un appello internazionale per il suo rilascio immediato, affermandone la piena innocenza e notandone le precarie condizioni di salute. I tentativi di segnalare al governo indiano la sua situazione e i diversi appelli per la sua liberazione - incluso quello compiuto da tre Cardinali indiani che hanno incontro il Primo Ministro Narendra Modi - non hanno sortito alcun effetto.
(PA) (Agenzia Fides 22/3/2021)

 

sabato 23 gennaio 2021

ASIA/INDIA - Il Gesuita Stan Swamy in carcere: "La solidarietà mi dà forza e coraggio immensi"

 

ASIA/INDIA - Il Gesuita Stan Swamy in carcere: "La solidarietà mi dà forza e coraggio immensi"
 
Mumbai (Agenzia Fides) - "Apprezzo profondamente la travolgente solidarietà espressa da molte persone in tutto il mondo, in questi 100 giorni dietro le sbarre. A volte la notizia di tanta solidarietà mi ha dato una forza e un coraggio immensi, soprattutto quando l'unica cosa certa in carcere è l'incertezza": sono le parole, pervenute all'Agenzia Fides, dell'83enne Gesuita indiano padre Stan Swamy, in carcere dall'8 ottobre scorso con l'accusa di sedizione. Dietro le sbarre a Mumbai, nonostante l'età e la grave forma di Parkinson di cui soffre, il Gesuita condivide la prigionia con altri 15 tra attivisti e membri di Ong, accusati, in base alla "Unlawful activities prevention act", di terrorismo e di complicità con i ribelli maoisti. Tutti erano a fianco e promuovevano i diritti degli adivasi del Jhakarland indiano, gli indigeni che subivano abusi e patenti violazioni dei loro diritti umani, sociali, culturali, perpetrate da grandi proprietari terrieri o da multinazionali.
In un messaggio di padre Swamy - raccolto dai confratelli Gesuiti indiani che lo hanno visitato in carcere e inviato all'Agenzia Fides - il religioso racconta: "Un altro punto di forza durante questi ultimi cento giorni è stato osservare la difficile situazione degli altri detenuti in attesa di processo. La maggior parte di loro proviene da comunità economicamente e socialmente più deboli. Molti di questi poveri non sanno quali accuse sono state loro rivolte, non hanno visto il loro foglio di accusa e rimangono in prigione per anni, senza alcuna assistenza legale o di altro tipo. Nel complesso, quasi tutti i detenuti e sono costretti a vivere con il minimo indispensabile, ricchi o poveri che siano. Questa condizione crea un senso di fratellanza e di solidarietà comunitaria: sentiamo che è possibile stare vicini e sostenersi l'un l'altro in queste avversità".
Padre Swamy conclude ricordando gli altri attivisti con lui imputati per gli stessi presunti reati: "Noi sedici coimputati non abbiamo potuto incontrarci, poiché siamo alloggiati in carceri diverse o in diverse sezioni all'interno della stessa prigione. Ma canteremo ancora in coro. Un uccello in gabbia può ancora cantare".
Un accorato messaggio di solidarietà in suo favore lo ha pronunciato oggi, in un video messaggio diffuso in tutto il mondo, padre Arturo Sosa, Preposito Generale della Compagnia di Gesù, affermando: "Padre Stan ha dedicato l'intera esistenza ai più poveri fra i poveri: gli indigeni adivasi e i dalit. E' la voce di chi non ha voce. Ha affrontato i potenti e ha detto loro la verità, è impegnato nella difesa dei diritti umani delle minoranze". La Compagnia di Gesù ha lanciato un appello internazionale per il suo rilascio immediato, affermandone la piena innocenza e notandone le precarie condizioni di salute.
Finora i tentativi di segnalare al governo indiano la sua situazione e gli appelli per la sua liberazione - l'ultimo compiuto da tre Cardinali indiani che hanno incontro nei giorni scorsi il Primo Ministro Narendra Modi - non hanno sortito alcun effetto.
(PA) (Agenzia Fides 23/1/2021)

sabato 10 ottobre 2020

Arrestato Padre Swamy, la solidarietà della Chiesa 

 

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L'anziano sacerdote è accusato di avere legami con i gruppi Maoisti. La Compagnia dei Gesuiti di Jamshedpur a cui appartiene, condanna l'arresto da parte delle ... 

