Una verità irrisolta

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mercoledì 30 agosto 2023

Agenzia Fides 30 agosto 2023

 

AFRICA/GABON - “Libreville “città morta” ma calma dopo il golpe” dicono a Fides fonti locali
 
Libreville (Agenzia Fides) – “Libreville è una città morta. Non vi sono persone o autoveicoli per le strade ma la situazione è comunque calma” dicono all’Agenzia Fides fonti locali dalla capitale del Gabon, dove questa notte i militari hanno annunciato di aver preso il potere con un golpe.
Le nostre fonti, che hanno chiesto l’anonimato per motivi di sicurezza, ricostruiscono così gli eventi. “Alle due di questa notte la Commissione elettorale annuncia ufficialmente la vittoria del Presidente uscente Ali Bongo Ondimba nelle elezioni presidenziali del 26 agosto con il 64,27%. Subito dopo i militari appaiono alla televisione annunciando di aver deposto Bongo e di avere preso il potere”. “Nella notte si sono sentiti spari, ma da quello che sappiamo si è trattato di colpi esplosi in aria. Non si registrano al momento morti o feriti” affermano le fonti. “È tutto l’esercito, compresa la Guardia Repubblicana, i pretoriani del Presidente, ad avere effettuato il colpo di Stato. Anche gendarmeria e polizia appaiono compatte e unite con i militari” precisano le fonti.
Subito dopo il voto il governo di Bongo aveva imposto il coprifuoco e interrotte le connessioni Internet (vedi Fides 28/8/2023) anche perché il suo principale avversario, Albert Ondo Ossa, aveva denunciato "frodi orchestrate" da parte del campo presidenziale e aveva chiesto di essere dichiarato vincitore al termine dello scrutinio.
“La prima cosa avvenuta subito dopo la presa di potere dei golpisti è stata la ripresa delle comunicazioni Internet” sottolineano le nostre fonti. “La popolazione comunque ha paura, memore delle violenze del 2009 e del 2016 e teme quello che potrà accadere”. Nel loro comunicato i golpisti hanno dichiarato di aver preso il potere con queste parole: “Noi, forze di difesa e sicurezza, riunite nel Comitato per la transizione e il ripristino delle istituzioni (CTRI), a nome del popolo gabonese e garante della protezione delle istituzioni, abbiamo deciso di difendere la pace ponendo fine al regime al potere”.
Le elezioni erano un appuntamento atteso con apprensione. Alla vigilia del voto i Vescovi in un messaggio reso pubblico il 23 agosto avevano ribadito che “Le elezioni sono un luogo di espressione della scelta politica di un popolo e sono un segno di legittimità per l'esercizio del potere. Il mancato rispetto della Costituzione nazionale, della legge o del verdetto delle elezioni libere, giuste e trasparenti manifesterebbe un grave fallimento nella governance e significherebbe una mancanza di competenza nella gestione della cosa pubblica". I Vescovi chiedevano di “prevenire litigi e violenze in ogni forma dopo le elezioni”. (L.M.) (Agenzia Fides 30/8/2023)
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ASIA/ MONGOLIA - La “gioia più bella” di padre Marengo. «Guardate a Lui e sarete raggianti»
 
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di Gianni Valente

Ulanbaatar (Agenzia Fides) - «Guardate a Lui e sarete raggianti». Il versetto del Salmo 34 è stato scelto come motto episcopale dal Vescovo Giorgio Marengo, missionario della Consolata e Prefetto apostolico di Ulaanbaatar, creato Cardinale da Papa Francesco nel Concistoro del 27 agosto agosto 2022. Guardando le immagini e ascoltando le parole del secondo video-reportage prodotto per l’Agenzia Fides da Teresa Tseng Kuang yi in vista del viaggio di Papa Francesco in Mongolia (1-4 settembre), il versetto-motto sembra cogliere la cifra intima della vita e dell’avventura missionaria di padre Marengo in Mongolia. Un’avventura in cui le gioie prevalgono in sovrabbondanza sulle fatiche, sulle difficoltà e sullo spettacolo delle proprie povertà. «Io» confessa il Prefetto di Ulaanbaatar fin dai primi passaggi del video «sono grato che il Signore abbia voluto mandarmi qui».

La «gioia più bella» a cui accenna il Cardinale missionario (vedi il video allegato) non nasce dal contemplare con legittima soddisfazione i frutti del proprio lavoro e della propria dedizione. A riempire il cuore di gratitudine più grande è l’aver contemplato l’operare della grazia nel tempo, l’aver visto come «al di là di tutte le nostre difficoltà e le nostre povertà, il Signore si apriva la strada nel cuore di queste persone, che poi hanno deciso di affidarsi a lui». Il contemplare come poi «il Signore guidava la vita di queste persone, in maniera misteriosa e molto personalizzata». Questa - insiste nel video-reportage padre Marengo «è sicuramente la gioia più bella», «Accompagnare le persone nel loro cammino di fede».

Nel video-reportage scorrono ricordi e immagini degli inizi: il primo volo preso a 27 anni da Seul per raggiungere Ulaanbaatar («Sentimmo parlare le hostess in mongolo. Dicevo: chissà se un giorno riusciremo anche noi a imparare questa lingua»), la prima messa “pubblica” celebrata in una Ger, la tradizionale tenda mongola («Quello, me lo ricordo come un momento molto, molto bello»).
Il Cardinale accenna anche alla importante riscoperta della precedente presenza cristiana in territorio mongolo, la vicenda di quella Antica Chiesa d’Oriente, di impronta teologica nestoriana, che nei primi secoli del Medioevo aveva raggiunto anche la Cina: «A noi piace e ci sembra doveroso ricollegarsi a questo passato» annota il Cardinale Marengo «perché a volte il cristianesimo in Mongolia viene considerato come qualcosa di recente, di nuovo e di importato», mentre in Mongolia «In realtà la fede cristiana ha delle radici molto antiche», e «sappiamo anche che nell'epoca del grande impero di Gengis Khan, alcuni condottieri, soldati erano di fede cristiana».
Il Cardinale Marengo accenna anche alle difficoltà e alle fatiche fatte per entrare nella lingua e nella cultura mongola, con la sua «matrice nomadica» così diversa dalle culture europee «sedentarie», e che si riflette anche nel modo di concepire le abitazioni e nella concezione del tempo: per una cultura nomadica «tutto dev'essere trasportabile, leggero e provvisorio», mentre nelle culture sedentarie c’è sempre la tendenza a «costruire cose che rimangono nel tempo».
Lo sguardo attento a cogliere le distinzioni e a trasformarle in reciproco scambio di doni viene applicato da Marengo anche alla sua vicenda personale, e in particolare alla scelta pontificia di crearlo Cardinale, scelta che ha portato nel Collegio Cardinalizio il rappresentante di una Chiesa locale che conta meno di 1500 battezzati.
Con la chiamata a far parte del Collegio dei Cardinali, padre Marengo fa notare che la sua esperienza di pastore di una piccola comunità ecclesiale locale «si allarga anche un po’ all'universalità della Chiesa, per offrire alla Chiesa universale quello che l'esperienza di una Chiesa missionaria così piccola e così nuova può avere». Il Cardinale missionario parla di un «doppio movimento», con il quale «la particolarità di questa Chiesa» viene vissuta «dentro l'universalità della Chiesa cattolica tutta». Il Cardinale coglie anche la convenienza di favorire uno «scambio» propizio tra «la freschezza della fede in un contesto come quello mongolo»e «la ricchezza della tradizione ecclesiale che ci arriva da Chiese con più lunga esperienza».
Questa - sembrano indicare le suggestive parole del Cardinale Marengo - è l’occasione propizia che si affaccia sull’orizzonte del prossimo viaggio di Papa Francesco in Mongolia: suggerire a tutti che ogni Chiesa è sempre Chiesa nascente, dipendente in ogni suo passo dalla grazia di Cristo, e non si “costruisce” per forza propria, anche nei posti in cui si sono alzate cattedrali grandiose e sono sorti Imperi cristiani; ogni Chiesa è “pellegrina” sulla scena di questo mondo, «la cui figura passa» (Paolo VI); ogni Chiesa è nomade, come le genti della Mongolia con le loro tende, sempre in cammino verso il compimento dei tempi.
(Agenzia Fides 25/7/2023)
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ASIA/BANGLADESH - Si aggrava la crisi umanitaria dei Rohingya, mentre prosegue la ricerca di giustizia
 
