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giovedì 9 novembre 2023

Padre Neuhaus: le politiche e le chimere che seminano morte nella terra di Gesù Vatican news 9 novembre 2023

 

ASIA/TERRA SANTA - Padre Neuhaus: le politiche e le chimere che seminano morte nella terra di Gesù
 
di Gianni Valente


Gerusalemme (Agenzia Fides) – Le atrocità sono tornate a spargere morte e dolore nella terra di Gesù hanno radici profonde. E il disastro è alimentato anche dalla miscela tossica di una “politica basata sul nazionalismo estremista spiegato come ardore religioso, sia in Israele che in Palestina”. Lo sottolinea nell’intervista rilasciata all’Agenzia Fides padre David Neuhaus, gesuita israeliano e professore di Sacra Scrittura.
Nato in Sudafrica da genitori ebrei tedeschi fuggiti dalla Germania negli anni Trenta del secolo scorso, padre David è stato in passato anche Vicario patriarcale del Patriarcato latino di Gerusalemme per i cattolici di espressione ebraica e per i migranti.


Padre David, La strada imboccata dalla nuova tragedia di Terra Santa sta spargendo morte e dolore. In tutto questo, la soluzione militare scelta, l’idea di “estirpare” militarmente Hamas, ha davvero una logica? O ci sono altri fattori che guidano le scelte?

DAVID NEUHAUS: Papa Francesco ha detto fin dall’Angelus dell’8 ottobre, all'inizio di questo ciclo di violenza: "La guerra è una sconfitta! Ogni guerra è una sconfitta! Preghiamo perché ci sia pace in Israele e in Palestina". È forse un errore pensare che l’opzione militare sia dettata da logica. Sembra una reazione emotiva allo shock del 7 ottobre: 1400 uomini, donne e bambini uccisi e 250 rapiti. La perdita di così tante vite alimenta il desiderio di vendetta. L'attacco ha fatto esplodere alcuni miti fondamentali. In primo luogo, la presunzione che l'esercito israeliano sia invincibile: come hanno fatto centinaia di miliziani a sfondare il confine? In secondo luogo, la supposizione che gli ebrei abbiano trovato una patria sicura; come mai un simile massacro è potuto accadere qui? L'intenso dolore per la perdita dei propri cari, l'ansia e la frustrazione per i rapiti si mescolano alla rabbia per il fatto che l'attacco sia potuto davvero avvenire.

L'opzione militare ha alimentato la mentalità che accompagna la guerra. In primo luogo, si combatte fino alla vittoria! Cosa significa vittoria in questo caso? Sradicare Hamas? Ma questo si è tradotto operativamente nella distruzione di Gaza, uccidere migliaia di persone, ferirne decine di migliaia, uomini, donne e bambini, distruggere la città e i suoi dintorni. L'altra parte è vista come l'incarnazione del male. Il giornalista israeliano Alon Goldstein ha scritto: "Per quanto sia terribile, è anche così semplice: in ogni generazione c'è chi mira ad annientarci perché siamo ebrei. Ora ci troviamo di fronte a creature spregevoli, nazisti reincarnati, Amalek... Israele non deve fermarsi, né battere ciglio, né dubitare e non deve ascoltare nessuno, se non gli occhi dei nostri figli, nipoti e pronipoti... Dobbiamo colpire il nemico arabo con una forza che lo metterà in ginocchio, ferendo ogni famiglia....".

Naturalmente, ci sono anche altri fattori. Più dell'80% degli israeliani incolpa Netanyahu per le evidenti mancanze che hanno permesso l'attacco del 7 ottobre. Sapendo che la sua carriera è finita, lui ha poco interesse a porre fine alla guerra. La guerra fornisce anche una copertura per le mosse in Cisgiordania volte a promuovere la presenza ebraica e a spingere i palestinesi fuori dalla loro terra.


I diplomatici e i politici adesso tornano a proporre la formula dei “due Stati” e provano a ridare credito e peso politico a Fatah e Abu Mazen. Ma questa prospettiva è ancora aperta e possibile?

NEUHAUS: Andrebbe ricordato che nel 1947 le Nazioni Unite hanno deciso la suddivisione della Palestina in due Stati, uno ebraico e uno palestinese. La legittimità dello Stato di Israele si basa sull'istituzione di uno Stato palestinese. Tuttavia, lo Stato palestinese non è mai stato istituito. Oggi 2 milioni di palestinesi sono cittadini di seconda classe in Israele e più di 5 milioni vivono nei territori occupati da Israele dopo la guerra del 1967. Più della metà del popolo palestinese vive in esilio, fuori dalla Palestina storica. Ci sono due popoli, ma un solo Stato.

Negli anni '90, israeliani e palestinesi sembravano aver raggiunto un compromesso. La leadership palestinese in esilio, per lo più Fatah, si trasferì di nuovo in una Palestina che stava prendendo forma in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Tuttavia, Israele continuò a costruire insediamenti, controllando la maggior parte del territorio. L'Autorità Palestinese era confinata in aree fortemente popolate. Nel 2005, Israele si è ritirato unilateralmente dalla Striscia di Gaza, un'area densamente sovrappopolata, di cui quasi il 70% è costituito da rifugiati cacciati dallo Stato di Israele nel 1948. La miseria di Gaza è stata un terreno fertile per l'estremismo e Hamas ha preso il controllo della Striscia nel 2007. Nel 2007 Israele ha imposto l'assedio su Gaza, trasformata in quella che è stata definita "una prigione a cielo aperto". Guerre sporadiche sono scoppiate nel 2008, 2012, 2014 e 2021.

Hamas ha espresso una forte opposizione alla soluzione dei due Stati, così come i gruppi estremisti ebraici. Tuttavia, è stato Netanyahu a far fuori concretamente la soluzione dei due Stati, fin dagli anni Novanta. Nel suo attuale governo ci sono coloro che chiedono il trasferimento dei palestinesi oltre i confini, rifiutandosi di riconoscere che sono un popolo. Durante l'ultima tornata di ostilità, un ministero israeliano ha lavorato a un piano per trasferire centinaia di migliaia di palestinesi da Gaza alla penisola del Sinai, governata dall'Egitto.

Parallelamente a questa posizione di durezza, l'Autorità Palestinese, totalmente dipendente dalla benevolenza di Israele, è sprofondata nella corruzione e nella cattiva amministrazione. La sua resurrezione, dopo tanti anni di smantellamento della soluzione dei due Stati e la decadenza dell'Autorità palestinese stessa, potrebbe essere ormai un pio desiderio.


Nella nuova tragedia, come valutare le parole e le opere delle Chiese locali esoprattutto le parole di Papa Francesco?

NEUHAUS: Libera dai vincoli degli interessi politici, la Chiesa può essere profetica, ricordando a tutti che ogni essere umano, sia esso militante di Hamas o colono sionista, è creato a immagine di Dio. La Chiesa può permettersi di essere "ingenua" e promuovere la convinzione che il domani può essere diverso dall'oggi, che gli errori di ieri non devono condizionare il domani. In una lettera indirizzata ai fedeli il 24 ottobre 2023, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, ha scritto: "Avere il coraggio dell'amore e della pace qui, oggi, significa non permettere che l'odio, la vendetta, la rabbia e il dolore occupino tutto lo spazio del nostro cuore, della nostra parola, del nostro pensiero (...) le nostre parole devono essere creative, vivificanti, devono dare prospettiva e aprire orizzonti".

Con le sue parole, la Chiesa può aprire nuovi orizzonti. In Terra Santa, in Israele e in Palestina, nelle sue istituzioni, nelle sue scuole, negli ospedali, negli orfanotrofi e nelle case, la Chiesa serve tutti, israeliani e palestinesi.

Inoltre, la Chiesa ha portato avanti un discorso sensato su Israele e Palestina fin dagli anni Venti, quando ha messo in discussione la promozione dell'etnocentrismo ebraico in Palestina. La Chiesa deve mantenere questo ruolo importante. Ciò include sia la denuncia del terrorismo di Hamas che la causa di fondo dell'instabilità della regione, come ha fatto il cardinale Pizzaballa nella sua lettera ai fedeli: "Solo ponendo fine a decenni di occupazione e alle sue tragiche conseguenze, nonché dando una prospettiva nazionale chiara e sicura al popolo palestinese, si potrà avviare un serio processo di pace. Se non si risolve questo problema alla radice, non ci sarà mai la stabilità che tutti speriamo. (...) Lo dobbiamo alle tante vittime di questi giorni e a quelle degli anni passati. Non abbiamo il diritto di lasciare questo compito ad altri".


L’editoriale di Haaretz del 6 Novembre (fire Israel Far Right) parla di “Estrema destra messianica e Kahanista” che gode di grande potere adesso in Israele e nel governo israeliano, e guarda a questa guerra come a una chance, una opportunità. Quanto è forte questo fattore nello scenario di guerra e nelle singole scelte del governo israeliano?

NEUHAUS: le pulsioni messianiche hanno afflitto il sionismo fin dalla sua fondazione. L'opposizione ultraortodossa al sionismo lo ha sottolineato fin dall'inizio. La miscela particolarmente tossica di nazionalismo etnocentrico, religione e fondamentalismo biblico è venuta alla ribalta dopo la guerra del 1967. Ignorando il diritto internazionale e i diritti della popolazione palestinese autoctona, i coloni si trasferirono nelle città bibliche appena conquistate, come Hebron e Nablus. Per loro, queste aree erano più preziose di Tel Aviv o Haifa. Percepivano un mandato divino per colonizzarle. Il loro discorso divenne più razzista, le loro azioni più violente. La resistenza palestinese è stata stroncata da un esercito che raramente ha reagito alla violenza dei coloni, anche quando questa metteva in pericolo l'esercito stesso.
L'occupazione israeliana di Gerusalemme Est ha fornito a questi gruppi messianici una particolare visibilità, con il tentativo di imporre una presenza ebraica all'interno dell'Haram al-Sharif, il terzo luogo più sacro dell'Islam. Riferendosi ad esso come al Monte del Tempio, i gruppi ebraici hanno chiesto non solo di pregare lì, ma di ripulirlo dalla presenza non ebraica. I gruppi hanno iniziato a pianificare la costruzione di un Terzo Tempio, per studiare come sacrificare come nell'Antico Testamento. Sempre più israeliani sono entrati nell'Haram per pregare sotto la pesante protezione della polizia e di fronte alle stridenti proteste palestinesi.