martedì 26 ottobre 2010

ASIA/INDIA - Accuse di “conversioni forzate”: cristiani percossi e arrestati
New Delhi (Agenzia Fides) – Fedeli cristiani che operano nel sociale, nelle scuole o che predicano il Vangelo sono l’obiettivo privilegiato di gruppi estremisti indù (ma anche buddisti) che li accusano di “conversioni forzate e fraudolente”. Recenti episodi riferiti all’Agenzia Fides riguardano gli stati di Karnataka (India sudoccidetale) e Jammu e Kashmir (India nordoccidentale).
Il 24 ottobre a Bengaluru, in Karantaka, un insegnante cristiano, impiegato nella scuola cattolica della Santa Croce è stato assalito da membri di gruppi estremisti indù che lo accusavano di operare conversioni fra gli studenti. Gli estremisti – proclamatisi vicini al partito nazionalista indù “Baratiya Janata Party”, al governo nello stato – lo hanno bloccato all’uscita di scuola e lo hanno percosso con violenza. I militanti hanno anche chiamato i mass-media locali esponendo le loro accuse e lamentele. L’insegnante si trova in ospedale. Alcuni esponenti del “All India Christian Council”, forum che riunisce leader cristiani di tutte le confessioni, lo hanno visitato, spiegando a Fides che le motivazioni dell’aggressione sono pretestuose e che l’assalto è dovuto solo alla sua fede cristiana.
Sempre in Karnataka, un grave atto di intimidazione ha colpito il Pastore protestante Andrew Mallappa Hanumanthappa, nel villaggio di Bellakatte, sito nel distretto di Chitrdurga . Il 20 ottobre scorso sei militanti radicali lo hanno fermato per strada e lo hanno malmenato. Successivamente si sono recati presso la sala liturgica utilizzata dalla piccola comunità cristiana locale e l’hanno bruciata. La polizia ha arrestato 4 uomini, che sono poi stati rilasciati, grazie all’intervento di influenti politici locali.
Il problema, nota a Fides una fonte nella Chiesa locale, è che “il governo dello stato di Karnataka, in mano al Baratiya Janata Party (BJP), gioca su due tavoli: da un lato dice di voler mantenere ordine, sicurezza e legalità; dall’altro protegge i gruppi fondamentalisti indù (sotto le diverse sigle) che costituiscono la base del proprio elettorato. I cristiani soffrono per le conseguenze di questa ambiguità”.
Le accuse di conversioni, prosegue la fonte, “sono ingigantite con il preciso intento di creare insicurezza e animosità fra le comunità di diverse religioni nei riguardi dei cristiani. Queste accuse sono motivate politicamente”.
In Jammu e Kashmir, invece sei membri della “Sunehara Kal” (“Futuro dorato”), Organizzazione non governativa di ispirazione cristiana, sono stati arrestati il 23 ottobre scorso con l’accusa di aver rapito dei bambini e di volerli convertire al cristianesimo. I piccoli, fra i quali alcuni orfani, sono vittime delle alluvioni che hanno colpito la zona di Leh, e i membri dell’Ong se ne stavano prendendo cura. Come riferito a Fides dal Global Council of Indian Christians (GCIC), associazione che difende i diritti dei cristiani in India, a denunciare alla polizia l’Ong sono stati i membri della “Ladakh Buddhist Association”. Questi hanno convinto alcuni fra i genitori dei ragazzi a dichiarare che i bambini erano stati presi senza il loro consenso. I cristiani locali, deplorando tale atto di disinformazione compiuto dalla “Ladakh Buddhist Association” – che in passato ha già accusato ingiustamente i fedeli cristiani – invitano i buddisti a riflettere sulla loro sofferenza in Tibet, prima di perseguitare i cristiani. (PA) (Agenzia Fides 26/10/2010)