Cox's bazar (Agenzia Fides) – “A sei anni da quando centinaia di migliaia di Rohingya furono costretti a fuggire dalle loro case in Myanmar per rifugiarsi nel vicino Bangladesh, sottoposti a un’escalation di violenze e atrocità da parte delle forze di sicurezza del Myanmar che hanno provocato la perdita dei loro cari e delle loro case, nessuno è stato ritenuto responsabile di questi crimini", ha dichiarato Nicholas Koumjian, a capo del "Meccanismo investigativo indipendente per il Myanmar", creato nel 2018 dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite per lavorare a favore della giustizia. L'organismo ha il compito di raccogliere e analizzare le prove dei crimini internazionali più gravi e di altre violazioni del diritto internazionale commessi in Myanmar dal 2011, allo scopo di facilitare giustizia e responsabilità.
"Stiamo raccogliendo testimonianze e altre prove sulla violenza fisica inflitta a tanti Rohingya e abbiamo avviato un’indagine sulle attività commerciali, sulle fattorie e le altre proprietà che sono state loro sottratte. Vogliamo capire se dietro questi crimini c’è una motivazione finanziaria e stabilire chi ha tratto profitto dalla campagna contro i Rohingya", ha affermato Koumjian, lanciando un appello: "Chiediamo agli Stati di fornirci accesso a testimoni e informazioni nei loro territori. Il perseguimento della giustizia per i Rohingya è uno sforzo globale. Solo insieme possiamo garantire che i responsabili ne affrontino le conseguenze e che quanti hanno subito l’orrore di questi crimini abbiano giustizia".
Una richiesta di risarcimento, nel sesto anniversario della tragica operazione in Myanmar, raggiunge anche la nota multinazionale informatica "Meta". In un momento in cui si riflette sulle conseguenze devastanti dell’operazione militare di sei anni fa, la Ong "Amnesty International" solleva una richiesta affinché la società madre di Facebook assuma le responsabilità per il ruolo che la piattaforma ha avuto nella pulizia etnica di questa minoranza perseguitata. Amnesty, grazie alle indagini del suo programma "Big Tech Accountability", mette in luce come gli algoritmi di Facebook e l’inseguimento sfrenato di profitti abbiano contribuito a creare un ambiente tossico in cui l’odio si è radicato, portando a conseguenze tragiche per i Rohingya.
Intanto la situazione dei 700.000 rifugiati Rohingya fuggiti dal Myanmar e presenti oggi in Bangladesh si aggrava: "I rifugiati Rohingya a Cox's Bazar, in Bangladesh, sono completamente dipendenti dagli aiuti, vivono in case temporanee e hanno poca libertà d’azione nella loro vita quotidiana. I rifugiati hanno espresso chiaramente i loro desideri: tutto ciò deve cambiare", afferma il "Norwegian Refugee Council" (NRC), Ong presente in Bangladesh, attiva nell'assistenza ai Rohingya. Insieme con i partner locali la Ong fornisce alloggi, acqua, igiene e servizi igienico-sanitari ed è impegnata a garantire continuità educativa ai rifugiati, raggiungendo oltre 150.000 persone.
“L’ultimo anno - rileva il NCR - ha portato una serie di sfide tra cui un ciclone, incendi e frane. Si è registrato un deterioramento della situazione della sicurezza e due tagli alle razioni alimentari. Questa situazione costringe sempre di più a fare una scelta impossibile: rimanere nei campi e soffrire la prospettiva di malnutrizione e insicurezza o compiere pericolose traversate marittime alla ricerca di una possibilità di autosufficienza e nuova vita".
L'Ong nota che "i rifugiati non possono lavorare in Bangladesh, nonostante le ripetute richieste da parte della popolazione di poter provvedere a se stessi. Così i Rohingya dipendono completamente dai finanziamenti dei donatori per sopravvivere. Tuttavia, gli aiuti disponibili sono appena sufficienti a coprire i bisogni di base, con i finanziamenti per la crisi dei Rohingya in rapida diminuzione a causa delle crisi concorrenti nel mondo". Per allentare la pressione sui campi profughi in Bangladesh, auspica NRC, "è necessario un reinsediamento maggiore ed efficiente dei rifugiati nei paesi terzi".
Nei campi "i bisogni sanitari rimangono enormi e gli aiuti umanitari sono insufficienti", ha confermato “Medici senza Frontiere” (MSF). "A seguito dell’epidemia di scabbia e della chiusura di diversi centri sanitari per mancanza di fondi, nel corso del 2022 l’afflusso di pazienti in uno dei nostri ospedali è aumentato del 50%", rileva l'organizzazione, notando che "le condizioni sono progressivamente peggiorate di anno in anno".
"Le persone continuano a vivere in condizioni di sovraffollamento, in strutture non permanenti ed esposte ad incendi e a disastri naturali, senza la possibilità di spostarsi in aree più sicure e costruire abitazioni. Negli ultimi anni abbiamo registrato un peggioramento delle condizioni sanitarie della popolazione Rohingya, a causa delle pessime condizioni di vita a cui sono costretti", afferma MSF. Nel 2023, nota l'Ong, si registra "una vera e propria emergenza sanitaria", con il più alto aumento settimanale di pazienti affetti da colera dal 2017, mentre già nel 2022 i casi di febbre dengue sono aumentati di dieci volte rispetto all’anno precedente. MSF avverte che anche l'ospedale materno infantile e l'ospedale pediatrico gestiti dall'organizzazione hanno già raggiunto la capacità massima per numero di ricoveri.
"I campi avrebbero dovuto essere una soluzione temporanea ma dopo sei anni continuano ad essere l’unica sistemazione per queste persone. Se le inefficaci strategie di contenimento dei paesi donatori non cambieranno, la popolazione Rohingya continuerà ad essere estremamente vulnerabile alle epidemie di malattie infettive", ha spiegato Arunn Jegan, Capomissione di MSF in Bangladesh.
L'allarme riguarda anche i fondi per l’assistenza umanitaria: "Negli ultimi due anni i fondi stanziati dai paesi delle Nazioni Unite e da cui dipende la vita di circa un milione di Rohingya sono diminuiti gradualmente", rileva MSF, mentre a marzo 2023 le razioni alimentari del Programma Alimentare Mondiale dell'Onu (WFP) sono state ridotte dall’equivalente di 12 dollari al mese per persona a 10 dollari, fino a 8 dollari a giugno: questo ha avito un impatto notevole sui casi di malnutrizione tra le donne in gravidanza e in allattamento e sulla malnutrizione acuta tra i bambini sotto i cinque anni.
(PA) (Agenzia Fides 30/8/2023)

giovedì 19 maggio 2022

Fides News Situazione drammatica: continua la sofferenza tra i più poveri, neanche la classe media è risparmiata

 

AFRICA/ETIOPIA - Situazione drammatica: continua la sofferenza tra i più poveri, neanche la classe media è risparmiata
 
Addis Abeba (Agenzia Fides) - “Prima abbiamo avuto i moti rivoluzionari antigovernativi, poi la speranza con l’elezione del Primo ministro Aby, ma è arrivato il Covid. Se non bastasse, l’inasprimento della guerra tra il governo federale e il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF), al termine della quale arriva la guerra in Ucraina e le prospettive di una siccità molto forte”. E’ quanto ha dichiarato all’Agenzia Fides una fonte anonima della Chiesa cattolica locale che ha descritto la situazione economica devastante che sta pesantemente gravando sul Paese.
“In Etiopia la situazione è drammatica. I prezzi sono aumentanti, tutto diventa sempre più complicato. I più poveri stanno zitti, soffrono sempre, ma la classe media con l’attuale stipendio non riesce a comprare neanche il teff, la farina tipica del paese, per il fabbisogno mensile. Anche la benzina è aumentata di molto. Purtroppo stanno venendo meno anche i fondi per le missioni e in questa situazione assistere i poveri che crescono di giorno in giorno è sempre più difficile”.
Oltre alla crisi economica vanno registrati scontri in Tigrai con l’Eritrea. La situazione rimane molto tesa e difficile e, secondo le Nazioni Unite, un totale di 1,39 milioni di bambini nella regione del Tigray stanno attualmente perdendo l'istruzione a causa della guerra, con gravi conseguenze per i traumi che stanno vivendo.
L’Etiopia sta continuando il processo di modernizzazione delle sue forze armane e il parlamento ha approvato un accordo di cooperazione militare quinquennale di 100 milioni di TRY (63 milioni di dollari) con la Turchia.
(GF/AP) (Agenzia Fides 19/05/2022)

mercoledì 9 febbraio 2022

Per la prima volta un cristiano copto diventa Presidente della Suprema Corte Costituzionale (Agenzia Fides 9 febbraio 2022)