Secondo questi gruppi, i palestinesi potrebbero rimanere nella terra d'Israele solo se riconoscessero l'egemonia ebraica. Nell'attuale governo israeliano, i leader di questi gruppi ricoprono ora il ruolo di ministri israeliani, controllando risorse chiave. La politica basata sul nazionalismo estremista spiegato come ardore religioso, sia in Israele che in Palestina, costituisce la più forte opposizione a qualsiasi tipo di risoluzione del conflitto. ((Agenzia Fides 9/11/2023)
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mercoledì 30 agosto 2023

Agenzia Fides 30 agosto 2023

 

AFRICA/GABON - “Libreville “città morta” ma calma dopo il golpe” dicono a Fides fonti locali
 
Libreville (Agenzia Fides) – “Libreville è una città morta. Non vi sono persone o autoveicoli per le strade ma la situazione è comunque calma” dicono all’Agenzia Fides fonti locali dalla capitale del Gabon, dove questa notte i militari hanno annunciato di aver preso il potere con un golpe.
Le nostre fonti, che hanno chiesto l’anonimato per motivi di sicurezza, ricostruiscono così gli eventi. “Alle due di questa notte la Commissione elettorale annuncia ufficialmente la vittoria del Presidente uscente Ali Bongo Ondimba nelle elezioni presidenziali del 26 agosto con il 64,27%. Subito dopo i militari appaiono alla televisione annunciando di aver deposto Bongo e di avere preso il potere”. “Nella notte si sono sentiti spari, ma da quello che sappiamo si è trattato di colpi esplosi in aria. Non si registrano al momento morti o feriti” affermano le fonti. “È tutto l’esercito, compresa la Guardia Repubblicana, i pretoriani del Presidente, ad avere effettuato il colpo di Stato. Anche gendarmeria e polizia appaiono compatte e unite con i militari” precisano le fonti.
Subito dopo il voto il governo di Bongo aveva imposto il coprifuoco e interrotte le connessioni Internet (vedi Fides 28/8/2023) anche perché il suo principale avversario, Albert Ondo Ossa, aveva denunciato "frodi orchestrate" da parte del campo presidenziale e aveva chiesto di essere dichiarato vincitore al termine dello scrutinio.
“La prima cosa avvenuta subito dopo la presa di potere dei golpisti è stata la ripresa delle comunicazioni Internet” sottolineano le nostre fonti. “La popolazione comunque ha paura, memore delle violenze del 2009 e del 2016 e teme quello che potrà accadere”. Nel loro comunicato i golpisti hanno dichiarato di aver preso il potere con queste parole: “Noi, forze di difesa e sicurezza, riunite nel Comitato per la transizione e il ripristino delle istituzioni (CTRI), a nome del popolo gabonese e garante della protezione delle istituzioni, abbiamo deciso di difendere la pace ponendo fine al regime al potere”.
Le elezioni erano un appuntamento atteso con apprensione. Alla vigilia del voto i Vescovi in un messaggio reso pubblico il 23 agosto avevano ribadito che “Le elezioni sono un luogo di espressione della scelta politica di un popolo e sono un segno di legittimità per l'esercizio del potere. Il mancato rispetto della Costituzione nazionale, della legge o del verdetto delle elezioni libere, giuste e trasparenti manifesterebbe un grave fallimento nella governance e significherebbe una mancanza di competenza nella gestione della cosa pubblica". I Vescovi chiedevano di “prevenire litigi e violenze in ogni forma dopo le elezioni”. (L.M.) (Agenzia Fides 30/8/2023)
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ASIA/ MONGOLIA - La “gioia più bella” di padre Marengo. «Guardate a Lui e sarete raggianti»
 
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di Gianni Valente

Ulanbaatar (Agenzia Fides) - «Guardate a Lui e sarete raggianti». Il versetto del Salmo 34 è stato scelto come motto episcopale dal Vescovo Giorgio Marengo, missionario della Consolata e Prefetto apostolico di Ulaanbaatar, creato Cardinale da Papa Francesco nel Concistoro del 27 agosto agosto 2022. Guardando le immagini e ascoltando le parole del secondo video-reportage prodotto per l’Agenzia Fides da Teresa Tseng Kuang yi in vista del viaggio di Papa Francesco in Mongolia (1-4 settembre), il versetto-motto sembra cogliere la cifra intima della vita e dell’avventura missionaria di padre Marengo in Mongolia. Un’avventura in cui le gioie prevalgono in sovrabbondanza sulle fatiche, sulle difficoltà e sullo spettacolo delle proprie povertà. «Io» confessa il Prefetto di Ulaanbaatar fin dai primi passaggi del video «sono grato che il Signore abbia voluto mandarmi qui».

La «gioia più bella» a cui accenna il Cardinale missionario (vedi il video allegato) non nasce dal contemplare con legittima soddisfazione i frutti del proprio lavoro e della propria dedizione. A riempire il cuore di gratitudine più grande è l’aver contemplato l’operare della grazia nel tempo, l’aver visto come «al di là di tutte le nostre difficoltà e le nostre povertà, il Signore si apriva la strada nel cuore di queste persone, che poi hanno deciso di affidarsi a lui». Il contemplare come poi «il Signore guidava la vita di queste persone, in maniera misteriosa e molto personalizzata». Questa - insiste nel video-reportage padre Marengo «è sicuramente la gioia più bella», «Accompagnare le persone nel loro cammino di fede».

Nel video-reportage scorrono ricordi e immagini degli inizi: il primo volo preso a 27 anni da Seul per raggiungere Ulaanbaatar («Sentimmo parlare le hostess in mongolo. Dicevo: chissà se un giorno riusciremo anche noi a imparare questa lingua»), la prima messa “pubblica” celebrata in una Ger, la tradizionale tenda mongola («Quello, me lo ricordo come un momento molto, molto bello»).
Il Cardinale accenna anche alla importante riscoperta della precedente presenza cristiana in territorio mongolo, la vicenda di quella Antica Chiesa d’Oriente, di impronta teologica nestoriana, che nei primi secoli del Medioevo aveva raggiunto anche la Cina: «A noi piace e ci sembra doveroso ricollegarsi a questo passato» annota il Cardinale Marengo «perché a volte il cristianesimo in Mongolia viene considerato come qualcosa di recente, di nuovo e di importato», mentre in Mongolia «In realtà la fede cristiana ha delle radici molto antiche», e «sappiamo anche che nell'epoca del grande impero di Gengis Khan, alcuni condottieri, soldati erano di fede cristiana».
Il Cardinale Marengo accenna anche alle difficoltà e alle fatiche fatte per entrare nella lingua e nella cultura mongola, con la sua «matrice nomadica» così diversa dalle culture europee «sedentarie», e che si riflette anche nel modo di concepire le abitazioni e nella concezione del tempo: per una cultura nomadica «tutto dev'essere trasportabile, leggero e provvisorio», mentre nelle culture sedentarie c’è sempre la tendenza a «costruire cose che rimangono nel tempo».
Lo sguardo attento a cogliere le distinzioni e a trasformarle in reciproco scambio di doni viene applicato da Marengo anche alla sua vicenda personale, e in particolare alla scelta pontificia di crearlo Cardinale, scelta che ha portato nel Collegio Cardinalizio il rappresentante di una Chiesa locale che conta meno di 1500 battezzati.
Con la chiamata a far parte del Collegio dei Cardinali, padre Marengo fa notare che la sua esperienza di pastore di una piccola comunità ecclesiale locale «si allarga anche un po’ all'universalità della Chiesa, per offrire alla Chiesa universale quello che l'esperienza di una Chiesa missionaria così piccola e così nuova può avere». Il Cardinale missionario parla di un «doppio movimento», con il quale «la particolarità di questa Chiesa» viene vissuta «dentro l'universalità della Chiesa cattolica tutta». Il Cardinale coglie anche la convenienza di favorire uno «scambio» propizio tra «la freschezza della fede in un contesto come quello mongolo»e «la ricchezza della tradizione ecclesiale che ci arriva da Chiese con più lunga esperienza».
Questa - sembrano indicare le suggestive parole del Cardinale Marengo - è l’occasione propizia che si affaccia sull’orizzonte del prossimo viaggio di Papa Francesco in Mongolia: suggerire a tutti che ogni Chiesa è sempre Chiesa nascente, dipendente in ogni suo passo dalla grazia di Cristo, e non si “costruisce” per forza propria, anche nei posti in cui si sono alzate cattedrali grandiose e sono sorti Imperi cristiani; ogni Chiesa è “pellegrina” sulla scena di questo mondo, «la cui figura passa» (Paolo VI); ogni Chiesa è nomade, come le genti della Mongolia con le loro tende, sempre in cammino verso il compimento dei tempi.
(Agenzia Fides 25/7/2023)
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ASIA/BANGLADESH - Si aggrava la crisi umanitaria dei Rohingya, mentre prosegue la ricerca di giustizia
 