martedì 28 settembre 2010

Caso Ayodhya in India

ASIA/INDIA - "Caso Ayodhya": 8.000 arresti per prevenire violenze, verdetto il 30 settembre
New Delhi (Agenzia Fides) – La polizia indiana in Uttar Pradesh è in stato di massima allerta per prevenire incidenti e violenze, mentre la Corte Suprema, nell’udienza di oggi, 28 settembre, ha rigettato la richiesta di ulteriori rinvii per il verdetto sul caso di Ayodhya (vedi Fides 24/9/2010). La Corte Suprema ha stabilito che la sentenza sarà emessa il 30 settembre alle ore 3.30 p.m., ora locale
Il processo, in corso presso il tribunale di Allahabad, riguarda un terreno conteso fra la comunità indù e quella musulmana. Sul terreno sorgeva, fino al 1992, la moschea di Babri, rasa al suolo da estremisti indù che rivendicavano un antecedente tempio del dio Rama nello stesso luogo. Il caso, che allora sfociò in aperte violenze e 2.000 morti, crea ancora oggi forti tensioni sociali e preoccupazioni alle autorità indiane, che temono nuove esplosioni di violenza interreligiosa.
Per monitorare la situazione nelle principali città dell’Uttar Pradesh, il Ministro degli Interni della Federazione indiana, P. Chidambaram, ha incontrato i vertici civili e militari dello stato. Le forze di sicurezza hanno lanciato una vasta campagna preventiva, arrestando complessivamente nelle città e nei piccoli centri dello stato, oltre 8.000 elementi estremisti, considerati “antisociali”, e potenziali provocatori di scontri interreligiosi. Inoltre, circa 55mila uomini, su invito delle autorità e della polizia, hanno sottoscritto un documento in cui si impegnano a non arrecare disturbi alla pace sociale nei prossimi sei mesi.
Attualmente le forze di polizia pattugliano tutto il territorio e controllano specialmente l’area di Malwa e alcuni quartieri intorno a Bhopal, Jabalpur e Sagar, identificati come aree particolarmente esposte a rischio di violenze. In tali località molti esercizi commerciali restano chiusi per timore di disordini.
Le misure di sicurezza sono state estese anche alla telefonia e all’informatica: fino al 30 settembre sono disattivati su tutti i telefoni cellulari i messaggi collettivi tramite SMS e MMS, utilizzati in passato come strumenti per diffondere velocemente appelli e convocare manifestazioni violente.
Nel frattempo dalla società civile dell’Uttar Pradesh si levano voci e parole di pace: molte Ong locali riferiscono a Fides che “la società è più matura rispetto a 20 anni fa. Oggi i giovani sono consapevoli che dietro il caso di Ayodhya vi era un gioco e un calcolo politico, e che occorre rispettare il verdetto della Corte, quale esso sia”.
Anche i leader religiosi sono scesi in piazza in un corteo pacifico tenutosi ieri a Jaipur (località nello stato di Rajastan, al confine con l’Uttar Pradesh), proclamando per le strade il loro comune desiderio di pace e di riconciliazione. Il corteo, a cui hanno partecipato leader indù, musulmani, buddisti e cristiani, ha coinvolto anche le autorità civili e cittadini comuni, per dare “un messaggio di pace e di armonia a persone di tutte le religioni”. S. Ecc. Mons, Oswald Lewis, Vescovo di Jaipur, ha dichiarato a Fides: “I fedeli cattolici hanno preso parte al corteo con tutto il cuore : vogliamo costruire la pace nella nazione e pregare per la pace. Diciamo a tutti che la pace nel paese è un bene più importante di un pezzo di terra. Nei rapporti con indù e musulmani, cerchiamo di favorire il dialogo interreligioso e di cogliere le opportunità per coltivare l’amicizia e l’armonia”. (PA) (Agenzia Fides 28/9/2010)
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ASIA/INDIA - Scheda - Ayodhya, quando la politica manipola la religione
New Delhi (Agenzia Fides) – Il “caso Ayodhya” rappresenta un paradigma perfetto di come la religione possa essere strumentalizzata per fini politici, ottenendo il massimo risultato. Il dissidio in questione appare di primo acchitto strettamente giuridico-religioso: due differenti comunità di fedeli rivendicano il diritto di costruire un tempio in uno stesso luogo. Ma il caso ha costituito la “rampa di lancio” nell’agone politico di un partito nazionalista apparso sulla scena indiana in tempi recenti, solo nel 1980: il Baratiya Janata Party (“Partito del Popolo Indiano”), giunto in meno di vent’anni fino al governo federale della vasta nazione indiana. Il partito, che si è alimentato continuamente dell’ideologia nazionalista dell’hindutva (“induità”, al motto “l’India agli Indiani”), ha cavalcato la tensione interreligiosa e sfruttato a proprio vantaggio la disputa di Ayodhya.
Il casus belli riguarda un sito dove nel 1528 il sultano moghul Babur ordinò la costruire di una moschea, la Babri Masjid, proprio nel punto in cui, secondo gli induisti, sorgeva in precedenza un tempio dedicato al Dio Rama, una delle reincarnazioni della divinità Visnù.
I primi attriti fra le comunità religiose si registrano già nel 1859 e l’amministrazione coloniale britannica decide di ergere una staccionata sul luogo conteso. Un secolo dopo, il dissidio non è sopito: all’interno della moschea appare un simulacro del Dio Rama, scatenando la proteste dei musulmani, che intentano una prima causa civile. Il governo dichiara il luogo “area contesa” e pone la moschea sotto sequestro.
Occorre però aspettare gli anni ‘80 perchè la contesa sfoci in aperta violenza: nel 1984 il movimento fondamentalista indù “Vishwa Hindu Parishad” (VHP, “Consiglio Mondiale Indù”) forma un comitato per “liberare” quello che viene definito “il luogo di nascita di Rama”, al fine di costruire un tempio in suo onore. A questo punto il leader del BJP Lal Krishnan Advani assume la leadership della campagna contro la moschea: da allora il tema di Ayodhya sospinge le fortune elettorali del BJP, che passa rapidamente dal 7,4% dei consensi nel 1984 fino al 21,1% del 1991. Quando nel 1991, il BJP si aggiudica le elezioni nello stato di Uttar Pradesh, si prepara il peggio: il 6 dicembre 1992 la moschea viene rasa al suolo da una folla di militanti indù, sotto gli occhi immobili della polizia. Ben presto si scatenano ritorsioni e scontri fra musulmani e indù,con un tragico bilancio di oltre 2.000 morti. Il sito viene posto sotto sequestro. Pur con un alto tributo di sangue, la vicenda ha raggiunto il suo scopo: compattare le fila e aumentare il consenso sociale fra i correligionari, che si tradurrà in sostengo politico per il BJP. Il percorso del partito si concluderà quando il BJP otterrà nel 1996 la maggioranza relativa e nel 1998 il governo del paese.
Uno strascico ulteriore si avrà nel 2002, quando il Premier indiano Atal Bihari Vajpayee, del BJP, annuncia la posa del prima pietra del tempio indù ad Ayodhya, per poi ritirare il proclama. Ma gli estremisti vanno avanti e si preparano alla celebrazione della posa. La tensione latente esplode quando, il 26 febbraio 2002, un treno carico di “volontari del Dio Rama” viene assalito da militanti islamici nella stazione di Ghodra, in Gujarat. Si scatenano nuove violenze interreligiose, con oltre 700 morti.
La contesa finisce in tribunale. Nel processo vengono ascoltate le testimonianze degli archeologi, sulla presenza di resti di un tempi indù antecedenti alla moschea. Giovedì 30 settembre il tribunale di Allahabad emetterà la sentenza, a cui potrà comunque seguire un processo di appello. (PA) (Agenzia Fides 28/9/2010)