 
 
 
AFRICA/EGITTO - Per la prima volta un cristiano copto diventa Presidente della Suprema Corte Costituzionale
 
Il Cairo (Agenzia Fides) - Il Presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi ha nominato Presidente della Suprema Corte Costituzionale d’Egitto il giudice cristiano copto Boulos Fahmy, finora vice-Presidente della medesima istituzione. Il nuovo Presidente subentra al giudice Said Marei Amr, dimessosi per motivi di salute, Il decreto repubblicano n°51 del 2022, firmato dal Presidente al Sisi, stabilisce che il nuovo titolare dell’incarico assuma il pieno esercizio delle sua funzioni a partire da oggi, mercoledì 9 febbraio.
Boulos Fahmy, 65 anni, è il primo cristiano copto a occupare la posizione apicale della Corte Costituzionale, fin dalla sua istituzione. È nato il 1 gennaio 1957 e attualmente è il quarto giudice membro della Corte per ordine di anzianità. Nominato alla Procura della Repubblica nel 1978, è salito negli incarichi fino a diventare giudice di Corte d'appello nel 1997 e poi Capo della Corte d’Appello nel 2001. Il giudice copto esercitava il ruolo di vice. Presidente della Corte costituzionale dal 2014, dopo aver occupato la medesima carica per la prima volta dal 2010 al 2012.
Il nuovo Presidente della Suprema Corte Costituzionale è autore di numerosi libri e ricerche di carattere giuridico, e in passato ha ricevuto in più occasioni incarichi di consulente da parte di ministeri e istituzioni governative.
La Suprema Corte Costituzionale d’Egitto è un organo costituzionale giudiziario indipendente della Repubblica Araba d'Egitto, istituito nel 1979, in sostituzione della Corte suprema creata dieci anni prima dal Presidente Gamal Abd el Nasser. La principale funzione svolta dalla Corte è quella di verificare e confermare la costituzionalità di leggi e regolamenti emanati dalle autorità egiziane che ne sono competenti. La Corte Costituzionale è anche istanza suprema a cui ricorrere in caso di conflitti di giurisdizione, ed è chiamata a sciogliere le contraddizioni tra sentenze emesse dall’autorità giudiziaria.
L’articolo 2 della attuale Costituzione egiziana, entrata in vigore nel 2014, riconosce i “principi della Sharia islamica” come “principale fonte della legislazione”. Dopo la Rivoluzione del 2011, nella parentesi in cui il governo fu guidato dai Fratelli Musulmani, la Suprema Corte ha rappresentato uno dei principali fattori istituzionali di opposizione ai programmi di rigida islamizzazione della legislazione egiziana.
I media egiziani hanno presentato la nomina di Fahmy a capo della Corte Costituzionale come un ennesimo segno della volontà del Presidente al Sisi di garantire ai cristiani la possibilità di accedere anche ai vertici delle istituzioni egiziane. Intanto, come riferito dall’Agenzia Fides (vedi Fides 11/1/2022), Il Parlamento egiziano si appresta a approvare la nuova legge sullo statuto personale dei cittadini cristiani. Una legge attesa da decenni dalla Chiesa copta ortodossa e dalle altre Chiese e comunità ecclesiali presenti in Egitto, che conterrà anche disposizioni rilevanti su delicate questioni inerenti al diritto di famiglia.
Il coinvolgimento delle Chiese e comunità ecclesiali presenti in Egitto nel lungo iter per la stesura di una nuova legge sullo statuto personale, era iniziato già nel 2014 (cfr. Fides 22/11/2014). Già a quel tempo il Ministero della giustizia aveva sottoposto ai responsabili delle diverse Chiese una bozza della legge, con la richiesta di studiare il testo e far pervenire in tempo breve le proprie considerazioni in merito. I tempi di stesura della bozza si sono allungati soprattutto per i negoziati volti a garantire la formulazione di un testo che, pur essendo unitario, tutelasse comunque i diversi approcci ecclesiali a materie come la separazione coniugale e il divorzio, regolate in maniera differente dalle varie confessioni cristiane.
(GV) (Agenzia Fides 9/2/2022)

giovedì 13 gennaio 2022

Agenzia Fides 13 gennaio 2022 incendio accidentale distrugge il campo profughi nei pressi della Cattedrale di Alindao

 


AFRICA/CENTRAFRICA - Un incendio accidentale distrugge il campo profughi nei pressi della Cattedrale di Alindao
 

Bangui (Agenzia Fides) – Circa 1.500 alloggi distrutti dalle fiamme e ingenti danni materiali ad altre strutture, una ventina di persone sono state ricoverate in ospedale. È il bilancio del violento incendio che ha devastato l’11 gennaio il campo profughi della Chiesa cattolica “Galileo”, nel centro di Alindao, città a 500 km ad est di Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana. Galileo è il più grande sito di sfollati interni della città di Alindao, situato all'interno della Cattedrale del Sacro Cuore di Alindao. Attualmente ospita gli sfollati di Basse-Kotto in fuga dagli abusi dell'UPC di Ali Darass.
Sono 4.803 le persone rimaste prive di alloggio, che necessitano di cibo, acqua e generi di prima necessità, secondo quanto ha dichiarato all'AFP Anita Cadonau, responsabile delle comunicazioni dell'Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari in Centrafrica (OCHA).
Secondo le autorità, l’incendio sarebbe di origine accidentale. La struttura aveva subito un altro incendio il 12 febbraio 2020 ed è stata attaccata più volte dai ribelli (vedi Fides 17/11/2018 e 3/12/2018).
Dall'inizio della guerra civile nel 2013, centinaia di migliaia di persone sono fuggite dai combattimenti.
All'inizio del 2022, secondo l'ultimo rapporto OCHA, la Repubblica Centrafricana conta più di 670.000 sfollati interni e 741.000 rifugiati nei Paesi vicini.
(L.M.) (Agenzia 13/1/2022)

mercoledì 29 dicembre 2021

Padre Adeleke ucciso per un tentativo di sequestro, dopo aver celebrato l’Eucarestia

 

AFRICA/NIGERIA - Padre Adeleke ucciso per un tentativo di sequestro, dopo aver celebrato l’Eucarestia
 