Cox's bazar (Agenzia Fides) – “A sei anni da quando centinaia di migliaia di Rohingya furono costretti a fuggire dalle loro case in Myanmar per rifugiarsi nel vicino Bangladesh, sottoposti a un’escalation di violenze e atrocità da parte delle forze di sicurezza del Myanmar che hanno provocato la perdita dei loro cari e delle loro case, nessuno è stato ritenuto responsabile di questi crimini", ha dichiarato Nicholas Koumjian, a capo del "Meccanismo investigativo indipendente per il Myanmar", creato nel 2018 dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite per lavorare a favore della giustizia. L'organismo ha il compito di raccogliere e analizzare le prove dei crimini internazionali più gravi e di altre violazioni del diritto internazionale commessi in Myanmar dal 2011, allo scopo di facilitare giustizia e responsabilità.
"Stiamo raccogliendo testimonianze e altre prove sulla violenza fisica inflitta a tanti Rohingya e abbiamo avviato un’indagine sulle attività commerciali, sulle fattorie e le altre proprietà che sono state loro sottratte. Vogliamo capire se dietro questi crimini c’è una motivazione finanziaria e stabilire chi ha tratto profitto dalla campagna contro i Rohingya", ha affermato Koumjian, lanciando un appello: "Chiediamo agli Stati di fornirci accesso a testimoni e informazioni nei loro territori. Il perseguimento della giustizia per i Rohingya è uno sforzo globale. Solo insieme possiamo garantire che i responsabili ne affrontino le conseguenze e che quanti hanno subito l’orrore di questi crimini abbiano giustizia".
Una richiesta di risarcimento, nel sesto anniversario della tragica operazione in Myanmar, raggiunge anche la nota multinazionale informatica "Meta". In un momento in cui si riflette sulle conseguenze devastanti dell’operazione militare di sei anni fa, la Ong "Amnesty International" solleva una richiesta affinché la società madre di Facebook assuma le responsabilità per il ruolo che la piattaforma ha avuto nella pulizia etnica di questa minoranza perseguitata. Amnesty, grazie alle indagini del suo programma "Big Tech Accountability", mette in luce come gli algoritmi di Facebook e l’inseguimento sfrenato di profitti abbiano contribuito a creare un ambiente tossico in cui l’odio si è radicato, portando a conseguenze tragiche per i Rohingya.
Intanto la situazione dei 700.000 rifugiati Rohingya fuggiti dal Myanmar e presenti oggi in Bangladesh si aggrava: "I rifugiati Rohingya a Cox's Bazar, in Bangladesh, sono completamente dipendenti dagli aiuti, vivono in case temporanee e hanno poca libertà d’azione nella loro vita quotidiana. I rifugiati hanno espresso chiaramente i loro desideri: tutto ciò deve cambiare", afferma il "Norwegian Refugee Council" (NRC), Ong presente in Bangladesh, attiva nell'assistenza ai Rohingya. Insieme con i partner locali la Ong fornisce alloggi, acqua, igiene e servizi igienico-sanitari ed è impegnata a garantire continuità educativa ai rifugiati, raggiungendo oltre 150.000 persone.
“L’ultimo anno - rileva il NCR - ha portato una serie di sfide tra cui un ciclone, incendi e frane. Si è registrato un deterioramento della situazione della sicurezza e due tagli alle razioni alimentari. Questa situazione costringe sempre di più a fare una scelta impossibile: rimanere nei campi e soffrire la prospettiva di malnutrizione e insicurezza o compiere pericolose traversate marittime alla ricerca di una possibilità di autosufficienza e nuova vita".
L'Ong nota che "i rifugiati non possono lavorare in Bangladesh, nonostante le ripetute richieste da parte della popolazione di poter provvedere a se stessi. Così i Rohingya dipendono completamente dai finanziamenti dei donatori per sopravvivere. Tuttavia, gli aiuti disponibili sono appena sufficienti a coprire i bisogni di base, con i finanziamenti per la crisi dei Rohingya in rapida diminuzione a causa delle crisi concorrenti nel mondo". Per allentare la pressione sui campi profughi in Bangladesh, auspica NRC, "è necessario un reinsediamento maggiore ed efficiente dei rifugiati nei paesi terzi".
Nei campi "i bisogni sanitari rimangono enormi e gli aiuti umanitari sono insufficienti", ha confermato “Medici senza Frontiere” (MSF). "A seguito dell’epidemia di scabbia e della chiusura di diversi centri sanitari per mancanza di fondi, nel corso del 2022 l’afflusso di pazienti in uno dei nostri ospedali è aumentato del 50%", rileva l'organizzazione, notando che "le condizioni sono progressivamente peggiorate di anno in anno".
"Le persone continuano a vivere in condizioni di sovraffollamento, in strutture non permanenti ed esposte ad incendi e a disastri naturali, senza la possibilità di spostarsi in aree più sicure e costruire abitazioni. Negli ultimi anni abbiamo registrato un peggioramento delle condizioni sanitarie della popolazione Rohingya, a causa delle pessime condizioni di vita a cui sono costretti", afferma MSF. Nel 2023, nota l'Ong, si registra "una vera e propria emergenza sanitaria", con il più alto aumento settimanale di pazienti affetti da colera dal 2017, mentre già nel 2022 i casi di febbre dengue sono aumentati di dieci volte rispetto all’anno precedente. MSF avverte che anche l'ospedale materno infantile e l'ospedale pediatrico gestiti dall'organizzazione hanno già raggiunto la capacità massima per numero di ricoveri.
"I campi avrebbero dovuto essere una soluzione temporanea ma dopo sei anni continuano ad essere l’unica sistemazione per queste persone. Se le inefficaci strategie di contenimento dei paesi donatori non cambieranno, la popolazione Rohingya continuerà ad essere estremamente vulnerabile alle epidemie di malattie infettive", ha spiegato Arunn Jegan, Capomissione di MSF in Bangladesh.
L'allarme riguarda anche i fondi per l’assistenza umanitaria: "Negli ultimi due anni i fondi stanziati dai paesi delle Nazioni Unite e da cui dipende la vita di circa un milione di Rohingya sono diminuiti gradualmente", rileva MSF, mentre a marzo 2023 le razioni alimentari del Programma Alimentare Mondiale dell'Onu (WFP) sono state ridotte dall’equivalente di 12 dollari al mese per persona a 10 dollari, fino a 8 dollari a giugno: questo ha avito un impatto notevole sui casi di malnutrizione tra le donne in gravidanza e in allattamento e sulla malnutrizione acuta tra i bambini sotto i cinque anni.
(PA) (Agenzia Fides 30/8/2023)

mercoledì 8 marzo 2023

ASIA/MYANMAR - Donne e consacrate, da cento anni dalla parte dei poveri 8 marzo 2023

 

ASIA/MYANMAR - Donne e consacrate, da cento anni dalla parte dei poveri
 
Mandalay (Agenzia Fides) - Da cento anni le suore Francescane Missionarie di Maria sono presenti in Myanmar, annunciando il Vangelo con la parola, con la vita e con le opere, sempre e comunque accanto alla popolazione, specialmente ai più poveri e vulnerabili. Lo sono anche oggi, tra pericoli e devastazioni della guerra civile, anche quando rischiano la vita. Solo poco più di un mese fa, il 15 gennaio, l'esercito birmano ha incendiato l'antica chiesa cattolica dell'Assunzione, costruita nel 1894 a Chan Thar, villaggio di cattolici nell'Arcidiocesi di Mandalay, (Nordest del Myanmar) e ha dato alle fiamme anche l'annesso convento delle suore Francescane Missionarie di Maria (FMM) costrette a fuggire insieme con circa 3.000 abitanti del villaggio. Ma, pur addolorate per la distruzione dell'edificio sacro e della loro casa, le religiose hanno notato che “per miracolo, la cappella dell'Adorazione, nella chiesa, non è stata toccata dalle fiamme”, dicendo che “anche in questa violenza brutale e insensata il Signore è sempre con noi”.
Lo spirito delle consacrate è sempre quello di “vivere con la fede, in compagnia di Gesù, nella gioia e dolore, restando accanto alla gente”. Era il 1819 quando le prime Francescane Missionarie di Maria misero piede sul suolo birmano e iniziarono a prendersi cura dei lebbrosi di Mandalay. I sacerdoti delle Missioni Estere di Parigi (MEP) chiesero il loro aiuto per le opere educative e sociali (assistenza sanitaria, cura dei lebbrosi e dei bambini poveri). Le prime sei suore FMM si stabilirono ufficialmente nell’allora Birmania l'11 febbraio 1923, aprendo il primo piccolo convento dell'Ave Maria a Prang Hkudung, nella diocesi di Banmaw. Nello stato Kachin, nel Nord del Myanmar.
Ben presto aprirono un orfanotrofio per 300 bambini, un centro tessile per giovani ragazze, e altre opere. Impegnate in zone impervie “la vita e l’opera apostolica delle pioniere era davvero faticosa, eppure erano felici di compiere la loro missione", raccontano oggi.
Il percorso missionario di cento anni è stato segnato da prove e ostacoli: con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, nel 1942 tutti i missionari e le missionarie furono arrestati e detenuti nelle carceri di Banmaw e Mandalay. Ma, dopo la guerra, Madre Francisca e altre quattro religiose e ripresero il lavoro a Hkudung. Un altro momento critico fu la guerra civile del 1962-63, quando le suore dovettero subire stenti e disagi e quando, nel 1966, tutti i missionari stranieri furono espulsi dal Myanmar.
Nonostante tutte le difficoltà, e soprattutto per il grande amore verso il popolo birmano, la missione delle Francescane Missionarie di Maria è giunta fino a giorni nostri, mentre le suore – ormai radicate nella nazione, dove risiedono in una ventina di conventi - offrono conforto e sostegno concreto agli sfollati, vittime del conflitto civile e si prendono cura degli emarginati, dei disabili, dei malati.
In condizione di disagio e povertà, la suore FMM hanno celebrato il loro servizio di 100 anni nella parrocchia di Prang Hkudung: l’11 febbraio scorso, accanto a mons. Raymond Sumlut Gam, vescovo della diocesi di Banmaw, sacerdoti, religiosi e oltre 1500 fedeli hanno partecipato alla messa giubilare di ringraziamento per il Centenario, nella Chiesa dell'Immacolata Concezione. E solo un anno fa, grazie alla presenza di nuove religiose birmane, è stato aperto un nuovo convento delle Francescane Missionarie di Maria nel villaggio di Htang Nya, una zona remota, al confine con la Cina, sempre nella diocesi di Banmaw. L’opera pastorale e missionaria delle consacrate, sempre affidata al Signore, continua.
(PA) (Agenzia Fides 8/3/2023)

martedì 22 febbraio 2022

Funzionari statali interrompono la messa celebrata dall'Arcivescovo di Hanoi

 

ASIA/VIETNAM - Funzionari statali interrompono la messa celebrata dall'Arcivescovo di Hanoi
 
Hanoi (Agenzia Fides) - I cattolici dell'Arcidiocesi di Hanoi sono rimasti sorpresi e scioccati quando alcuni funzionari del governo sono entrati in una chiesa nella provincia di Hoa Binh e hanno interrotto la messa che veniva celebrata da Mons. Joseph Vu Van Thien, Arcivescovo di Hanoi. Come riferito a Fides, l'incidente è avvenuto domenica 20 febbraio nella parrocchia di Vu Ban, la chiesa è la più grande della città, e può ospitare oltre cento persone. Alcuni funzionari vietnamiti che indossavano elmetti, per motivi sconosciuti hanno interrotto la messa delle 10 celebrata dall'Arcivescovo. "È stato piuttosto spiacevole e preoccupante vedere la liturgia interrotta dalla presenza di diversi funzionari statali", ha affermato una nota dell'Arcidiocesi di Hanoi, riferendo dell'indignazione espressa dalla comunità locale.
Agenti della sicurezza in borghese hanno interrotto il servizio liturgico. Guidati dal capo della locale sezione del Partito Comunista, sono andati sull'altare, ordinando con voce alterata all'Arcivescovo di interrompere immediatamente la liturgia e di disperdere l'assemblea.
Non era chiaro il motivo per cui i funzionari del governo sono intervenuti e hanno interrotto la Messa.
L'Arcivescovo Joseph stava celebrando l'Eucarestia della settima domenica del tempo ordinario con altri sacerdoti diocesani nella speciale occasione delle "Giornata missionaria dell'Arcidiocesi". I concelebranti e i parrocchiani hanno fatto del loro meglio per proteggere l'Arcivescovo Joseph e hanno chiesto ai funzionari di abbandonare la chiesa, lasciando che la liturgia terminasse. Dopo lo spiacevole incidente, la santa messa è ripresa anche se l'assemblea era sbalordita e scossa.
Sia i cattolici di Hanoi che i credenti di altre religioni in Vietnam, hanno stigmatizzato la palese violazione dei diritti umani e della libertà di culto. “Per la prima volta vedo funzionari del governo locale avvicinarsi all'altare e interrompere la Santa Messa senza aspettare che termini, come invece avveniva in passato; e per la prima volta li vediamo rivolgersi ai sacerdoti con violenza, mancando di rispetto ai ministri sacri. E' una azione brutale e illegale. È una palese blasfemia e un sacrilegio”, ha affermato p. Peter Nguyen Van Khai, religioso della congregazione dei Redentoristi in Vietnam.
Secondo un rapporto rilasciato nei giorni scorsi dalla Commissione Internazionale per la libertà religiosa del governo Usa (United States Commission on International Religious Freedom. USCIRF) il Vietnam continua ad essere un "paese di particolare preoccupazione" per quanto concerne la libertà religiosa, in quanto consente ai suoi cittadini di praticare liberamente la propria religione, ma "la persecuzione del governo continua a essere una dura realtà di fronte a gruppi religiosi indipendenti non registrati", nota il rapporto. Inoltre, le autorità continuano a sottoporre i credenti e i difensori della libertà religiosa a pene detentive a lungo termine.
(SD-PA) (Agenzia Fides 22/2/2022)

venerdì 18 febbraio 2022

Agenzia Fides: Abolita la pena di morte: un passo avanti della nazione nella tutela della vita umana 18 febbraio 2022

 

ASIA/KAZAKHSTAN - Abolita la pena di morte: un passo avanti della nazione nella tutela della vita umana
 