lunedì 23 agosto 2010

Madre Teresa

ASIA/INDIA - “Madre Teresa, un miracolo per il mondo”. Intervista a Sr. Mary Prema, Superiora Generale delle “Missionarie della Carità”
Calcutta (Agenzia Fides) – E’ Gesù che conduce i passi delle Missionarie della Carità, che ne guida lo spirito e l’impegno missionario: a 100 anni dalla nascita di Madre Teresa (ricorrenza che cade il 26 agosto 2010), è questo “affidarsi alla Provvidenza” uno dei tratti essenziali che la Congregazione delle suore del “sari bianco” vivono nel rispetto e nel ricordo della loro fondatrice, definita “un miracolo per la storia dell’umanità”. E quanto afferma Suor Mary Prema, tedesca di nascita, oggi Superiora Generale dell’Ordine, in una intervista rilasciata all’Agenzia Fides tramite la mediazione di “Missio Austria”, le Pontificie Opere Missionarie dell’Austria.

Suor Prema, Lei è responsabile di un ordine religioso che in tutto il mondo si occupa di poveri e malati. Perché, secondo Lei, Dio permette la sofferenza?

La sofferenza non puó essere una punizione. E comunque Dio la permette. Noi possiamo approfittare della sofferenza per avvicinarci a Lui e di chiedere a Lui la grazia di sopportare e di saper gestire questa sofferenza. La sofferenze è spesso conseguenza delle nostre decisioni. Ma e anche una conseguenza della natura caduca, fragile. Naturalmente la sofferenza puó esser provocata anche da cose che sono fuori dalla nostra portata. Catastrofi naturali come il terremoto a Haiti o le alluvioni in Pakistan ne sono un esempio. Ma sono convinta che Dio permette la sofferenza perché ci può trasformare in uomini e donne migliori e piú profondi. Cosi diventiamo in grado di capire che questo mondo e questa vita non sono la meta suprema, ma che esiste qualcosa in più: la vita dell’anima che – se accetta veramente la sofferenza – ne viene purificata.

Madre Teresa distingueva fra sofferenza fisica e sofferenza spirituale: può spiegarci meglio come il vostro lavoro oggi ne tiene conto?

La sofferenza più grande è quella spirituale, dell’anima. Qui a Calcutta vediamo che per noi è molto piú semplice adempiere ai servizi fisici delle “opere di misericordia corporali”: lavare delle persone morenti, l’assistenza medica ai malati e l’aiuto ai senzatetto nelle nostre case. I servizi spirituali della carità esigono un impegno molto più grande. Alla sofferenza dell’anima possiamo reagire soprattutto con la nostra preghiera. È importante che la grazia divina tocchi le persone con una tale sofferenza. È altrettanto importante per noi pregare per questo: ogni giorno ci fermiamo per un’ora di preghiera davanti all’Eucaristia. Per il nostro lavoro è fondamentale: infatti, non si tratta di un impegno sociale ma di un impegno missionario.

Che cosa intende per missione? Per Madre Teresa si trattava di “conversione” alla fede cattolica”?

Madre Teresa desiderava che tutti conoscessero e amassero Gesù. Era convinta che ogni anima desiderava la salvezza in Gesù, indipendentemente se ne fosse conscia o no. L’opera della conversione comunque resta un’opera di Dio. Non è nostro compito. Solo Dio può convertire l’anima. Madre Teresa intese la propria vita come compito di amare Gesù e di trasmettere questo amore alle persone intorno a lei. Era il suo unico scopo. Cercava di fare in coscienza soltanto quello che credeva Dio si attendesse da lei. Madre Teresa pensava che Dio l’avesse chiamata a compiere un servizio autentico e disinteressato all’uomo, ad avere una attenzione assoluta per la persona sofferente. Era sempre presente al 100% e aperta nei confronti della persona con la quale in quel momento aveva a che fare. Non era mai interessata alle cose grandi, non si occupava di fare pubblicità o cose simili. In primo piano c’era sempre l’incontro diretto con la persona singola. Ciò naturalmente è espressione di grande saggezza.

Può dirci come Madre Teresa organizzava e come viveva nel suo ambiente? Quale era l’immagine che Lei, Sour Prema, aveva di Madre Teresa?

Lei probabilmente direbbe che il suo scopo era sempre di trasmettere alle persone intorno a lei l’esperienza di Gesù. Questa è l’eredità che lei ci ha lasciato. Tramite la sua vita, il suo lavoro, il suo fascino, avvicinava le persone intorno a lei a Dio. Lei non predicava ma testimoniava con la propria vita. Ancora oggi molti mi raccontano del loro primo incontro con Madre Teresa. L’avevano vista forse per cinque minuti sul terrazzo della nostra casa madre. Ma quell’unico momento ha cambiato la loro vita per sempre. Spesso bastava una frase, una buona parola. Molte di queste persone sono indù. Non si sono convertiti al cristianesimo dopo l’incontro con Madre Teresa. Ma hanno cominciato a vedere la loro vita e il loro lavoro con altri occhi e sono diventate altre persone, che vivono in modo diverso, secondo l’amore e la misericordia, all’interno delle loro famiglie. Ce ne sono tanti di esempi.