Abeokuta (Agenzia Fides) - “Padre Luke è stato vittima di un atto di violenza, crediamo fosse un tentativo di rapimento, un sequestro a scopo di riscatto. I colpi sparati dai banditi erano probabilmente puntati alle gomme del veicolo su cui viaggiava, invece sono entrati nella macchina e lo hanno colpito prima ad una gamba e poi all’altra. Padre Luke ferito, con le forze rimaste, ha provato a guidare fino al più vicino ospedale ma si trovava a circa 50 km dal luogo dove è stato colpito. Così, poco prima di arrivarci ha perso tutte le forze, ha perso conoscenza ed è spirato”. È questa la ricostruzione dei fatti che hanno condotto alla morte del sacerdote trentottenne Luke Adeleke, parroco di Sant’Antonio a Ijemo Fadipe, nello Stato nigeriano di Ogun, lo scorso 24 dicembre, come riferisce all’Agenzia Fides don Gregory Fadele, Direttore delle Comunicazioni sociali della diocesi di Abeokuta, cui il sacerdote ucciso apparteneva.
Prosegue don Gregory Fadele: “Don Luke aveva appena celebrato l'Eucarestia per la comunità locale che si raduna nella cappella di Ogunmakin, collegata alla principale parrocchia, e stava tornando a casa. A bordo con lui viaggiava un ragazzo di 11 anni che per fortuna è rimasto illeso. Nella strada che costeggia la foresta, a un certo punto alcuni banditi hanno iniziato a sparare probabilmente per un tentativo di rapimento. In genere agiscono in rete e, quando scorgono una macchina in cui presumono ci sia una persona che, sequestrata, possa fruttare un riscatto, agiscono. Di recente, la situazione è peggiorata, entrano in azione con chiunque, senza riguardo al tipo di macchina o al presunto benessere economico del guidatore. Presumiamo che volessero sparare alle gomme dell’auto, invece i proiettili hanno colpito il nostro sacerdote a entrambe le gambe. Padre Luke ha cominciato a perdere molto sangue. Era molto debole ma è riuscito a guidare per avvicinarsi all’ospedale ma quando è arrivato era già in fin di vita”.
La Polizia dello Stato di Ogun ha dichiarato di essere accorsa subito sul luogo e di aver ingaggiato una sparatoria con i banditi, riuscendo a ferirne alcuni. Ma nessuno è stato ancora arrestato. “In realtà – riferisce il Direttore - non abbiamo visto né sentito interventi degli agenti e, al momento, non abbaiamo conferme di azioni tempestive. Allo stesso modo la stampa ha dichiarato di essersi rivolta alla diocesi per avere informazioni, ma finora non abbiamo visto né sentito nessuno”. “Nelle grandi città – conclude – se si esclude la zona a Nord dove è in azione Boko Haram, i rapimenti sono piuttosto rari. Il problema si riscontra fuori dalla città, nelle zone delle foreste, o nelle strade che collegano le città alle zone più periferiche. In tali aree i rapimenti sono più frequenti e Padre Luke è stato vittima di un tentativo di sequestro”.
I funerali del prete si terranno nella giornata del 31 dicembre prossimo presso la Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo ad Adatan, nella diocesi di Abeokuta.
(LA) (Agenzia Fides 29/12/2021)

martedì 16 novembre 2021

Da Agenzia Fides : Protocollo tra Chiesa copta e governo egiziano per migliorare le condizioni di vita nelle aree rurali 16 novembre 2021

 



AFRICA/EGITTO - Protocollo tra Chiesa copta e governo egiziano per migliorare le condizioni di vita nelle aree rurali
 
Il Cairo (Agenzia Fides) – “Per una vita dignitosa”. E’ questa la formula che esprime ispirazione e obiettivi del Protocollo appena sottoscritto da rappresentanti del governo egiziano e della Chiesa copta ortodossa per favorire progetti e iniziative volte a migliorare le condizioni dei vita nei villaggi disseminati nelle vaste aree rurali del Paese. Alla cerimonia di sottoscrizione del Protocollo d’intesa hanno partecipato anche Nabila Makram Abdel Shahid, Ministra per l’immigrazione e gli affari degli egiziani all’estero, e Anba Julius, che attualmente guida il dipartimento del Patriarcato copto ortodosso per l’ecumenismo e le questioni sociali. Il Protocollo è stato sottoscritto anche dalla signora Aya Omar al Qamari, Presidente del Consiglio direttivo della Fondazione “Vita dignitosa” (Decent Life Foundation), terzo partner del progetto da sviluppare su scala nazionale con l’obiettivo di innalzare il tenore di vita nelle aree economicamente e socialmente più depresse della grande nazione nordafricana. A sottoscrivere il progetto in rappresentanza del dicastero governativo, è stato l'Ambasciatore Amr Abbas, Assistente del Ministero dell'Immigrazione e degli affari riguardanti la diaspora egiziana all’estero.
La strategia di fondo del progetto punta a coinvolgere le comunità della diaspora egiziana sparse in tutto il mondo come potenziali attori del sostegno economico a favore di progetti di sviluppo sociale da avviare nelle zone rurali del Paese. L’iniziativa si rivolge in particolare alle comunità di emigrati egiziani radicate da tempo nei Paesi del Nord- America e dell’Europa, anche con l’implicito obiettivo di rinsaldare i rapporti non sempre sereni tra quelle comunità e la leadership politica egiziana. In margine alla firma del protocollo, il 
Decent Life Foundation – come riferito dal sito d’informazione Copts United - ha ringraziato dell’opportunità offerta alla Chiesa cattolica di offrire la propria collaborazione a sostegno di un progetto volto ad assicurare la piena uguaglianza dei cittadini egiziani in merito alle opportunità di accesso ai servizi sociali e a condizioni di vita migliori.
Il coinvolgimento della Chiesa copta ortodossa nel sostegno al progetto “Vita dignitosa”, inserito nella strategia si sviluppo sostenibile “Egypt Vision 2030” sponsorizzata dall’attuale leadership politica egiziana, conferma a suo modo l’intensità con cui le comunità cristiane egiziane partecipano alle dinamiche reali della vita nazionale, lontano dalle recriminazioni sulla propria “marginalità” che connotano tanti pronunciamenti di rappresentanti di altre comunità cristiane sparse nei Paesi arabi. La partecipazione della Chiesa copta al progetto condiviso con il governo e con la Fondazione “Vita dignitosa” rappresenta anche un banco di prova dei vincoli e delle relazioni – segnati anche nel recente passato da polemiche e tensioni – tra il Patriarcato copto ortodosso e le comunità della diaspora. Nell’agosto 2016, come riferito dall’Agenzia Fides (vedi Fides 8/8/2016), il Patriarca copto ortodosso Tawadros II espresso pubblicamente la sua contrarietà alle dimostrazioni promosse in Usa da gruppi della diaspora copta per protestare contro violenze settarie registrate nei mesi precedenti contro le comunità cristiane copte in varee aree del territorio egiziano. Quell'interventoaveva voluto rappresentare una netta e autorevole sconfessione rispetto a iniziative dimostrative messe in agenda soprattutto negli Usa, dove già nel luglio 2016 militanti di sigle copte avevano organizzato un sit-in davanti alla Casa Bianca.
Le comunità copte ortodosse sono sparse in almeno 50 Paesi di tutto il mondo. I Vescovi copti ortodossi che svolgono il loro ministero fuori dall'Egitto sono più di 30. Alcuni imprenditori copti “in diaspora” hanno raggiunto notorietà internazionale grazie alle loro iniziative. Fra questi figura Naguib Sawiris, operatore leader a livello mondiale nel settore delle telecomunicazioni. (GV) (Agenzia Fides 16/11/2021)

lunedì 14 giugno 2021

Da Agenzia Fides News 14 giugno 2021

 

AFRICA/BURKINA FASO - “A cosa servono le basi militari straniere nel Sahel?” chiedono i Vescovi dopo la strage di Solhan
 