Astana (Agenzia Fides) - “Nel dicembre 2021 si è verificato un evento importante nella storia del nostro Stato: il Kazakistan ha finalmente abolito la pena di morte. Questa notizia è passata ingiustamente inosservata a causa delle rivolte di gennaio. Tuttavia, ora che nel Paese sono tornati la pace e l'ordine, vorremmo riflettere insieme sul significato di questo avvenimento. Il rifiuto della violenza in tutte le sue forme, il riconoscimento dell’illegalità delle torture e l'abolizione della pena di morte nel diritto penale sono il risultato del progresso del pensiero etico nel processo di sviluppo storico e culturale della società”. E’ quanto si legge in una nota inviata all’Agenzia Fides dalla Commissione per le Comunicazioni Sociali della Chiesa cattolica in Kazakistan.
La legge "Sugli emendamenti e le aggiunte ad alcuni atti legislativi della Repubblica del Kazakistan sull'abolizione della pena di morte" è stata firmata dal presidente Kassym-Jomart Tokayev il 29 dicembre 2021: il provvedimento ha abolito ufficialmente la pena capitale e ha riconosciuto l'ergastolo come massimo livello di pena nella repubblica.
Il Kazakistan è arrivato a questo risultato dopo un lungo cammino. La pena di morte, infatti, è stata applicata per i primi 13 anni della storia del Kazakistan indipendente: l’ultima condanna a morte è stata eseguita nel 2003 quando furono fucilati 12 detenuti. Nel 2004 è entrata in vigore una moratoria a tempo indeterminato sull'esecuzione delle condanne a morte, firmata dal primo Presidente, Nursultan Nazarbayev. In totale, dal 1990, in Kazakistan sono state eseguite 536 condanne a morte.
“La violenza - si legge nella nota della Commissione - non può fermare la violenza, la pena di morte è omicidio e uno Stato che consente la pena di morte legittima l'omicidio. Inoltre, non esiste una correlazione provata tra l'uso di questo strumento penale e una riduzione del livello di criminalità. Il costo di un eventuale errore giudiziario, poi, è troppo alto: persone innocenti possono essere portate alla morte per errore. Infine, le misure penali-giuridiche commesse non dovrebbero mirare alla distruzione del criminale, ma alla repressione del reato: imponendo una condanna a morte, attribuiamo permanentemente al condannato lo stigma di criminale, mentre, con il carcere, puniamo il crimine, neutralizziamo la minaccia per la società e diamo al condannato una possibilità di rieducazione”.
Papa Francesco, ricorda il testo pervenuto a Fides, si è più volte espresso per l’abolizione della pena di morte, ritenuta “contraria al Vangelo”. Nell'ottobre 2017, durante la celebrazione del 25° anniversario dell'adozione del Catechismo della Chiesa Cattolica, ha annunciato la sua decisione di modificarne l’articolo n. 2267, che in precedenza, non escludeva “il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani”. Oggi, lo stesso articolo recita: “La Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che ‘la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona’, e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo".
(LF-PA) (Agenzia Fides 18/2/2022)

lunedì 7 febbraio 2022

Demolito il Centro della Santa Croce di Sant'Antonio in Karnataka- Agenzia Fides 7 febbraio 2022

 


ASIA/INDIA - Demolito il Centro della Santa Croce di Sant'Antonio in Karnataka
 
Mangalore (Agenzia Fides) - Un gruppo di militanti radicali induisti ha distrutto il Centro della Santa Croce di Sant'Antonio, luogo di preghiera e di accoglienza cattolico, costruito 40 anni fa a Urandady Gudde-Panjimogaru, nei pressi della città di Magalore, nello stato del Karnataka, in India meridionale. Come appreso dall'Agenzia Fides, il 5 febbraio scorso membri del gruppo " Shri Sathya Kordabbu Seva Samiti" hanno raso al suolo la struttura. Gli attivisti sono arrivati con un bulldozer, demolendo l'edificio che forniva servizi sociali.
Il Centro della Santa Croce di Sant'Antonio funzionava come centro di asilo e di accoglienza per famiglie disagiate. Circa 30 famiglie del luogo hanno espresso grande angoscia e preoccupazione per l'incidente e si sono ritrovate senza tetto.
L'abbattimento è avvenuto senza alcuna giustificazione legale, mentre la struttura era stata oggetto di una denuncia da parte di gruppi induisti che la ritenevano "illecita" e ne chiedevano la demolizione. Con un ordine specifico, le autorità civili avevano emesso nei giorni scorsi una circolare secondo cui nessuno aveva il diritto di entrare nei locali del Centro fino a un pronunciamento del tribunale, atteso nell'udienza fissata il 14 febbraio.
Antony Prakash Lobo, presidente del Comitato per la costruzione del Centro della Santa Croce di Sant'Antonio, ha presentato un "First Information Report" notando che "questa azione illegale sta creando disarmonia in una comunità amante della pace". “Questo atto è contro la legge, è un palese abuso di potere, in totale violazione di ordini emessi dalla Corte", ha rimarcato.
I cattolici indiani rilevano che sono in aumento le segnalazioni di violenze commesse contro comunità cristiane, strutture e centri di preghiera in tutta l'India. Come riferito a Fides, in un altro incidente, avvenuto sempre il 5 febbraio, una chiesa protestante è stata data alle fiamme dagli abitanti nel villaggio di Kistaram, nello stato di Chhattisgarh, in India centrale. Nel 2021 sono stati segnalati oltre 500 episodi di attacchi a chiese e cristiani.
(SD-PA) (Agenzia Fides 7/2/2022)

lunedì 31 gennaio 2022

+2 notizie da Agenzia Fides

 

ASIA/VIETNAM - Un prete domenicano ucciso nel confessionale
 
Kon Tum (Agenzia Fides) - Un sacerdote domenicano vietnamita, padre Joseph Tran Ngoc Thanh, è stato ucciso mentre ascoltava la confessione e celebrava il Sacramento delle Riconciliazione nella diocesi di Kon Tum. Aveva 41 anni. L'aggressione è avvenuta il 29 gennaio, poco prima della celebrazione della messa vespertina del sabato sera. Padre Joseph Tran Ngoc Thanh si trovava in confessionale quando è stato aggredito con un'arma da taglio da un uomo mentalmente instabile. Un altro religioso domenicano, accorso sul luogo, è stato ferito con un coltello quando ha cercato di fermare l'aggressore. Le persone presenti nella chiesa, che hanno assistito all'aggressione, erano in stato di shock. Padre Tran, ferito, ha ricevuto le prime cure ma non è riuscito a riprendersi ed è morto alle 23,30 (ora locale) dello stesso giorno, come racconta all'Agenzia Fides The Tran, giornalista cattolico locale.
La polizia locale ha arrestato l'aggressore, considerato una persona "con malattia mentale". La comunità locale è profondamente colpita dalla inattesa uccisione del sacerdote, proprio nel momento in cui erano in preparazione i festeggiamenti del capodanno lunare, che il Vietnam celebra il 1° febbraio. Hanno espresso messaggi di lutto e di dolore la Provincia domenicana del Vietnam e la comunità della parrocchia di Dak Mót, 40 km a Nord di Kon Tum, dove il prete viveva e operava. Il religioso si era recentemente insediato come sacerdote incaricato per la cura pastorale di un "piccolo gregge" di cattolici.
Il Vescovo Aloisio Nguyen Hung Vi, che guida la diocesi di Kon Tum, ha celebrato una messa funebre ieri, domenica 30 gennaio, e ha espresso le sue condoglianze alla comunità parrocchiale di Dak Mót e alla Provincia domenicana del Vietnam. Ha detto il Vescovo: "Sappiamo che la volontà di Dio è misteriosa, non possiamo comprendere appieno le vie del Signore. Possiamo solo consegnare il nostro fratello nelle mani del Signore. Padre Joseph viaggia nell'eternità e, qualunque cosa sia accaduta, nessuno può separare lui né noi dall'amore di Dio. Quando è stato colpito, Padre Joseph stava facendo le veci di Cristo, dispensando il suo perdono. Morire in quel momento, 'in persona Christi', deve essere una grazia. In questo dolore vediamo anche la bellezza e la nobiltà del sacerdote".
Il corpo di padre Joseph Thanh è stato portato alla Cappella di San Martino nella città di Bien Hoa, nella provincia di Dong Nai, per il rito di commiato, tenutosi oggi 31 gennaio, e per la sepoltura. Il corpo del sacerdote è stato sepolto tra gli altri frati domenicani nel cimitero della Provincia, situato a Bien Hoa.
P. Joseph Thanh era nato il 10 agosto 1981 a Saigon ed aveva emesso la professione religiosa nell'Ordine dei Frati Predicatori il 13 agosto 2010. È stato ordinato sacerdote il 4 agosto 2018.
Kon Tum, la capitale della omonima provincia, si trova nell'entroterra della regione degli altopiani centrali del Vietnam, vicino ai confini del Laos e della Cambogia.
(SD-PA) (Agenzia Fides 31/1/2022)
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ASIA/PAKISTAN - Attacco a Peshawar: un Pastore protestante ucciso, un altro gravemente ferito
 
Peshawar (Agenzia Fides) - Aggressione letale contro due Pastore protestanti a Peshawar, nel Nord del Pakistan. Ieri pomeriggio, 30 gennaio, due uomini su una motocicletta hanno aperto il fuoco contro l'automobile dove si trovavano due Pastori protestanti, sulla circonvallazione di Peshawar, vicino al mercato di Madina. Il Pastore William Siraj è stato ucciso e il Pastore Patrick Naeem, gravemente ferito, è in ospedale. Entrambi appartengono alla "Chiesa del Pakistan", la comunità Anglicana nel paese.
I Pastori stavano tornando a casa dopo aver celebrato la liturgia domenicale presso la Chiesa di "Tutti i Santi". Il Pastore William Siraj, seduto sul sedile anteriore dell'auto, ha perso la vita sul colpo, mentre il Pastore Patrick Naeem è rimasto ferito da proiettili alla schiena e all'addome e, portato in ospedale, sembra non sia in pericolo di vita. Ha raccontato Naeem che, un volta lasciata la chiesa, due due uomini in moto li hanno seguiti aprendo il fuoco. “Non sono riuscito a identificarli perché uno indossava il casco e l'altro si copriva con un grande scialle. A causa di colpi di pistola alla testa e al collo, il Pastore William Siraj è morto sul colpo. Noi siamo uomini di preghiera e ci dedichiamo alla comunità; non litighiamo con nessuno, non abbiamo nemici. È un atto di terrorismo perpetrato da quanti vogliono rovinare la pace in Pakistan e danneggiare l'immagine del nostro Paese”.
La polizia ha registrato il "Primo rapporto di indagine" (Fir) e ha avviato le operazioni di perquisizione per cercare gli aggressori. I reati contestati a ignoti sono omicidio, tentato omicidio, danni alla vita o alla proprietà di altri, violenza settaria, ai sensi della legge antiterrorismo che prevede un processo per direttissima .
Il Vescovo Anglicano Humphrey Peters, alla guida della diocesi anglicana di Peshawar, ha condannato fermamente l'attacco e ha detto: “Esprimiamo le nostre più sentite condoglianze alla famiglia di William Siraj, che nel lutto e nel dolore, come simo tutti noi. È davvero una grande perdita. Chiediamo giustizia e protezione delle nostre famiglie cristiane”.
Mons. Azad Marshall, Presidente della assemblea dei Vescovi anglicani della Chiesa del Pakistan, ha aggiunto: "E' stato un atto orribile e disumano, senza alcuna ragione. Chiediamo al governo una rapida azione perchè sia fatta giustizia e perchè la vita dei fedeli cristiani in Pakistan sia tutelata e possa procedere pacifica".
Il Primo Ministro della provincia di Khyper Pakhthun Khwa (KPK), Mehmood Khan, assicurando l'impegno delle forze di polizia per arrestare i colpevoli, ha detto: “È un atto esecrabile; i colpevoli non potranno sfuggire. Questo attacco intende danneggiare l'armonia interreligiosa nella nostra provincia. Gli elementi coinvolti in questo attacco sono nemici della pace e della convivenza”.
I fedeli ricordano che la chiesa dove operavano i due Pastori, è già stata teatro di un attacco terroristico: il 22 settembre 2013, due attentatori suicidi si sono fatti esplodere nella chiesa di "Tutti i Santi" a Peshawar dopo l'Eucarestia domenicale, uccidendo 127 persone e ferendo 170 persone.
In diverse città del Pakistan i cristiani si sono riuniti ieri sera per condannare gli attacchi, accendendo candele e alzando la voce per invocare la protezione delle minoranze religiose che vivono in Pakistan. A Karachi, nel Sud del paese, l'organizzazione "The Voice for Justice" ha riunito i fedeli in una veglia di preghiera, chiedendo pace e giustizia ed esprimendo profonda solidarietà alla famiglie e alle comunità colpite.
(AG-PA) (Agenzia Fides 31/1/2022)