A 100 anni dalla nascita di Madre Teresa, quali sono secondo Lei le grandi sfide per la congregazione nei prossimi anni?

Le Missionarie della carità sembrano una grande organizzazione, ma noi non facciamo programmi per i prossimi dieci anni. Cerchiamo di rimanere aperte per quello che Dio ci chiede. Solo Gesú mi dirà quale è il prossimo passo. Quindi, nello spirito della Madre, non sono io ad esercitare il controllo: è Dio quello che prende le decisioni.

Madre Teresa ha lasciato delle indicazioni sugli orientamenti futuri dell’ordine?

Una volta qualcuno le ha chiesto che ne sarà quando lei non ci sarebbe più stata. La sua risposta era molto secca: “Mi faccia prima morire tranquilla!” Non ci ha dato mai indicazioni riguardo ai programmi futuri. Oltre al fatto che avremmo dovuto impegnarci sempre di più a diventare sante! Questa era la sua continua raccomandazione. Oggi nella direzione dell’ordine lavoriamo in gruppo: Altre tre suore condividono questo compito con me. Ma in fondo, come Superiora Generale, la responsabilità per l’Ordine è mia. Per questo compito ho potuto imparare molto dalla nostra fondatrice. Il processo decisionale si svolgeva in due fasi: la prima era quelle di deliberare e conoscere tutte le possibilità e le conseguenze (decision making); poi veniva la fase di scelta, in cui si “prende la decisione” (decision taking). Madre Teresa si faceva consigliare in modo accurato, poi si ritirava e poi prendeva la decisione. In questo era molto brava.

Come affronterete le sfide del nuovo millennio?

Madre Teresa si poneva in ascolto a Gesù ed era sempre aperta per nuove sfide e problematiche le quali si trova a confronto la società. Negli anni ottanta era per esempio HIV/Aids. Ha aperto a New York una casa per le vittime di questa malattia. Al centro poneva l’accompagnamento dei malati in fase terminale. Allora non esistevano ancor medicinali per tenere sotto controllo il virus. Che sofferenza! Madre Teresa a suo tempo ascoltò Gesù ma aveva anche un orecchio aperto ai problemi del mondo. Cosi anche noi dobbiamo ascoltare Gesù ed essere generose. Lei era molto generosa nei confronti di Dio e dei sofferenti vicino a lei. In questo vogliamo imitarla.

Con quale formazione le suore si preparano a questo compito?

Fin dall’inizio del loro cammino, le novizie hanno la possibilità di lavorare con i poveri negli slum. Ricevono nozioni per la cura dei malati e naturalmente una formazione di base in teologia, storia della chiesa, catechesi e Sacra Scrittura.

Secondo Lei, quando sarà canonizzata Madre Teresa?

Tutti parlano di una accelerazione, nel cammino per la canonizzazione, in occasione del 100° anniversario della nascita (26 agosto 2010). Ma io non credo che questo sia poi così importante. Tutti sanno che è santa. Sia per gli indù che per i cristiani, qui a Calcutta e nella maggior parte dei luoghi in cui siamo presenti, questo è fuori dubbio. Tutti attendono un miracolo… ma Madre Teresa stessa era il miracolo per il mondo e per l’umanità.
(MS-PA) (Agenzia Fides 23/8/2010)

martedì 23 febbraio 2010

Notizie dall'India

ASIA/INDIA - Ritratto blasfemo di Cristo: i Vescovi chiedono la pace e scrivono al Ministro federale per l’Istruzione

New Delhi (Agenzia Fides) – I Vescovi indiani lanciano un appello per la pace e scriveranno una lettera ufficiale di protesta al Ministro Federale per l’Istruzione, chiedendo di vigilare sulle case editrici e sui materiali didattici che vengono messi in circolazione nelle scuole indiane: è quanto l’Agenzia Fides apprende dalla Conferenza Episcopale dell’India, dopo l’episodio increscioso della pubblicazione di una immagine blasfema di Cristo su un libro di scuola edito dalla Skyline Publication di Delhi (vedi Fides 22/2/2010).
Sulla casa editrice che ha pubblicato il testo, p. Babu Joseph, Portavoce della Conferenza Episcopale nota a Fides: “Non si può dire che sia espressione diretta di movimenti integralisti indù, ma certo è vicina ed è sostenuta da certi ambienti piuttosto estremisti”.
I Vescovi indiani, che iniziano domani l’assemblea della Conferenza Episcopale a Guwahati (India Nordest), rinnovano un appello per l’armonia interreligiosa. P. Joseph dice a Fides: “I Vescovi hanno condannato quest’atto blasfemo e rinnovano l’appello per la pace nel Punjab e in tutta l’India. Alla violenza segue altra violenza e i gruppi estremisti indù cercano solo pretesti per scatenare una vendetta conto i cristiani. I Vescovi chiedono oggi al governo del Punjab di rilasciare i 25 cristiani arrestati in seguito agli scontri (fra i quali alcuni cattolici) per la pubblicazione dei manifesti con l’immagine blasfema. Trasferire l’immagine su poster sparsi nelle città è stata un’operazione condotta da gruppi integralisti indù per creare tensione. Il governo dello stato ha garantito che perseguirà i responsabili”. (PA) (Agenzia Fides 23/2/2010 righe 26 parole 268)