Ouagadougou (Agenzia Fides) – Il Burkina Faso è sotto choc per la strage di Solhan, il villaggio nel nord-est del Paese assalito nella notte tra il 4 e il 5 giugno, nel quale almeno 160 persone sono state uccise (vedi Fides 7/6/2021), affermano i Vescovi di Burkina Faso e Niger in un comunicato pubblicato al termine della loro seconda Assemblea Plenaria.
“Indubbiamente si stanno compiendo notevoli sforzi nella lotta al terrorismo e dobbiamo congratularci con tutte le parti coinvolte, in particolare le forze di difesa e di sicurezza. Il tragico evento di Solhan, ci ha però scioccati e fa apparire l'idra terrorista in una luce che uccide l'ottimismo che stava cominciando a rinascere tra le popolazioni” affermano nel documento pervenuto all’Agenzia Fides. All’Apertura dell’Assemblea, il Cardinale Philippe Ouedraogo, Arcivescovo di Ouagadougou, aveva espresso le condoglianza della Conferenza Episcopale di Burkina Faso e Niger alle vittime del massacro (vedi Fides 10/6/2021).
Nella nota i Vescovi si chiedono se la presenza di basi militari straniere nei Paesi del Sahel contribuisca o meno a rafforzare la sicurezza delle popolazioni locali. “La notte d’orrore di Solhan mostra che lo spettro terrorista sta diventando sempre più minaccioso per una popolazione che è tuttavia circondata da basi militari, sia nazionali che straniere. Questo crea forte perplessità nelle popolazioni, con una prospettiva allarmante di incommensurabile disagio degli sfollati in questo periodo di inizio inverno” scrivono i Vescovi facendo riferimento alla stagione secca saheliana, detta “invernale”.
“Naturalmente ci si interroga sul valore della presenza di tante forze straniere nei nostri territori, poiché la speranza dei frutti delude sempre più la promessa dei fiori. Questa osservazione è di grande preoccupazione per le popolazioni; preoccupazione che condividiamo. Quando arriva la fine del tunnel?” chiedono i Vescovi.
Il 12 giugno migliaia di persone si sono radunate a Dori, nel nord del Burkina Faso, per denunciare “l'inerzia” delle autorità dopo il massacro di Solhan (L.M.) (Agenzia Fides 14/6/2021)
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AFRICA - Terrorismo e violenza: situazione insostenibile nei paesi dell’Africa occidentale Abidjan (Agenzia Fides) – "La subregione dell'Africa occidentale sta purtroppo diventando il bastione del terrorismo in Africa. Una situazione che diventa sempre più preoccupante" scrive all’Agenzia Fides p. Donald Zagore, teologo ivoriano della Società per le Missioni Africane, esprimendo tutta la sua preoccupazione e l'allarme per la situazione dell'area. Il conflitto tra forze governative e gruppi armati legati a Isis e al-Qaeda, nella parte occidentale del Sahel, ha devastato gran parte della regione nell’ultimo decennio, innescando una significativa crisi umanitaria. Secondo i dati del progetto Armed Conflict and Location Event Data Project sono morte quasi 7.000 persone a causa del peggioramento dei combattimenti lo scorso anno. E, secondo quanto pubblicato dalle Nazioni Unite, le continue violenze hanno provocato lo sfollamento interno di oltre due milioni di persone.
Rileva padre Zagore: "Aumentano gli sfollati e i morti. Intere popolazioni che vivono in condizioni di totale precarietà non ce la fanno più - insiste il missionario -. Instabilità politica quasi permanente, violazione dei valori democratici, corruzione su vasta scala, povertà sempre più accentuata, ascesa al potere dei cartelli della droga e dell'oro clandestino, che contribuiscono enormemente al finanziamento del terrorismo, stanno aggravando le condizioni sociali, politiche ed economiche in questa parte dell'Africa".
"Fino a quando i nostri Stati rimarranno prigionieri di tutti questi mali senza mai combatterli con vigore, le loro porte saranno ampiamente aperte a tutte le forme di violenza e di terrorismo per eccellenza. Non è più tempo di discorsi ed eterni vertici sulla lotta al terrorismo. E’ il momento di agire. Le persone non devono diventare prigioniere nel proprio paese" dice accorato il missionario.
Tra gli altri gravi episodi di violenza registrati nella giornata di ieri, 13 giugno 2021, si segnala la morte di almeno due soldati e un gendarme, rimasti uccisi dall’esplosione del loro veicolo a causa di un ordigno esplosivo nella regione di Tèhini, nel nord-est della Costa d'Avorio, vicino al confine con il Burkina Faso. Secondo quanto riportato da fonti locali l'esplosione ha provocato anche tre feriti a meno di una settimana da un attacco di sospetti jihadisti nella cittadina di Tougbo, a pochi chilometri dal confine con il Burkinabè.
Il conflitto nella regione del Sahel ha causato una delle più grandi crisi umanitarie del mondo, con 24 milioni di persone bisognose di aiuti quest'anno e 13 milioni che soffrono la fame, secondo l'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA). Con le sue vaste distese desertiche poco controllate e i confini porosi, il Sahel si è rivelato terreno fertile per l'ascesa della militanza islamista in una delle regioni più povere del mondo, mentre il cambiamento climatico ha peggiorato la competizione per le risorse in diminuzione. Secondo un recente studio commissionato dal Catholic Relief Services (CRS) in Mali, Burkina Faso e Niger la disoccupazione giovanile e la mancanza di opportunità economiche sono la causa principale della violenza, spingendo molti giovani a unirsi a gruppi armati. In Africa Occidentale una élites dell'1% possiede ricchezza più di tutto il resto della popolazione e i governi non fanno abbastanza per ridurre la disuguaglianza attraverso politiche come la tassazione e la spesa sociale, ha affermato l'Ong Oxfam.
(DZ/AP) (Agenzia Fides 14/06/2021)
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ASIA/MYANMAR - Preti cattolici arrestati e rilasciati dall'esercito: violenze a Mandalay Mandalay (Agenzia Fides) - I militari birmani hanno arrestato e rilasciato sei sacerdoti cattolici e un laico cattolico nel villaggio di Chan Thar, nell'Arcidiocesi di Mandalay, 700 km a nord di Yangon. Come conferma all'Agenzia Fides p. Dominic Jyo Du, Vicario generale dell'Arcidiocesi di Mandalay, nella notte tra il 12 e il 13 giugno, militari birmani hanno fatto irruzione nel complesso della chiesa dell'Assunzione e nella annessa casa del clero arrestando il parroco e altri sacerdoti che erano in visita da lui, compiendo una capillare perquisizione della struttura. L'irruzione è stata motivata dal fatto che, secondo alcuni informatori, alcuni parlamentari della Lega nazionale per la democrazia si nascondono in chiese cattoliche e monasteri buddisti. Nel blitz compito nelle ore notturne, i militari hanno divelto il cancello del complesso della chiesa cattolica dell'Assunzione, costruita 200 anni fa dai missionari francesi delle Missioni Estere di Parigi (MEP). A causa dell'arrivo dell'esercito, molti abitanti del villaggio, compresi anziani, donne, malati, sono fuggiti nelle vicine foreste e poi il giorno dopo, alla fine dell'operazione, sono potuti rientrare nelle loro case.
Come riferisce p. Dominic Jyo Du, dopo una notte di interrogatori in stato di fermo, il 13 giugno, intorno all'1,30 di pomeriggio, tutti sono stati rilasciati: "E' stata comunque un'esperienza terribile, dal carattere intimidatorio. Non sono stati maltrattati o torturati ma, quando a un sacerdote è stato intimato di spogliarsi dell'abito sacro, il parroco si è opposto, dicendo che avrebbero potuto anche ucciderlo, ma non l'avrebbe fatto. E' stato coraggioso. I militari non hanno insistito e li hanno rispettati. A volte i militari rispettano gli uomini di Dio, a volte no. Dipende dalle persone".
La gente del luogo ha potuto riabbracciare i preti cattolici. Nel villaggio di Chan Thar si ricorda il primo sacerdote missionario cattolico francese, p. Joseph Pho, MEP, che arrivò in questo villaggio nel 1902, mentre oggi nel villaggio è ancora operante una clinica aperta dalle suore francescane nel 1919. La presenza cattolica è molto apprezzata da tutta la popolazione.
Nell'attuale situazione di crisi, migliaia di persone di ogni ceto sociale vengono arrestate, incarcerate "a causa di informazioni errate, fornite da informatori pro militari", segnala una fonte di Fides. A Mandalay proseguono gli scontri tra le locali di difesa del popolo (People's Defence force) e agenti di polizia e dell'esercito birmano che continuano a compiere raid e perquisizioni notturne nelle case, in edifici civili come scuole, in luoghi di culto come chiese, pagode, monasteri. In risposta le forze della resistenza si organizzano per colpire obiettivi militari.
Mandalay, antica capitale della Birmania (oggi Myanmar) prima dell’arrivo degli inglesi, è disseminata di templi buddisti e rappresenta lo spirito mistico del paese, segnata dal buddismo Hinayana.
(PA-JZ) (Agenzia Fides 14/6/2021) top^    