giovedì 23 dicembre 2021

ASIA/PAKISTAN - Ragazza cristiana rapita e convertita si riunisce alla sua famiglia

 


ASIA/PAKISTAN - Ragazza cristiana rapita e convertita si riunisce alla sua famiglia
 
Karachi (Agenzia Fides) - Arzoo Raja, 14enne ragazza cristiana rapita, convertita all'Islam e sposata forzatamente con il 44enne musulmano Azhar Ali, il suo rapitore, si riunisce con la sua famiglia . Lo ha stabilito l'Alta Corte della provincia del Sindh con una ordinanza ieri 22 dicembre 2021. La famiglia l'ha ricondotta a casa dopo aver ottenuto l'ordinanza del tribunale, assicurando che si prenderà cura della figlia con amore. Il caso scoppiò nell'ottobre 2020 (vedi Fides 21/10/2020) ed ebbe vasta risonanza mediatica, sociale e politica.
Nell'udienza tenutasi ieri mattina, il ricorso presentato dalla famiglia chiedeva che Arzoo Raja potesse lasciare l'istituto governativo di Panah Gah, dove viveva, affidata ai servizi sociali, tornando a vivere con i suoi genitori, dopo un anno di riflessione sulle sue scelte di vita (vedi Fides 23/11/2020).
Durante l'udienza il giudice ha parlato alla ragazza e ai genitori. Arzoo Raja, che al momento del matrimonio e della controversia aveva 13 anni, ha mostrato la sua disponibilità a tornare con i suoi genitori. Alla domanda sulla sua conversione all'Islam ha risposto che si era convertita "di sua spontanea volontà".
Il giudice ha chiesto ai genitori di Arzoo di riportarla a casa e i genitori hanno affermato che accolgono con gioia la ragazza, si impegnano a prendersene cura, a non farle pressioni sul tema della conversione religiosa.
Dilawar Bhatti, presidente della "Christian Peoples Alliance", presente all'udienza, ha accolto con favore la decisione della Corte. Parlando all'Agenzia Fides ha detto: “E' una buona notizia che Arzoo vivrà di nuovo con la sua famiglia e trascorrerà il Natale in serenità. Tante persone, avocati, assistenti sociali, cittadini hanno alzato la voce, si sono impegnate e hanno pregato per questo caso. Ringraziamo Dio tutti costoro”.
Dilawer Bhatti informa: “In tribunale i genitori si sono impegnati a non fare alcuna violenza sulla ragazza e a riferire ogni tre mesi alla polizia, anche versando una cauzione come pegno del rispetto di tali impegni. La Corte ha disposto che Arzoo non debba incontrare il suo presunto marito che sta affrontando un processo ai sensi del Child Marriage Restraint Act 2013, per violazione della legge dei matrimoni precoci".
(AG-PA) (Agenzia Fides 23/12/2021)

martedì 21 settembre 2021

Da Agenzia Fides 21 settembre 2021

 

ASIA/PAKISTAN - Minorenne cristiana violentata sfugge all'aguzzino: arrestato il colpevole
 
Sahiwal (Agenzia Fides) - Dopo una indagine condotta con raid in diversi villaggi nell'area di Sahiwal (città nella provincia pakistana del Punjab), la polizia del Pakistan ha arrestato un uomo musulmano per aver rapito, violentato e tramortito una bambina cristiana di 8 anni, liza Younas. Come appreso dall'Agenzia Fides, secondo i funzionari di polizia il colpevole è Muhammad Bota, arrestato e imputato ai sensi dell'articolo 376 del Codice penale, che punisce lo stupro e la violenza privata. La pena prevista dall'ordinamento è la reclusione per un periodo tra 10 e 25 anni o anche la pena di morte.
Ashiknaz Khokhar, promotore dei diritti umani che ha sostenuto e accompagnato la famiglia della vittima nell'iter legale, condannando il brutale attacco, dice a Fides: “Si tratta della crudeltà di un uomo musulmano, che la sera del 2 settembre ha rapito una ragazza minorenne per strada, l'ha violentata e, per nascondere il suo crimine, ha tentato di uccidere la ragazza colpendola con una pietra e lasciandola priva di sensi a terra. Poi è fuggito"
Così Khokhar ricostruisce la vicenda: “Il 2 settembre, la bambina è stata mandata dai genitori a compiere una commissione in un negozio e, non rientrando dopo mezz'ora, i genitori insieme ai vicini di casa hanno iniziato a cercarla. La ragazza è stata ritrovata ferita e in stato confusionale in una strada vicina. E' quindi stata portata all'Ospedale di Sahiwal per esami medici. Il referto medico informa che è stata violentata e riporta gravi ferite anche in altre parti del corpo. Tuttavia la bambina è stata in grado di riconosce il suo aggressore e ha riferito che Mohammad Bota l'ha adescata e l'ha portata in un edificio dove l'ha violentata, aggredita con una pietra ed poi è fuggito”.
Khokhar rileva : “I casi di abuso sessuale sono particolarmente atroci e lo sono ancora di più quando un abominevole atto di violenza sessuale viene commesso contro un bambino. La minorenne è traumatizzata ed è devastata psicologicamente. È in cura da uno psicologo e da altri medici per essere curata da questo trauma e dalle ferite”. Khokhar aggiunge: “Il processo di guarigione di Liza potrebbe richiedere anni. Ringraziamo i funzionari di polizia, il ministro cristiano Ejaz Alam Augustine e il personale medico per la piena collaborazione nel perseguire il colpevole e risolvere il caso”.
L'organizzazione non governativa "Sahil", che opera in Pakistan per proteggere i bambini da tutti i tipi di violenza, nel suo Rapporto per l'anno 2020 riferisce che ogni giorno più di 8 bambini subiscono abusi in Pakistan. I casi di azioni criminali ufficialmente denunciate contro i bambini sono aumentati da 2.846 nell'anno 2019 a 2.960 nell'anno 2020. Il rapporto menziona anche che l'80% degli abusi è compiuto da qualcuno che il bambino conosce.
In tale quadro si inserisce la violenza perpetrata a danno delle bambine e ragazze di religione cristiana o indù, compiuta da persone di religione musulmana che disprezzano, discriminano e abusano delle ragazze appartenenti a comunità delle minoranze religiose, con l'idea che tali crimini di violenza , sequestro e stupro possano facilmente restare impuniti. Per questo gli avvocati e le organizzazioni della società civile tengono a segnalare, denunciare e perseguire tali casi, per stroncare la cultura dell'impunità.
(AG-PA) (Agenzia Fides 21/9/2021)

mercoledì 21 luglio 2021

Da Agenzia Fides 21 luglio 2021

 

ASIA/PAKISTAN - Limite di età per la conversione religiosa: il Ministero per gli affari religiosi frena
 
Lahore (Agenzia Fides) - Il Ministero per gli affari religiosi del Pakistan non intende porre limiti di età alla conversione religiosa. Come appreso da Fides, nel corso di una recente riunione della Commissione parlamentare per i diritti delle minoranze del Senato, il Ministro per gli Affari religiosi, Noorul Haq Qadri, ha affermato di non voler sostenere un possibile limite minimo di età di 18 anni per la conversione religiosa. Se qualcuno vuole cambiare religione prima dei 18 anni, quella è una libera scelta, ha asserito, mentre per il matrimonio si tratterebbe di una questione diversa. La questione relativa al limite di età minima per il matrimonio era stata sottoposta al Consiglio per l'Ideologia Islamica, organo consultivo. Ma, come notano le organizzazioni cristiane in Pakistan, la questione è strettamente connessa alla conversione religiosa.
In un messaggio inviato all'Agenzia Fides, Nasir Saeed, Direttore della Ong "CLAAS" (Centre for Legal Aid Assistance & Settlement), spiega che i casi di giovani ragazze cristiane e indù costrette a convertirsi sono aumentati vertiginosamente nell'ultimo anno. E nota: “Tenere in considerazione lo scenario complessivo e considerare l'attuale impostazione di un'età minima di 18 anni per la conversione è fondamentale. Ho riscontrato personalmente almeno due dozzine di casi di conversione forzata di giovani ragazze cristiane nel Punjab, e il 90% delle ragazze ha meno di sedici anni". Secondo il Direttore di CLAAS, "spesso la polizia trasforma i casi di rapimento in casi di 'conversione religiosa' e poi, invece di intraprendere le necessarie azioni contro il rapitore, consegna un certificato di conversione ai genitori della ragazza rapita, dicendo che la ragazza si è convertita all'Islam di sua spontanea volontà, quindi essi non possono fare nulla ed è tutto legale".
“In alcuni casi la polizia ha perfino detto ai genitori che dovevano essere felici perché la loro figlia si era convertita all'Islam. Anche i tribunali pakistani spesso non rendono giustizia alle vittime e alle loro famiglie poiché, invece di decidere e applicare le leggi vigenti nel paese, i casi vengono decisi sulla base della dichiarazione estorte alle ragazze rapite. I giudici ignorano completamente le leggi nazionali e internazionali e danneggiano l'intero paese".
Dato questo scenario, "è opportuno e urgente che il governo agisca in base alle raccomandazioni della Commissione parlamentare sui diritti delle minoranze del Senato, fissando a 18 anni l'età minima per una conversione religiosa", nota Nasir Saeed.
Secondo i leader cristiani della società civile in Pakistan, un provvedimento che limiti l'età della conversione religiosa a 18 anni può risultare utile ad arginare il fenomeno del rapimento, conversione e matrimonio delle ragazze cristiane e indù. Ma la via migliore per risolvere la questione alla radice, si afferma, è frenare i matrimoni forzati garantendo l'applicazione di un'età minima di 18 anni per il matrimonio, secondo la legge sulla protezione delle donne.
(PA) (Agenzia Fides 21/7/2021)

mercoledì 9 giugno 2021

Da Fides News

 