ASIA/INDIA - L’Arcivescovo Menamparampil a Fides, alla vigilia dell’Assemblea dei Vescovi: “La civiltà indù rispetta i simboli religiosi. I giovani sono la chiave dell’armonia”

Guwahati (Agenzia Fides) – L’Arcivescovo Thomas Menamparampil, Salesiano, è raggiante in questi giorni. La sua diocesi di Guwahati – in un territorio periferico (stato di Assam, nell’India del Nordest), travagliato da difficoltà interne e da conflitti – per la prima volta nella storia ospita l’Assemblea della Conferenza Episcopale dell’India (CBCI) che si apre domani, 24 febbraio, con una Solenne Eucarestia, e si concluderà il 3 marzo.
L’episodio della pubblicazione del ritratto blasfemo di Cristo e la violenza esplosa in Punjab hanno turbato la sua serenità, ma l’Arcivescovo “confida in una soluzione pacifica”, come afferma in un colloquio con l’Agenzia Fides: “I cristiani hanno protestato pacificamente a livello politico e pensano alla via giudiziaria. Inoltre bisogna pregare e dialogare . Queste sono le nostre modalità di vivere questa situazione”.
Mons. Menamparampil aggiunge: “Occorre sempre estrema sensibilità quando si toccano i simboli religiosi. E’ accaduto con le vignette del profeta Maometto in Europa, e questo è un altro caso simile. Credo che la maggioranza dei fedeli indù non condivida tale atto. La civiltà indù è molto rispettosa dei simboli religiosi propri e altrui. A fianco dei cristiani, molti leader religiosi indù hanno condannato l’immagine blasfema e a loro si sono uniti i leader musulmani in India. Non credo che questa vicenda avrà conseguenze più gravi”.
I Vescovi, nell’assembla di Guwahati, “non si soffermeranno più di tanto su questo incidente, che sembra già rientrato”, spiega a Fides l’Arcivescovo.
“L’Assemblea – continua – toccherà indirettamente il tema, in quanto sarà incentrata sui giovani, che spesso sono preda degli estremismi e del materialismo: il tema dell’Assemblea è infatti ‘I giovani nel contesto dell’India emergente’. Discuteremo su come aiutarli a vivere i valori cristiani in questa cultura, in questa società, nelle sfide che presentano le nuove tecnologie. Rifletteremo su come possono essere strumenti di pace e agenti di evangelizzazione”.
Non a caso, nota il Presule, i recenti scontri in Punjab sono iniziati per tafferugli fra giovani cristiani e indù: “I giovani hanno forti motivazioni, entusiasmo, passione, anche per i contenuti della fede. Spesso vengono manipolati e strumentalizzati da gruppi integralisti”, nota. “Ma, nel complesso, siamo davvero ottimisti per il futuro dell’India, che è una nazione molto giovane”.
Il messaggio con cui l’Arcivescovo conclude l’intervista con l’Agenzia Fides è questo: “Voglio ribadire ai giovani e a tutti i cristiani in India il messaggio che Gesù porta nel Vangelo: amate i vostri nemici. Anche quando vi sentite perseguitati, umiliati, oppressi. Non è facile farlo, ma è possibile: l’amore riesce a disarmare il nemico. La nostra vocazione è costruire ponti e aprire porte di dialogo e di speranza per la nostra nazione”. (PA) (Agenzia Fides 23/2/2010 righe 28 parole 289)

venerdì 6 novembre 2009

ASIA/INDIA - Fango e odio sulla Chiesa da parte del BJP per presunte “conversioni illegali di massa”: a Fides la risposta dei cristiani