ASIA/AFGHANISTAN - Le donne afgane: senza giustizia, la guerra proseguirà Kabul (Agenzia Fides) - È preoccupata Nargis Nehan, direttrice dell’Organizzazione non governativa “Equality for Peace and Democracy”. “Con il ritiro delle truppe, sembra che la società civile non sia più utile come prima alla comunità internazionale”. Già Ministra per il Petrolio e le risorse naturali, volto noto dell’attivismo nella capitale afghana, Nehan nota che al disimpegno militare sta corrispondendo un disimpegno diplomatico e finanziario. Il 14 aprile 2021 il Presidente degli Statu Uniti, Joe Biden, ha annunciato che il ritiro delle truppe statunitensi, incondizionato, avverrà entro l’11 settembre 2021. Lo stesso vale per i Paesi che contribuiscono coi i loro eserciti alla missione della Nato. Nelle ambasciate straniere si stilano piani di evacuazione. I donatori appaiono più riluttanti a sostenere nuovi progetti. “Non siamo coinvolte a sufficienza nelle discussioni di alto livello”, lamenta Nehan. Spesso, sostiene, “ le donne afgane sono chiamate a parlare soltanto di diritti delle donne, ma abbiamo idee su tutto: dal processo di pace al quadro regionale”.
Previsto dall’accordo bilaterale tra Usa e Talebani del febbraio 2020, il negoziato intra-afghano, tra Talebani e fronte repubblicano, è iniziato soltanto nel settembre 2020. Non ha prodotto risultati significativi. I Talebani hanno disertato una Conferenza dell’Onu prevista lo scorso aprile in Turchia, con il pretesto che la data scelta da Biden per il ritiro completo posticipava di 4 mesi quanto concordato a Doha. Da allora, la violenza è cresciuta.
"È la prima volta in vent’anni che mi sento veramente minacciata”. Così racconta all’Agenzia Fides Najba Ayoubi, giornalista, direttrice di “The Killid Radio”, rete indipendente di radio afgane con sedi in otto province del Paese. Negli ultimi mesi si sono registrati numerosi omicidi mirati contro giornalisti e giornaliste, membri della società civile, giudici, funzionari governativi. Nessun gruppo rivendica gli omicidi. La violenza cresce anche sui fronti militari, con i Talebani alla conquista di nuovi distretti e il governo concentrato nella protezione dei capoluoghi provinciali. Per Najiba Ayoubi “quando si entra in un negoziato il primo passo dovrebbe essere accettare un cessate il fuoco. Solo dopo si negozia”. I Talebani avrebbero scelto invece “la strada sbagliata. Vogliono andare al potere con la forza”. Per Najiba Ayoubi resta importante trovare un accordo politico tra il governo di Kabul e i Talebani. Ma nota che “firmare un documento non produrrà la pace”. “Il processo politico è importante, ma senza pace sociale ci saranno sempre altri conflitti. Qui c’è una società in guerra da 40 anni. Tante famiglie chiedono giustizia”. Se non si soddisfano le richieste di giustizia, la guerra proseguirà”, conclude la direttrice di The Killid Radio.
(GB-PA) (Agenzia Fides 14/6/2021)
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    AMERICA/MESSICO - Sacerdote ucciso in una sparatoria tra cartelli del narcotraffico Jalisco (Agenzia Fides) - Il Ministro Provinciale della Provincia Francescana dei santi Francisco e Santiago in Messico, padre Angel Gabino Gutiérrez Martinez, OFM, ha informato della morte violenta del suo confratello, padre Juan Antonio Orozco Alvarado, OFM, vittima, insieme ad altre persone, di uno scontro fra bande armate tra i cartelli che si disputano il territorio.
La comunicazione del Superiore francescano porta la data del 12 giugno, ed è pervenuta a Fides domenica 13 giugno festa di Sant'Antonio di Padova. La notizia è stata confermata da una nota della Prelatura di Jesús María (del Nayar), suffraganea di Guadaljara, che indica la mattina di sabato 12 giugno come data del sanguinoso evento, in cui oltre al sacerdote ci sono altri morti e feriti.
La comunità cattolica di Guadalajara ha riferito che il sacerdote ha perso la vita mentre si stava recando a celebrare la messa nella comunità di Tepehuana de Pajaritos. Alcuni membri armati del cartello di Jalisco Nueva Generación (CJNG) e del cartello di Sinaloa hanno iniziato ad attaccarsi a vicenda, il sacerdote e il piccolo gruppo di fedeli della comunità che lo avevano accolto e con lui si stavano recando in chiesa, si sono trovati nel mezzo dello scontro.
Padre Juan Antonio Orozco Alvarado aveva 33 anni, era parroco a Santa Lucía de la Sierra, nel municipio di Valparaíso nello stato di Zacatecas, Jalisco. "Padre Juanito", come era conosciuto, aveva iniziato solo 6 mesi fa il suo lavoro pastorale nella zona.
La Conferenza Episcopale Messicana (CEM) ha deplorato il fatto, auspicando che Nostra Signora de Guadalupe "consoli il nostro dolore con il suo cuore di madre e ripristini la giustizia e la pace nella nostra società". La CEM ha inoltre ricordato che Fray Juan - originario di Monclova - è stato "vittima della violenza che esiste nel nostro Paese".
(CE) (Agenzia Fides 14/06/2021)

venerdì 5 marzo 2021

Ucciso il magistrato che stava indagando sull’omicidio dell’Ambasciatore italiano e dei suoi accompagnatori

 

AFRICA/CONGO RD - Ucciso il magistrato che stava indagando sull’omicidio dell’Ambasciatore italiano e dei suoi accompagnatori
 
Kinshasa (Agenzia Fides) – Ucciso il magistrato che stava indagando sull’agguato del 22 febbraio, nel quale sono rimasti vittime l’Ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo, Luca Attanasio, il carabiniere di scorta, Vittorio Iacovacci, e l’autista congolese Mustafa Milambo (vedi Fides 23/2/2021).
“Fonti locali dichiarano che stava tornando da una riunione a Goma, nell’ambito dell’inchiesta sulla sicurezza dell’area e in particolare sull’omicidio dell’Ambasciatore italiano e dei suoi due accompagnatori” confermano a Fides fonti missionarie che operano nel Nord Kivu, nell’est della RDC, di cui Goma è capoluogo.
In un comunicato inviato a Fides, l’Ong locale CEPADHO (Centro Studi per la Pace, la Democrazia e i Diritti Umani) afferma di “aver appreso con forte sgomento dell'assassinio del maggiore William Assani, magistrato presso il Tribunale militare di Rutshuru il 2 marzo, rimasto vittima di un agguato all'altezza di Katale, sull'asse stradale Rutshuru – Goma, da dove proveniva”. “Questo crimine è stato perpetrato da uomini armati, non identificati, uno dei quali è stato neutralizzato dalla risposta avviata dalle FARDC (l’esercito congolese)” precisa la dichiarazione.
“Il CEPADHO condanna con veemenza questo atto spregevole e barbaro, da considerarsi un vero sabotaggio alla magistratura, visto l'impegno e l'abnegazione che ha caratterizzato il Magistrato Militare nel Territorio di Rutshuru. La nostra Organizzazione, scioccata e scandalizzata per la morte del maggiore William Assani, sollecita le autorità perché avviino indagini credibili per trovare gli assassini, affinché gli autori di questo delitto non restino impuniti” conclude il CEPADHO. (L.M.) (Agenzia Fides 5/3/2021)

mercoledì 24 febbraio 2021

2 articoli di Agenzia Fides sul caso dell'Ambasciatore in Congo

 

AFRICA/CONGO RD - “L’attacco all’Ambasciatore italiano è la manifestazione eloquente del terrorismo che la popolazione deve affrontare da anni”
 
Kinshasa (Agenzia Fides) – L’ONG congolese per i diritti umani CEPADHO, nel porgere le condoglianze per l’uccisione di Luca Attanasio, del carabiniere di scorta, Vittorio Iacovacci e dell’autista congolese Mustafa Milambo, condanna fermamente questo crimine e qualifica “l’attacco come una manifestazione eloquente del terrorismo che la popolazione deve affrontare da diversi anni nel Nord Kivu”.
Nel comunicato inviato all’Agenzia Fides il CEPADHO “incoraggia le autorità congolesi a coinvolgere le forze armate congolesi, la Polizia, i Servizi di sicurezza civile e militare, nella ricerca attiva degli autori di questo barbarie, in modo che vengano arrestati e che rispondano penalmente per il loro atto. In questa occasione, CEPADHO invita le Grandi Potenze a mostrare più solidarietà con la RDC a caccia di gruppi armati e movimenti terroristici, in vista della loro eliminazione immediata e definitiva nell'est del paese”. (L.M.) (Agenzia Fides 24/2/2021)

AFRICA/CONGO RD - “L’Ambasciatore Attanasio era vicino al mondo missionario” dice una volontaria salesiana
 