ASIA/AFGHANISTAN - Il contingente militare italiano lascia la nazione: il futuro è incerto
 
Kabul (Agenzia Fides) - “Il contingente italiano, che oggi lascia l’Afghanistan dopo vent’anni di presenza nel paese, ha avuto un ruolo significativo da un punto di vista sociale oltre che di sicurezza. I nostri militari si sono guadagnati l’affetto e la stima della gente, portando progresso soprattutto nel campo dell’educazione. Quello che preoccupa è il futuro: mi auguro che ciò che è stato fatto rimanga, che non si torni indietro come si teme. Negli ultimi mesi sono state uccise persone che hanno collaborato allo sviluppo del paese, donne professioniste o giovani studentesse”. E’ il commento rilasciato all’Agenzia Fides dal Barnabita p. Giuseppe Moretti, missionario in Afghanistan dal 1990 al 2015 e Superiore della Missio sui iuris a Kabul a partire dal 2002.
L’Italia ha dato avvio al ritiro delle truppe dall’Afghanistan a vent’anni dagli attacchi delle Torri Gemelle: risale infatti al 30 dicembre 2001 l’arrivo dei militari italiani nella zona a loro affidata, il quadrante di Herat, nel nord-ovest del paese. E’ pari a 52 il numero di militari caduti dall’inizio della guerra. Sono invece 895 gli uomini che hanno lasciato ieri il paese. Secondo p. Moretti, “è un fatto storico che il popolo afghano riesca a trovare unità solo nel voler mandare via la presenza militare straniera: pensiamo alle guerre anglo-afghane, all’invasione sovietica e alla presenza della Nato. Oggi, però, la partenza di questi militari, anziché lasciare un’eredità di sicurezza, lascia il timore di un ritorno al passato. Possiamo solo pregare affinché le cose volgano al positivo”.
Una preoccupazione condivisa anche da parte della popolazione, come racconta all’ Agenzia Fides Abdurahman Qaderi, avvocato e membro del Consiglio della Provincia di Paktia, in Afghanistan: “Molte persone sono felici della partenza delle forze militari straniere, ma la maggior parte della gente è preoccupata, perché la situazione è davvero incerta. Quello che si teme di più è il rischio di una nuova guerra civile. Siamo spaventati anche dal rischio di intromissioni da parte di paesi limitrofi che potrebbero essere interessati a favorire la guerra. Per questo chiediamo al presidente degli Stati Uniti e a tutti gli altri paesi di ascoltare queste nostre preoccupazioni. Vorremmo delle garanzie internazionali per il nostro futuro”.
Era l’aprile del 1978 quando un colpo di stato rovesciò il governo di Mohammed Daud Khan, dando inizio ad una condizione di guerra che in Afghanistan dura ormai da oltre quarant’anni. A quel golpe, infatti, fecero seguito l’occupazione sovietica dal 1979 al 1989 e, dall’inizio degli anni Novanta, una sanguinosa guerra civile che poi avrebbe favorito l’ascesa dei talebani. L’Emirato Islamico dell’Afghanistan da loro instaurato rimase in piedi fino al 2001, quando gli USA attaccarono il paese in risposta agli attentati dell’11 settembre.
(LF-PA) (Agenzia Fides 9/6/2021)

martedì 8 giugno 2021

Fides News 8 giugno 2021

 

ASIA/MYANMAR - Il Vicario di Loikaw: "Le chiese nel mirino dei militari"
 
Loikaw (Agenzia Fides) - E' una situazione grave e drammatica quella della diocesi di Loikaw, nello stato birmano di Kayah (Myanmar orientale), dove infuria il conflitto tra esercito birmano e forze di difesa popolari che si oppongono alla giunta militare, dopo il colpo di stato del 1° febbraio. La Chiesa cattolica locale sta prodigandosi con ogni mezzo e risorsa per aiutare gli sfollati interni ma "le chiese sono nel mirino dei militari": è quanto afferma in una accorata Lettera pastorale, inviata all'Agenzia Fides, padre Celso Ba Shwe, Vicario generale della diocesi cattolica di Loikaw. Data l'improvvisa scomparsa del Vescovo e la sede vescovile vacante, padre Celso Ba Shwe, Vicario generale, sta governando la pastorale ordinaria della diocesi.
Nella Lettera pastorale diffusa oggi, il Vicario riferisce degli intensi combattimenti tra esercito e forze della resistenza composte da giovani della società di ogni etnia e religione. In uno scenario critico dal punto di vista umanitario e precario per la sicurezza dei civili, "tutte le comunità religiose nella diocesi stanno dando rifugio e aiutando i civili nelle loro rispettive chiese ed edifici. Ma le chiese sono nel mirino dei militari", afferma con seria preoccupazione.
Di fronte auna violenza e a una ferocia senza precedenti, con bombardamenti indiscriminati su donne, anziani e bambini sfollati, il Vicario esorta tutto il popolo di Dio "a ricorrere alla Vergine Maria e a recitare ogni sera alle 19:00 il Rosario per la pace e per il ritorno della stabilità in Myanmar". Il testo della missiva sottolinea che "la popolazione è stanca e terrorizzata e ora, a causa dei bombardamento di chiese e monasteri, dove i civili avevano trovato riparo, sta fuggendo verso aree forestali che sono anch'esse non sicure", nota.
Come riferito all'Agenzia Fides, sono almeno sei le chiese colpite o interessate da violenza e raid militari nei giorni scorsi. Sacerdoti e religiosi locali stanno mettendo in campo tutte le loro energie fisiche e spirituali per restare accanto alla popolazione in una fase di reale emergenza umanitaria.
(PA-JZ) (Agenzia Fides 8/6/2021)


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ASIA/PAKISTAN - Antico collegio cristiano sottratto alla Chiesa: si calpestano i diritti delle minoranze
 
Peshawar (Agenzia Fide) - L'Edwardes College nella città di Peshawar, storico istituto della "Chiesa del Pakistan" (la Chiesa anglicana), nella diocesi anglicana di Peshawar, viene affidato alla gestione dello stato. Lo ha deciso la Corte Suprema di Peshawar pronunciandosi a favore del governo della provincia di Khyber Pakhtunkhawa, nell'ambito della battaglia legale in corso tra Chiesa e governo provinciale per il controllo e la gestione dell'istituto. La sentenza della Corte Suprema giunge dopo che, nell'ottobre 2019, l'Alta Corte di Peshawar aveva emesso un ordine di nazionalizzazione del più antico istituto di istruzione del territorio provinciale. Il recente verdetto della Corte Suprema viene totalmente rigettato dalle comunità cristiane che, come affermano i Vescovi anglicani in Pakistan, "non vedono tutelato il loro diritto costituzionale e vedono calpestata la giustizia".
Zeeshan Yaqub, attivista per i diritti delle minoranze di Peshawar rileva all'Agenzia Fides che "la comunità cristiana in Pakistan compie grandi sforzi nel campo dell'istruzione, della salute e di altri servizi umanitari, che vanno a beneficio di tutta la popolazione, di persone di ogni religione. Chiediamo la tutela dei diritti delle minoranze. come previsti dalla Costituzione del Pakistan, anche nelle loro proprietà".
L'Edwardes College nacque come scuola missionaria cristiana chiamata "Edwardes High School", fondata dalla "Church Missionary Society" britannica nel 1853. Nel 1900 si trasformò in Collegio e da allora ha funzionato come istituzione privata, gestita ufficialmente dalla "Chiesa anglicana". L'istituto è rimasto sotto la direzione della Chiesa anche dopo che, nel 1972, venne presa dal governo del Pakistan la decisione di nazionalizzare le istituzioni educative private. Molti istituti sono stati restituiti alle Chiese nei decenni successivi, secondo una politica di de-nazionalizzazione.
La controversia legale sull'amministrazione dell'Edwardes College è iniziata nel 2014, dopo che i missionari americani hanno lasciato la gestione dell'istituto a membri della Chiesa locale ed è stato nominato il primo preside cristiano pakistano. Un accademico musulmano, contestando tale nomina, ha portato il caso dinanzi all'Alta Corte nel 2016. In base alle decisioni dell'Alta Corte, il Vescovo anglicano di Peshawar Mons. Humphrey Sarfraz Peters (a cui intanto era passata la giurisdizione, con l'erezione di quella diocesi) ha ripristinato l'originario Consiglio di amministrazione, secondo la Costituzione promulgata dalla "Church Missionary Society". Tra l'altro la Chiesa è proprietaria esclusiva dei terreni e dei fabbricati del Collegio: per questo il Collegio non rientrava nei criteri della nazionalizzazione. Mons. Humphrey Sarfraz Peters ha ricordato che il Collegio ha sostenuto tutte le spese educative, proprio come qualsiasi altro istituto di istruzione privato, senza alcun aggravio di spesa per lo stato.
L'attuale governo della provincia di Khyber Pakhtunkhawa non ha accettato la configurazione del Collegio come "istituzione privata", di proprietà della Chiesa, e ha proseguito la battaglia legale cercando di strappare il controllo totale della struttura alla Chiesa. La sentenza dell'Alta Corte di Peshawar dell'ottobre 2019 ha dato ragione al governo civile e, dopo l'ultimo ricorso intentato dalla Chiesa, anche la Corte Suprema si è pronunciata a favore del governo della Khyber Pakhtunkhawa.
Una recente ricerca della Ong "Centro per la giustizia sociale" ha rilevato il forte indebolimento delle scuole e degli istituti un tempo cristiani, dopo la avvenuta nazionalizzazione, nella qualità dell'istruzione impartita.
(KN-PA) (Agenzia Fides 8/6/2021)
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venerdì 16 aprile 2021

“Il rischio è ripiombare nella guerra civile e nell’instabilità”

 

ASIA/AFGHANISTAN - Il barnabita p. Scalese sul ritiro delle truppe USA: “Il rischio è ripiombare nella guerra civile e nell’instabilità”
 