New Delhi (Agenzia Fides) – Il Baratiya Janata Party (BJP), partito nazionalista indù che è attualmente all’opposizione nel governo federale indiano ma che governa diversi stati indiani, continua a gettare fango sulla Chiesa cattolica e sui cristiani in India, parlando di presunte “conversioni illegali di massa”, e instillando nell’opinione pubblica l’odio verso i cristiani, generatore di violenze e attacchi. E’ l’allarme lanciato, tramite l’Agenzia Fides, dalla Chiesa in Madhya Pradesh e Chhattisgarh, due importanti stati dell’India centrale, dove continuano a registrarsi violenze ai danni delle comunità cristiane.
In un colloquio con l’Agenzia Fides, p. Anand Muttungal, portavoce della Chiesa cattolica in Madhya Pradesh e Chhattisgar, segnala un inquietante episodio che ha destato preoccupazione e stupore nella comunità cristiana.
Il Presidente Nazionale del BJP, il parlamentale Shri Rajnath Singh, intervenendo di recente a un incontro pubblico a Bhopal (capitale del Madhya Pradesh), a cui erano presenti i leader di diverse religioni, ha tenuto un controverso discorso in cui ha stigmatizzato le “conversioni di massa realizzate illegalmente dai cristiani in India, specialmente nel Nordest”, che avrebbero portato, a suo dire, alla “conversione del 30% della popolazione tribale in Chhattisgarh e Jharkhand”. Secondo il leader, urge bloccare in ogni modo, anche cambiando la Costituzione, il fenomeno di “usare sistematicamente mezzi illegali per le conversioni di massa”.
La Chiesa locale contesta tali affermazioni false e non provate: “Se ciò fosse vero, sarebbe un brutto segnale per tutta la nazione, e sarebbe interesse dell’intero paese accertare fatti legati alle conversioni illegali”, dichiara a Fides p. Anand. “Occorrerebbe fare un rapporto alla polizia e deplorare tali conversioni”.
Ma il punto è un altro: “Si stanno usando gli slogan e il tema delle conversioni per puri motivi elettorali e per conquistare gli indù”, spiega a Fides il portavoce, che ha scritto una lettera ufficiale al Presidente del BJP. I frutti di questa campagna di odio, continua, sono sotto gli occhi di tutti: “In Madhya Pradesh chiese, centri di preghiera, istituti, individui cristiani sono soggetti ad attacchi brutali da parte di individui e gruppi integralisti”, sobillati da tali false voci. “E il governo non fa nulla per fermarli. Bisogna fermare e denunciare tali affermazioni infondate e inaccettabili”.
Il leader del BJP ha poi aggiunto, secondo un cliché dell’ideologia dell’Hindutva, che “gli stranieri stanno utilizzando la religione per infiltrarsi nella cultura indiana: c’è una reale minaccia alla sicurezza nazionale”.
La comunità cristiana risponde a tali affermazioni ricordando al BJP cosa fanno i fedeli e le istituzioni cristiane in India: “Serviamo la nazione con un vasto impegno nel campo dell’istruzione, della salute e dello sviluppo umano. Molti indù che sono, fra l’altro, nel BJP hanno ricevuto l’istruzione in strutture cattoliche. Vorremmo ricordare al BJP che la Costituzione indiana garantisce libertà di religione, libertà di pensiero e libertà di espressione : il che significa anche libertà di cambiare e abbracciare un’altra religione o ideologia”. (PA) (Agenzia Fides 6/11/2009

lunedì 31 agosto 2009

Radiovaticana: Dalit e diritti

India: richiesto il diritto di casta per i dalit convertiti al cristianesimo e all'islam

◊ I membri della maggioranza progressista dell'Assemblea legislativa dello Stato indiano dell'Andhra Pradesh hanno invitato il Governo a procedere all'assegnazione dello status d'appartenenza di casta (Sc) nei confronti dei dalit convertitisi alla religione cristiana e musulmana. L'invito – di cui riferisce L’Osservatore Romano – è stato espresso dalla maggioranza dei deputati a favore dei dalit convertitisi e per essere tradotto in un testo legislativo richiede comunque l'emendamento della Costituzione federale nella quale alle popolazioni dalit cristiane e musulmane non viene per ora assegnata alcuna casta. Tuttavia anche tra i deputati del parlamento dell'Andhra Pradesh vi sono forti contrasti. Quelli appartenenti allo schieramento dei partiti conservatori si oppongono a un provvedimento che, se venisse approvato, potrebbe cambiare le condizioni di quanti finora vivono ai margini della società. Il problema del riconoscimento dello "Sc" per i dalit convertitisi al cristianesimo e all'islam ha anche risvolti di tipo economico. Tale tipo di riconoscimento, infatti, implicherebbe per migliaia di cittadini appartenenti al ceto più povero della popolazione la possibilità di avere accesso alle quote programmate per i lavori nell'ambito dell'amministrazione statale. Il riconoscimento dello "Sc" avrebbe inoltre risvolti positivi per i ragazzi delle famiglie dalit in quanto darebbe loro la possibilità di poter ottenere borse di studio e altri benefici previsti dal sistema scolastico indiano per aiutare i ragazzi che studiano con profitto. Il sacerdote Anthoni Raj Thumma, segretario esecutivo della Federazione delle Chiese nello Stato dell'Andhra Pradesh, commentando la mozione avanzata dai deputati del parlamento, ha sottolineato che la possibilità di poter emendare la Costituzione in favore dei dalit convertiti è abbastanza concreta. Padre Thumma ha infatti ricordato che la Costituzione indiana è già stata precedentemente emendata per ben due volte per permettere l'assegnazione dello status d'appartenenza di casta ai dalit convertitisi alla religione sikh e a quella buddista. Per il religioso è quindi probabile che anche ai dalit cattolici dell'Andhra Pradesh possa finalmente essere riconosciuto un diritto che per loro è essenziale per uscire fuori da una condizione di emarginazione sociale. (R.G.)

domenica 23 agosto 2009

Radiovaticana: anniversario India

In India veglie e preghiere ad una anno dalle violenze anticristiane in Orissa. Il cardinale Toppo: si deve pregare insieme per l'unità e la pace

◊ Oggi ricorre in India il primo anniversario delle violenze contro i cristiani dell'Orissa costate la vita ad almeno 123 persone. Per ricordare e pregare si celebra il “Giorno della pace e dell’armonia”, promosso dalla Conferenza episcopale indiana. Sugli obiettivi della Giornata si sofferma, al microfono di Amedeo Lomonaco, l'arcivescovo di Ranchi, il cardinale Telesforo Placidus Toppo:

R. – Radunare insieme tutti i popoli credenti di diverse religioni, trovare una via per la pace. Penso perciò che adesso si debba iniziare un dialogo, pregare insieme per l’unità e la pace.