Kinshasa (Agenzia Fides) - Luca Attanasio, l’Ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo, “era vicino al mondo missionario che opera nell’est del Paese”, dove è stato ucciso insieme al carabiniere di scorta, Vittorio Iacovacci, e all’autista congolese Mustafa Milambo. Lo afferma, in un colloquio con l’Agenzia Fides, Monica Corna, Capo missione salesiana VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo) in RDC, che ha lavorato a fianco dei Salesiani per 18 anni.
“Il dottor Attanasio era bene conosciuto dalla comunità missionaria nel Nord Kivu” dice Monica Corna, che da 18 anni opera con il VIS presso il centro don Bosco a Goma, il capoluogo della provincia orientale congolese. “Era sicuramente una persona molto entusiasta, che credeva in quello che faceva” dice la volontaria. “L’Ambasciatore Attanasio si era recato nel Nord Kivu per constatare di persona la difficile realtà delle popolazioni locali: per lui era importante vedere una certa realtà per avere una visione diretta per essere un vero testimone”.
Sulla dinamica dell’agguato Monica Corna dice “non ho elementi per fare supposizioni su quel che è successo”, ma aggiunge che "se è comprensibile l’emozione che la morte dei nostri connazionali ha suscitato in Italia, non bisogna cedere alla rabbia e spero che un atto del genere non faccia dire a qualcuno 'basta aiuti al Congo'. Questo sarebbe andare contro lo spirito che ha animato l’Ambasciatore Attanasio, che credeva che la Repubblica Democratica del Congo dovesse avere il posto che le spetta tra le nazioni”.
“La reazione dei congolesi è di dolore e di sgomento” afferma la volontaria. “Molti si chiedono perché il nostro Paese deve far notizia a livello internazionale solo quando accadono tragedie del genere”.
In effetti la stampa internazionale si occupa della RDC e in particolare di questa area, solo quando nelle violenze sono coinvolti cittadini stranieri, soprattutto se occidentali. “Ma le violenze contro le popolazioni locali sono quasi quotidiane ma cadono nel silenzio” sottolinea la volontaria del VIS.
L’agguato che ha portato all’uccisione dei tre uomini è avvenuto nella mattinata di ieri, 22 febbraio, nei pressi del villaggio di Kibumba, tre chilometri da Goma. Le circostanze del triplice omicidio sono ancora in fase di accertamento. (L.M.) (Agenzia Fides 23/2/2021)

sabato 23 gennaio 2021

AFRICA/BURKINA FASO - Prete ucciso: si rafforza la pista jihadista. Nel Sahel le violenze dei terroristi hanno provocato 2 milioni di sfollati Ouagadougou (Agenzia Fides)

 

AFRICA/BURKINA FASO - Prete ucciso: si rafforza la pista jihadista. Nel Sahel le violenze dei terroristi hanno provocato 2 milioni di sfollati
 
Ouagadougou (Agenzia Fides) – Si rafforza l’ipotesi che don Rodrigue Sanon, il parroco di Soubaganyedougou (diocesi di Banfora) sia stato vittima di un gruppo jihadista (vedi Fides 21 e 22 gennaio 2021). Secondo gli inquirenti, il sacerdote, bloccato lungo la strada Soubaganyedougou - Banfora, nei pressi di Toumousséni, sarebbe stato ucciso dai suoi rapitori una volta scopertisi braccati dalle forze dell’ordine. Un modo di agire più simile a quello di un gruppo terroristico che non di una banda di delinquenti comuni. È stato scoperto un coltello vicino al corpo insanguinato del sacerdote.
La scomparsa del prete cattolico ha suscitato forte emozione tra i fedeli che si stanno mobilitando nella cattedrale di San Pietro per pregare per l'anima del defunto. Una messa verrà celebrata in assenza del corpo di don Sanon. Su indicazione del procuratore presso il Tribunal de Grande Instance di Banfora, la salma è stata infatti trasferita ieri sera a Ouagadougou per l'autopsia, dove è stata organizzata una veglia di preghiera.
La violenza jihadista nel Sahel ha provocato la fuga di milioni di persone. Secondo l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), il numero di persone in fuga dalla violenza nella regione del Sahel in Africa occidentale è quadruplicato negli ultimi due anni, con 2 milioni sfollati all’interno del proprio Paese. Il Sahel ha anche più di 850.000 rifugiati in altri Paesi principalmente provenienti dal Mali.
I militanti legati ad al Qaeda e allo Stato Islamico hanno ampliato il loro raggio d'azione nella regione semiarida ai margini del Sahara, alimentando conflitti etnici in Burkina Faso, Mali e Niger e costringendo intere comunità a fuggire dalle proprie case. Più della metà degli sfollati all'interno del proprio Paese si trova in Burkina Faso, dove molti sono costretti a dormire all'aperto e non hanno abbastanza acqua.
"Le comunità che ospitano gli sfollati hanno raggiunto un punto di rottura", ha detto il portavoce dell’UNHCR Boris Cheshirkov. "La risposta umanitaria è pericolosamente sotto pressione e l'UNHCR sta sollecitando la comunità internazionale a raddoppiare il suo sostegno alla regione”. (L.M.) (Agenzia Fides 23/1/2021)
Ouagadougou (Agenzia Fides) – Si rafforza l’ipotesi che don Rodrigue Sanon, il parroco di Soubaganyedougou (diocesi di Banfora) sia stato vittima di un gruppo jihadista (vedi Fides 21 e 22 gennaio 2021). Secondo gli inquirenti, il sacerdote, bloccato lungo la strada Soubaganyedougou - Banfora, nei pressi di Toumousséni, sarebbe stato ucciso dai suoi rapitori una volta scopertisi braccati dalle forze dell’ordine. Un modo di agire più simile a quello di un gruppo terroristico che non di una banda di delinquenti comuni. È stato scoperto un coltello vicino al corpo insanguinato del sacerdote.
La scomparsa del prete cattolico ha suscitato forte emozione tra i fedeli che si stanno mobilitando nella cattedrale di San Pietro per pregare per l'anima del defunto. Una messa verrà celebrata in assenza del corpo di don Sanon. Su indicazione del procuratore presso il Tribunal de Grande Instance di Banfora, la salma è stata infatti trasferita ieri sera a Ouagadougou per l'autopsia, dove è stata organizzata una veglia di preghiera.
La violenza jihadista nel Sahel ha provocato la fuga di milioni di persone. Secondo l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), il numero di persone in fuga dalla violenza nella regione del Sahel in Africa occidentale è quadruplicato negli ultimi due anni, con 2 milioni sfollati all’interno del proprio Paese. Il Sahel ha anche più di 850.000 rifugiati in altri Paesi principalmente provenienti dal Mali.
I militanti legati ad al Qaeda e allo Stato Islamico hanno ampliato il loro raggio d'azione nella regione semiarida ai margini del Sahara, alimentando conflitti etnici in Burkina Faso, Mali e Niger e costringendo intere comunità a fuggire dalle proprie case. Più della metà degli sfollati all'interno del proprio Paese si trova in Burkina Faso, dove molti sono costretti a dormire all'aperto e non hanno abbastanza acqua.
"Le comunità che ospitano gli sfollati hanno raggiunto un punto di rottura", ha detto il portavoce dell’UNHCR Boris Cheshirkov. "La risposta umanitaria è pericolosamente sotto pressione e l'UNHCR sta sollecitando la comunità internazionale a raddoppiare il suo sostegno alla regione”. (L.M.) (Agenzia Fides 23/1/2021)

lunedì 18 gennaio 2021

Agenzia Fides 18 gennaio 2021: Barbaramente ucciso un sacerdote cattolico

 