Kabul (Agenzia Fides) - “Il rischio più grave derivante dal ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan è che il paese possa ripiombare nella guerra civile. Finora le trattative fra il governo e i talebani, previste dagli accordi di Doha, non sono mai partite seriamente o comunque non hanno portato ad alcun risultato. Il progetto era quello di formare un governo di transizione, di unità nazionale, per poi giungere a libere elezioni, che avrebbero deciso chi dovesse governare. Ma se le parti non si parlano, come si può formare insieme un governo? Molto piú facile far parlare le armi”. E’ quanto dichiara all’Agenzia Fides p. Giovanni Scalese, sacerdote Barnabita, Superiore della Missio sui iuris in Afghanistan, in merito all’annuncio del ritiro delle truppe americane fatto due giorni fa dal Presidente degli Stati Uniti Joe Biden e previsto entro l’11 settembre 2021.
“In ogni caso – prosegue Scalese nella nota inviata all’Agenzia Fides – anche se i talebani dovessero avere il sopravvento, perché meglio organizzati e finanziati, non credo che possano illudersi di restaurare l’Emirato islamico, come se questi vent’anni non fossero esistiti. Potranno pure imporre una nuova costituzione (del resto, l’attuale costituzione prevede già una “repubblica islamica”), ma non potranno pretendere di cancellare le libertà o ignorare i diritti a cui gli afghani, in questi anni, si sono abituati. Non dimentichiamo che i giovani non hanno conosciuto l’Emirato e sono cresciuti in questa nuova realtà. Le donne, contrariamente a quel che si pensa, sono una presenza numerosa, qualificata e attiva nella società afghana; sarebbe impensabile volerle rinchiudere di nuovo in casa o dentro un burqa”.
Il Barnabita, che risiede a Kabul, nella cappella cattolica istituita nel compound dell'Ambasciata d'Italia, rileva che la scelta potrebbe minare la sicurezza e l’economia del paese: “Sarà in grado il governo afghano di garantire la sicurezza? È lecito nutrire qualche dubbio in proposito. Così come è più che legittimo avanzare qualche perplessità sulla reale capacità del governo di far funzionare la macchina dello Stato senza poter contare sul sostegno finanziario dei paesi occidentali. È vero che tutti giurano ora che non abbandoneranno l’Afghanistan e continueranno a sostenerlo; ma un conto sono gli interventi della Cooperazione, un altro il regolare sovvenzionamento delle istituzioni. Non mi pare che in questi anni sia stato fatto molto per il rilancio dell’economia afghana, anche perché la situazione non lo permetteva; per cui non so come un paese senza un’economia che funzioni possa andare avanti”.
Secondo p. Scalese, comunque, è difficile esprimere un giudizio sulla scelta del governo statunitense: “Meglio prendere semplicemente atto della decisione, che del resto era stata già presa dalla precedente amministrazione americana. Chi pensava che fosse sufficiente un cambio della guardia alla Casa Bianca per provocare un ripensamento evidentemente non si rendeva conto che ormai l’impegno militare americano (e degli altri paesi della NATO) era diventato insostenibile e, di fatto, senza prospettive. Non resta che attendere, per vedere come si evolverà la situazione. Come cristiani, non possiamo che sperare in un'evoluzione positiva, che ridia, dopo tanti anni di violenza, un po’ di serenità a questo paese”, conclude.
Era l’aprile del 1978 quando un colpo di stato rovesciò il governo di Mohammed Daud Khan, dando inizio ad una condizione di guerra che in Afghanistan dura ormai da oltre quarant’anni. A quel golpe, infatti, fecero seguito l’occupazione sovietica dal 1979 al 1989 e, dall’inizio degli anni Novanta, una sanguinosa guerra civile che poi avrebbe favorito l’ascesa dei talebani. L’Emirato Islamico dell’Afghanistan da loro instaurato rimase in piedi fino al 2001, quando Bush attaccò il paese in risposta agli attentati dell’11 settembre.
(LF-PA) (Agenzia Fides 16/4/2021)

lunedì 22 marzo 2021

Resta in carcere il Gesuita accusato di sedizione 22 marzo 2021

ASIA/INDIA - No alla libertà su cauzione: resta in carcere il Gesuita accusato di sedizione
 
Mumbai (Agenzia Fides) - "Siamo rattristati nel condividere con voi la notizia che oggi 22 marzo a padre Stan Swamy SJ è stata negata la cauzione dal giudice della corte di primo grado in Mumbai. Continuiamo a pregare e sperare che la giustizia prevalga è che padre Stan sia liberato presto e assolto dopo un giusto processo. Abbiamo piena fiducia nella Costituzione dell'India e nel sistema giudiziario": lo afferma, in una nota inviata all'Agenzia Fides, p. Jerome Stanislaus D'Souza, Superiore dei Gesuiti in India, riferendo sull'esito negativo dei ricorso presentato dagli avvocati ingaggiati dalla Compagnia di Gesù, che hanno seguito il processo presso il tribunale di primo grado a Mumbai.
Il ricorso chiedeva la libertà su cauzione, portando motivazioni sull'innocenza di padre Swamy e segnalando le sue precarie condizioni di salute, che imponevano quanto meno, secondo i legali, gli arresti domiciliari. "Preghiamo Dio perchè ci dia forza e coraggio per sopportare questo doloroso verdetto", prosegue la nota, che ringrazia gli avvocati per l'impegno profuso ed esprime profonda gratitudine a tutti coloro che stanno sostenendo i Gesuiti indiani in questa lotta per la giustizia. I Gesuiti chiedono a tutti di "continuare nei vostri sforzi e nelle le vostre preghiere".
L'83enne Gesuita indiano padre Stan Swamy è in carcere dall'8 ottobre scorso con l'accusa di sedizione. In prigione a Mumbai nonostante l'età e la grave forma di Parkinson di cui soffre, il Gesuita condivide la prigionia con altri 15 tra attivisti e membri di Ong, accusati, in base alla "Unlawful activities prevention act", di terrorismo e di complicità con i ribelli maoisti. Tutti erano a fianco e promuovevano i diritti degli adivasi (popolazioni tribali) del Jhakarland indiano, gli indigeni che subivano abusi e patenti violazioni dei loro diritti umani, sociali, culturali, perpetrate da grandi proprietari terrieri o da multinazionali.
La Compagnia di Gesù ha lanciato un appello internazionale per il suo rilascio immediato, affermandone la piena innocenza e notandone le precarie condizioni di salute. I tentativi di segnalare al governo indiano la sua situazione e i diversi appelli per la sua liberazione - incluso quello compiuto da tre Cardinali indiani che hanno incontro il Primo Ministro Narendra Modi - non hanno sortito alcun effetto.
(PA) (Agenzia Fides 22/3/2021)

 

mercoledì 17 febbraio 2021

Da agenzia Fides : Due giovani cristiani incriminati con false accuse di blasfemia 17 febbraio 2021

 

ASIA/PAKISTAN - Due giovani cristiani incriminati con false accuse di blasfemia: gli avvocati contestano i reati
 
Lahore (Agenzia Fides) - Due giovani cristiani sono stati incriminati per blasfemia, accusati di aver predicato il cristianesimo a giovani musulmani e di aver disonorato pubblicamente l'islam, il Corano e il Profeta Maometto al Model Town Park di Lahore. I due sono Haroon Ayub Masih di 25 anni e Salamat Mansha Masih di 30 anni, membri di una comunità cristiana evangelica. L'arresto di uno degli imputati (l'altro è fuggito) è avvenuto subito dopo che Haroon Ahmad, un uomo musulmano, ha presentato denuncia alla stazione di polizia di Model Town contro i due giovani il 13 febbraio scorso, contestando la violazione delle "leggi sulla blasfemia", ovvero l'articolo 295 ai commi "a", "b" e "c" del Codice penale del Pakistan.
Secondo il denunciante, i due Haroon Ayub Masih e Salamat Mansha Masih si sono avvicinati a un gruppo di persone musulmane iniziando a predicare il cristianesimo e consegnando loro un libro in lingua urdu intitolato "Zindagi ka Paani" (Acqua della vita). Il musulmano Haroon Ahmad nel primo rapporto di indagine (First Information Report) dice: "I due uomini hanno iniziato a commettere blasfemia disonorando il Profeta Maometto, dicendo che era un vagabondo, che si è sposato per aumentare la sua generazione mentre Gesù non si è sposato e ha proclamato la verità". Aggiunge il rapporto, pervenuto a Fides : "Hanno detto che la Torah e i Vangeli sono libri veri e il Sacro Corano non dice la verità, hanno continuato a disonorare l'Islam, ferendo le nostre emozioni e sentimenti religiosi apertamente e pubblicamente ”. Il denunciante afferma inoltre: “Gli uomini cristiani hanno commesso blasfemia disonorando il Profeta Muhammad, il Sacro Corano e l'Islam. Vi chiedo di punire i due e la casa editrice secondo le leggi sulla blasfemia, per aver pubblicato e stampato questa letteratura ”.
La polizia ha avviato un procedimento ai sensi delle leggi sulla blasfemia 295 al comma "A" che incrimina "atti deliberati o dolosi volti a oltraggiare i sentimenti religiosi di qualsiasi persona, insultando la sua religione e credenze religiose", che prevede 10 anni di reclusione o multa; si cita poi il comma 295 B cioè "aver vilipeso il Sacro Corano" per il quale la pena è la reclusione a vita; e si formulano accuse secondo il 295 C per aver "usato osservazioni dispregiative, pronunciate, scritte direttamente o indirettamente che offendono il nome del Profeta Maometto o altri profeti" per cui è prevista la pena di morte obbligatoria.
Uno dei due cristiani, Salamat Mansha Masih, è stato arrestato dalla polizia mentre Haroon Ayub Masih è riuscito a fuggire e anche la sua famiglia si è nascosta.
L'avvocato cristiano Aneeqa Maria Anthony, responsabile della Ong "The Voice", che ha assunto la difesa legale di Haroon Ayub Masih, così chiarisce all'Agenzia Fides l'accaduto, rifendendo quanto ha raccontato Haroon Masih: "Stavamo studiando e discutendo per conto nostro del Nuovo Testamento, quando alcuni giovani di passaggio si sono fermati per ascoltare cosa stavamo dicendo. Dopo aver sentito che stavamo parlando della Bibbia, hanno chiesto informazioni e allora abbiamo dato loro un piccolo libro chiamato 'Acqua della vita' con alcuni estratti dal Nuovo Testamento. Non c'è niente di blasfemo in quel libro. Uno di loro ci ha chiesto di smettere di leggere e parlare della Bibbia in un luogo aperto, poiché non sarebbe consentito. Siamo rimasti scioccati nel sentire questo, perché non li abbiamo invitati ad ascoltarci. Abbiamo detto loro di non interferire poiché stavano , secondo i nostri diritti di cittadini, semplicemente parlando tra noi. A quel punto il confronto è diventato una discussione accesa e abbiamo preferito abbandonare il luogo".
Prosegue l'avvocato: "Alcuni dei giovani musulmani, però, hanno preso Salamat e lo hanno portato al responsabile della sicurezza del parco, accusandolo proditoriamente i due di aver predicato il cristianesimo e aver bestemmiato contro l'islam, ma questo è del tutto falso. Così lo hanno portato alla polizia ed è scattata la denuncia". Haroon Masih ha dichiarato: "Leggo la Bibbia con i miei fratelli, serviamo Dio in diversi luoghi del Pakistan. Non ho mai parlato contro nessuna religione. Rispetto il Profeta Maometto ”.
L'avvocato Anthony riferisce un altro aspetto delicato: la denuncia è registrata è firmata da Haroon Ahmad che non era presente sul luogo , non è un testimone oculare dei fatti, ma che è membro del movimento estremista "Tehrik-e Labaik", che ha voluto assumersi la responsabilità di accusare i due cristiani, affermando di "voler continuare a proteggere l'Islam da ogni male".
L'avvocato informa che la prima udienza sul caso è prevista il 24 febbraio e che, intanto ha ottenuto una cauzione provvisoria per Haroon Ayub Masih. E conclude: "Cerchiamo giustizia per due giovani cristiani innocenti. Il gruppo Tehrik e Labaik sembra aver preso il caso molto seriamente e violentemente e agisce in maniera minacciosa. Non ci lasceremo intimorire ma abbiamo bisogno del sostegno e della preghiera di tanti".
(PA-AG) (Agenzia Fides 17/2/2021)

martedì 2 febbraio 2021

Da Agenzia Fides 2 febbraio 2021

 