D. – La preghiera odierna è un coro di speranza al quale si uniscono anche altre voci oltre a quella cristiana. Si deve poi sottolineare che l’anima dell’India è profondamente pacifica. Possiamo dire che il dramma delle violenze contro i cristiani è stato un male passeggero?


R. – Non può passare finché non troviamo un modo per vivere insieme in pace. Non è passato perché tante persone soffrono ancora, vivono nel campo dei rifugiati. Non abbiamo trovato ancora il modo per ripristinare la pace. E’ la prima volta che i cristiani soffrono così tanto. Per l’India questa è una disgrazia.


D. – Quale appello lancia oggi la Chiesa indiana agli estremisti?


R. –La violenza non è una soluzione. La tradizione indiana non parla di violenza. Perciò, come tutti gli indiani, dobbiamo vivere insieme, cercare un dialogo pacifico come fratelli, riconoscendo l’altro come un indiano, un fratello. Solo così possiamo vivere. Questo è un appello che Gandhi aveva già fatto in passato.

venerdì 10 aprile 2009

Venerdì Santo 2009: 10 aprile

MEDITAZIONI E PREGHIERE DI
Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor
THOMAS MENAMPARAMPIL, S.D.B
Arcivescovo di Guwahati (India)

Anche nella nostra Parrocchia queste meditazioni sono state lette con momenti di silenzio per la meditazione.

Riporto qui il Link per chi vuole approfondirne il contenuto


mercoledì 11 febbraio 2009

Il diritto di voto in India

India: a rischio la partecipazione elettorale per 70 mila cristiani

◊ In India oltre 70 mila cittadini cristiani rischiano di non poter esercitare il loro diritto al voto per il rinnovo del Parlamento nazionale e delle istituzioni locali. La partecipazione alla consultazione, prevista tra aprile e maggio, è a rischio perché i loro documenti di identità o elettorali sono stati bruciati o distrutti durante i drammatici giorni delle violenze anticristiane iniziate ad agosto e compiute da estremisti radicali indù. Il governo del distretto di Kandhamal, in Orissa, ha pianificato la distribuzione di nuovi documenti di identità ed elettorali. Ma decine di migliaia di cristiani sono fuggiti in Stati confinanti e fin quando non torneranno nella zona di Kandhamal, appare improbabile che possano ricevere i nuovi documenti. Padre Sajan George, presidente nazionale del Global Council of Indian Christians, ha affermato che la privazione del diritto di voto “rivela un'inclinazione a marginalizzare e a soffocare la voce della minoranza cristiana”. Fonti locali hanno poi riferito ad AsiaNews che i profughi non tornano nei loro villaggi perché manca ancora un’adeguata cornice di sicurezza: “Il governo – ha spiegato un cristiano che preferisce mantenere l’anonimato – ha stanziato una somma irrisoria di 10 mila rupie (circa 158 euro) per compensare coloro che hanno avuto la casa distrutta o danneggiata”. “Molti cristiani – ha concluso – hanno accettato la somma, ma l’hanno usata per comprarsi delle baracche e cambiare villaggio. Nessuno di loro è tornato fino ad oggi”. (A.L.)

lunedì 19 gennaio 2009

Dal Bollettino della Radiovaticana: 6 gennaio 2009

India: la Corte suprema ordina alle autorità dell'Orissa di garantire la sicurezza dei cristiani

◊ La Corte suprema indiana ieri sera ha ordinato alle autorità dello Stato orientale dell’Orissa - teatro tra agosto e settembre scorsi di violenze contro i cristiani - di garantire la sicurezza di tutte le minoranze e in particolare delle migliaia di cristiani costretti ad abbandonare le proprie abitazioni e a vivere in improvvisati campi per sfollati. Accogliendo un ricorso presentato dall'arcivescovo di Cuttack-Bhuaneswar, Raphael Cheenath, la Corte suprema ha più volte ribadito che non permetterà la persecuzione di nessuna minoranza in qualsiasi parte del parte del Paese visto che l’India è e resta uno Stato secolare. La Corte - informa la Misna - ha poi ordinato allo Stato dell’Orissa di non ritirare la protezione armata ai campi in cui si trovano gli sfollati della comunità cristiana, come dalle autorità locali nei giorni scorsi. Le violenze dei mesi scorsi - seguite all'omicidio del capo religioso indù, Laxmanananda Saraswati, ucciso il 23 agosto in un attacco rivendicato dai ribelli maoisti, ma che i radicali indù hanno continuato a imputare ai cristiani - hanno provocato almeno 38 vittime. Secondo fonti religiose locali, i morti sarebbero stati 62. (S.G.)