ASIA/PAKISTAN - Leader religiosi islamici difendono l'infermiera cristiana accusata di blasfemia

 

Karachi (Agenzia Fides) - “A nessuno deve essere permesso di farsi giustizia da sé, né di abusare delle leggi sulla blasfemia. Tutte le organizzazioni religiose e i leader hanno condannato le torture inflitte all'infermiera cristiana in ospedale. Il Governo del Pakistan non tollererà questi abusi": come appreso dall'Agenzia Fides, è quanto ha dichiarato Hafiz Tahir Mehmood Ashrafi, assistente speciale del Primo Ministro per l'armonia religiosa. Hafiz Tahir Mehmood Ashrafi, religioso musulmano a capo del Consiglio degli Ulema del Pakistan, ha espresso indignazione e dolore per il trattamento violento riservato a Tabitha Nazir Gill, donna cristiana accusata di blasfemia il 28 gennaio mentre lavorava al Sobhraj Maternity Hospital, e ha promesso una attenta indagine sull'incidente, per scandagliare ogni abuso.
Tabitha Nazir Gill è stata accusata di aver commesso blasfemia dai suoi colleghi il 28 gennaio mattina, dopodiché è stata trascinata sul pavimento dell'ospedale, percossa, minacciata, legata e torturata per ore, fino a quando la polizia non ha raggiunto l'istituto e l'ha presa in custodia. I funzionari di polizia, dopo una prima indagine, l'avevano rilasciata senza alcun addebito (vedi Fides 29/01/2021), ma il giorno successivo hanno registrato una denuncia (First Information Report) contro dei lei dopo le proteste dei gruppi musulmani (vedi Fides 30/01/2021), che la accusano di aver usato termini dispregiativi sui profeti Adamo, Abramo e Maometto, reato punibile secondo l'articolo 295 C del Codice penale pakistano.
Il leader islamico Allama Shehryar Raza Abidi ha condannato l'attacco e la violenza e, in un videomessaggio consultato da Fides, afferma:
“È stato vergognoso vedere donne musulmane che picchiano una donna cristiana e usano un linguaggio offensivo verso di lei. Quella violenza mostra il loro estremismo e fondamentalismo, che non sono insegnamenti dell'Islam, e comunica un messaggio e un'immagine sbagliata dell'Islam. Questo fondamentalismo non ha nulla a che fare con l'Islam, che non diffonde violenza".
Condividendo le sue preoccupazioni sul recente caso di Tabitha Gill, Shehryar Raza Abidi cita uccisioni extragiudiziali avvenute in passato, ricordando il caso del governatore del Punjab, Salam Taseer, ucciso nel 2011, che aveva solo rimarcato l' uso improprio delle leggi sulla blasfemia . E aggiunge: “Se poi si trasformano gli assassini in eroi dell'Islam, è un'altra cosa triste che rovina l'immagine dell'Islam e del Pakistan. L'Islam ci insegna a stare con gli oppressi, ad opporci alla violenza, a proteggere i deboli: come seguaci del Profeta Maometto, dobbiamo essere misericordiosi ”.
Il leader musulmano, esprimendo preoccupazioni per il crescente estremismo e fondamentalismo nel paese, chiosa: “Le azioni violente non offrono il vero messaggio dell'Islam e danneggeranno anche le nostre generazioni future. Esorto tutti i miei fratelli musulmani ad essere messaggeri di misericordia e amano testimoniare l'autentico Islam ”.
(AG-PA) (Agenzia Fides 2/2/2021)

sabato 23 gennaio 2021

ASIA/INDIA - Il Gesuita Stan Swamy in carcere: "La solidarietà mi dà forza e coraggio immensi"

 

ASIA/INDIA - Il Gesuita Stan Swamy in carcere: "La solidarietà mi dà forza e coraggio immensi"
 
Mumbai (Agenzia Fides) - "Apprezzo profondamente la travolgente solidarietà espressa da molte persone in tutto il mondo, in questi 100 giorni dietro le sbarre. A volte la notizia di tanta solidarietà mi ha dato una forza e un coraggio immensi, soprattutto quando l'unica cosa certa in carcere è l'incertezza": sono le parole, pervenute all'Agenzia Fides, dell'83enne Gesuita indiano padre Stan Swamy, in carcere dall'8 ottobre scorso con l'accusa di sedizione. Dietro le sbarre a Mumbai, nonostante l'età e la grave forma di Parkinson di cui soffre, il Gesuita condivide la prigionia con altri 15 tra attivisti e membri di Ong, accusati, in base alla "Unlawful activities prevention act", di terrorismo e di complicità con i ribelli maoisti. Tutti erano a fianco e promuovevano i diritti degli adivasi del Jhakarland indiano, gli indigeni che subivano abusi e patenti violazioni dei loro diritti umani, sociali, culturali, perpetrate da grandi proprietari terrieri o da multinazionali.
In un messaggio di padre Swamy - raccolto dai confratelli Gesuiti indiani che lo hanno visitato in carcere e inviato all'Agenzia Fides - il religioso racconta: "Un altro punto di forza durante questi ultimi cento giorni è stato osservare la difficile situazione degli altri detenuti in attesa di processo. La maggior parte di loro proviene da comunità economicamente e socialmente più deboli. Molti di questi poveri non sanno quali accuse sono state loro rivolte, non hanno visto il loro foglio di accusa e rimangono in prigione per anni, senza alcuna assistenza legale o di altro tipo. Nel complesso, quasi tutti i detenuti e sono costretti a vivere con il minimo indispensabile, ricchi o poveri che siano. Questa condizione crea un senso di fratellanza e di solidarietà comunitaria: sentiamo che è possibile stare vicini e sostenersi l'un l'altro in queste avversità".
Padre Swamy conclude ricordando gli altri attivisti con lui imputati per gli stessi presunti reati: "Noi sedici coimputati non abbiamo potuto incontrarci, poiché siamo alloggiati in carceri diverse o in diverse sezioni all'interno della stessa prigione. Ma canteremo ancora in coro. Un uccello in gabbia può ancora cantare".
Un accorato messaggio di solidarietà in suo favore lo ha pronunciato oggi, in un video messaggio diffuso in tutto il mondo, padre Arturo Sosa, Preposito Generale della Compagnia di Gesù, affermando: "Padre Stan ha dedicato l'intera esistenza ai più poveri fra i poveri: gli indigeni adivasi e i dalit. E' la voce di chi non ha voce. Ha affrontato i potenti e ha detto loro la verità, è impegnato nella difesa dei diritti umani delle minoranze". La Compagnia di Gesù ha lanciato un appello internazionale per il suo rilascio immediato, affermandone la piena innocenza e notandone le precarie condizioni di salute.
Finora i tentativi di segnalare al governo indiano la sua situazione e gli appelli per la sua liberazione - l'ultimo compiuto da tre Cardinali indiani che hanno incontro nei giorni scorsi il Primo Ministro Narendra Modi - non hanno sortito alcun effetto.
(PA) (Agenzia Fides 23/1/2021)

martedì 19 gennaio 2021

Le ultime dall'Iraq: chiusura dei campi profughi( Agenzia Fides 19 gennaio 2021)

 


ASIA/IRAQ - La Ministra cristiana Evan Jabro risponde alle polemiche sul processo di chiusura dei campi profughi
 
Baghdad (Agenzia Fides) – In Iraq il programma di chiusura dei campi profughi e il ritorno degli sfollati interni alle rispettive aree di provenienza procede a ritmi intensi, ma ai risultati positivi già pubblicizzati dalle autorità politiche irachene fanno da contrappeso critiche e polemiche di diversa provenienza. A guidare il piano di chiusura dei campi di accoglienza profughi è la cristiana caldea Evan Faeq Yakoub Jabro, attuale Ministra irachena per l’immigrazione e i rifugiati (vedi Fides 8/6/2020). In una recente intervista a al Monitor, Evan Jabro ha riferito che "Su 76 campi di sfollati prima della formazione dell’attuale governo, solo 29 campi sono ancora aperti", confermando che le autorità governative irachene puntano a completare la chiusura di tali strutture entro la fine dell’anno. Negli ultimi mesi, secondo le fonti ufficiali del governo, almeno 66mila sfollati interni iracheni avrebbero fatto ritorno alle proprie case. Ai numeri e ai risultati positivi vantati dal governo, fanno da contraltare le polemiche concentrate soprattutto sui metodi utilizzati per chiudere i campi e spingere i loro “ospiti” a far ritorno alle terre da cui erano fuggiti. La ministra Evan Jabro, in interviste e dichiarazioni ufficiali, continua a ripetere che ogni ricollocamento dei rifugiati nelle proprie aree di provenienza avviene in maniera concordata con le autorità locali e sempre su base volontaria, potenziando anche l’assistenza e le misure di protezione sanitaria per chi rimane nei campi profughi. Nel contempo, gruppi di rifugiati e volontari coinvolti nella loro assistenza segnalano casi – come quello del campo di Habbaniyah, nella Provincia di Niniveh – dove la chiusura della struttura ha lasciato centinaia di famiglie senza dimora e senza la possibilità concreta di trovare sistemazioni alternative.
A novembre, il piano esposto dal governo di Baghdad prevedeva di completare la chiusura di tutti i campi profughi disseminati sul territorio nazionale entro marzo 2020.Ma la realizzazione del piano si è rivelata tutt’altro che agevole, e i tempio si sono allungati.
Molti dei campi accolgono sfollati interni fuggiti dalle regioni nord-irachene che nel 2014 erano cadute sotto il dominio jihadista dell’auto-proclamato Stato Islamico (Daesh). La volontà governativa di chiudere i campi risponde a esigenze economiche, sanitarie – legate alla pandemia da Covid-19 - e di ordine pubblico, e le difficoltà nella realizzazione del piano sono dovute in alcuni casi anche alle resistenze di molti profughi che non intendono fare ritorno alle rispettive aree di provenienza, dove la perdurante insicurezza e la mancanza di lavoro rendono difficile immaginare un futuro sereno per le proprie famiglie.
Evan Jabro, chiamata nel giugno 2020 a gestire le politiche del governo iracheno riguardo alla emergenza migratoria e del ricollocamento degli sfollati interni, insegna biologia e si è distinta in passato per l’attenzione alle emergenze sociali riguardanti le giovani generazioni, solitamente trascurate dai blocchi che dominano la politica irachena.
In passato, Evan Jabro ha lavorato con la ONG Al-Firdaws, fondata da Fatima Al-Bahadly nel 2003, e impegnata a elaborare progetti sociali e di lavoro indirizzati soprattutto a donne e giovani. La Ministra ha ricoperto anche il ruolo di consigliere del Governatore di Mosul per le questioni relative alle minoranze, e alle elezioni politiche irachene del maggio 2018 aveva concorso come candidata all’assegnazione di uno dei 5 seggi riservati alle minoranze cristiane, secondo il “sistema delle quote”. (GV) (Agenzia Fides 19/1/2021)