AFRICA/NIGERIA - Barbaramente ucciso un sacerdote cattolico
 
Abuja (Agenzia Fides) – Rapito e ucciso P. John Gbakaan, parroco della chiesa di Sant'Antonio di Gulu, nella diocesi di Minna. nell'area del governo locale di Lapai, nello Stato del Niger, che è stato ucciso il 15 gennaio lungo la strada Lambata-Lapai.
Lo ha confermato ieri, domenica 17 gennaio, il parroco di Santa Teresa a Madala, p. John Jatau, secondo il quale p. Gbakaan, insieme a suo fratello e ad un altro prete, il 14 gennaio si era recato a Makurdi nello stato di Benue per andare a trovare sua madre.
Il 15 gennaio, sulla via del ritorno, il sacerdote e il fratello sono stati attaccati da uomini armati lungo la strada Lambata-Lapai. L’assalto è avvenuto intorno alle 9 di sera, nei pressi del villaggio di Tufa. I due uomini sono stati catturati da banditi armati, che poi sabato 16 gennaio hanno chiamato la diocesi di Minna, chiedendo la somma di trenta milioni di Naira, poi ridotta a cinque milioni di Naira.
Nel frattempo però il corpo esanime del sacerdote è stato ritrovato legato a un albero, nei pressi della strada dove è avvenuto il rapimento. P. Gbakaan sarebbe stato ucciso a colpi di machete, talmente violenti da rendere difficile il riconoscimento.
Nella boscaglia è stata ritrovata anche la Toyota Venza su cui viaggiava il sacerdote. Non si hanno ancora notizie del fratello, che sarebbe ancora nelle mani dei banditi.
L'Associazione Cristiana della Nigeria, CAN, ha chiesto al governo federale di porre fine al rapimento e all'uccisione di leader religiosi da parte di banditi nel Paese. Il vicepresidente della CAN (regione settentrionale), Rev. John Hayab, ha definito "scioccante e dolorosa" l'uccisione del sacerdote cattolico, affermando che l'insicurezza nel Nord ha assunto una dimensione allarmante. “Abbiamo ricevuto la notizia del rapimento e dell'uccisione del nostro caro P. John con grande shock e dolore” ha detto il Rev. Hayab. “Oggi nel nord della Nigeria molte persone vivono nella paura e molti giovani hanno paura di diventare sacerdoti o pastori perché la vita di questi è in grande pericolo. “Quando banditi o rapitori si rendono conto che la loro vittima è un prete o un pastore, sembra che uno spirito violento si impadronisca del loro cuore per chiedere un riscatto maggiore e in alcuni casi arrivano al punto di uccidere la vittima” dice il responsabile della CAN. “Stiamo semplicemente supplicando il governo federale e tutte le agenzie di sicurezza di fare tutto il necessario per porre fine a questo male”. (L.M.) (Agenzia Fides 18/1/2021)


lunedì 21 febbraio 2011

AFRICA/LIBIA - “La comunità cattolica non è stata coinvolta negli scontri” dice a Fides il Vicario Apostolico di Tripoli

AFRICA/LIBIA - “La comunità cattolica non è stata coinvolta negli scontri” dice a Fides il Vicario Apostolico di Tripoli




Tripoli (Agenzia Fides) - “Dal luogo nel quale mi trovo non constato niente, la città è silenziosa ed è ferma. Non c’è niente che faccia pensare agli scontri, anche se ho avuto notizie di scontri e saccheggi avvenuti nella notte. La comunità cattolica non ha incontrato finora particolari difficoltà” dice all’Agenzia Fides S.E. Mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, Vicario Apostolico di Tripoli, in Libia. “Molti fedeli si recano nelle nostre chiese per implorare la pace. Le due chiese, di Tripoli e di Bengasi, non hanno subito alcuna offesa. Le diverse comunità di religiose che operano negli ospedali della Cirenaica (Bengasi, Tobruk e altre località) sono impegnate a curare i feriti degli scontri. In ogni città della zona c’è una comunità religiosa femminile. A Tripoli vi sono le suore di Madre Teresa che lavorano in alcuni centri sociali”.

Mons. Martinelli spiega che la Chiesa in Libia opera a favore delle numerose comunità di fedeli stranieri, provenienti dall’Asia, da altri Paesi africani e dall’Europa. “Oltre al servizio pastorale offriamo anche un servizio sociale perché abbiamo un gran numero di immigrati (eritrei e di altri Paesi dell’Africa sub-sahariana) che hanno come punto di riferimento la Chiesa. Per queste persone le nostre chiese sono sia luogo di culto che luogo di assistenza e di socializzazione”.

Secondo le informazioni di agenzia in Libia, ed in particolare in Cirenaica (est del Paese) è in atto una rivolta della popolazione repressa nel sangue dalle forze di sicurezza. I morti e i feriti sarebbero centinaia. (L.M.) (Agenzia Fides 21/2/2011)

sabato 19 febbraio 2011

Internet e fame nel mondo

EUROPA/ITALIA - Un nuovo servizio per portare la connessione internet nelle zone remote del mondo




Roma (Agenzia Fides) - Nel 2010 in Africa Sub-Sahariana solo 6 persone su 100 hanno utilizzato internet. Nella Repubblica Democratica del Congo, dove il Movimento Lotta Fame nel Mondo (MLFM) ha già installato 10 parabole, questo indice scende allo 0,5%. Questi dati sono sconcertanti se si pensa che nel mondo occidentale l’accesso a internet oscilla tra il 49% dell’Europa e il 70% degli Stati Uniti d’America. I paesi più poveri del mondo come Niger, Sierra Leone e Repubblica Democratica del Congo non arrivano all’1%. Il divario tecnologico e informatico rappresenta un ostacolo allo sviluppo sociale ed economico in una società dell’informazione come quella attuale, poiché impedisce alle informazioni di circolare e quindi ai popoli di crescere in termini di accesso alle opportunità globali, all’educazione e alla consapevolezza dei propri diritti. Secondo quanto comunica all’Agenzia Fides il MLFM, da un decennio l'organizzazione combatte il digital divide attraverso progetti specifici volti non solo al semplice accesso alle tecnologie, ma anche a particolari metodologie di aiuto e supporto quali la telemedicina e la formazione a distanza. MLFM, al fine di ampliare il raggio d’azione della sua missione, ha fondato internet4dev, per offrire le proprie competenze e i servizi ad esse annessi a tutti gli enti che operano nel settore dello sviluppo fornendo loro un servizio internet economicamente sostenibile ed efficiente attraverso la tecnologia satellitare. (AP) (19/2/2011 Agenzia Fides)

giovedì 9 dicembre 2010

Preghiamo per lui!

AFRICA/CONGO RD - Ucciso un seminarista gesuita in Congo
Kinshasa (Agenzia Fides)- Un seminarista gesuita di nazionalità togolese, Nicolas Eklou Komla, è stato ucciso domenica 5 dicembre sulla strada Belair di Mont Ngafula, alla periferia di Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo.
Nella notte tra il 4 e il 5 dicembre, il seminarista stava rientrando a piedi con alcuni colleghi allo scolasticato gesuita “St Pierre Canisius” di Kimwenza, quando un uomo armato e mascherato ha bloccato il loro cammino, probabilmente per rapinarli. Ne è una nata una discussione che è presto degenerata: il bandito ha sparato alcuni colpi di arma da fuoco che hanno colpito il seminarista, che è deceduto alcune ore dopo.
Nicolas Eklou Komla, era nato il 4 giugno 1985 in Togo, ed era entrato nella Compagnia di Gesù il 7 ottobre 2008. Aveva emesso i primi voti il 2 ottobre 2010. Nicolas Eklou Komla era giunto nella RDC due mesi fa per studiare filosofia.
I funerali del seminarista si terranno l’11 dicembre presso la Chiesa Sainte Marie de Kimwenza. Nicolas Eklou Komla verrà inumato nel cimitero dello scolasticato “St Pierre Canisius”di Kimwenza. (L.M.) (Agenzia Fides 9/12/2010)

giovedì 4 novembre 2010

La più grande arma contro la violenza è il perdono

AFRICA/NIGERIA - “È possibile sconfiggere il male con il bene” scrive l’Arcivescovo di Jos, al centro dei recenti scontri
Jos (Agenzia Fides)- “È stato incredibile vedere quello che la crisi del 17 gennaio 2010 ha provocato negli abitanti di Jos e dintorni. La pazzia, che è stata lasciata libera di agire, ha provocato la distruzione di chiese e moschee, con diverse persone costrette a sfollare perché le loro abitazioni e i loro esercizi commerciali sono stati distrutti” scrive S.E. Mons. Ignatius A. Kaigama, Arcivescovo di Jos, capoluogo dello Stato nigeriano di Pleteau, dove periodicamente esplodono violenti scontri intercomunitari (vedi Fides 25/3/2010), con conseguenze molto pesanti per la popolazione locale. Mons. Kaigama, in un articolo pubblicato localmente e inviato a Fides, ricorda che “le persone hanno visto i risparmi di una vita andare in fiamme e i propri cari mutilati o uccisi. La natura comunitaria della vita familiare è stata turbata quando le famiglie divise dalla crisi sono state costrette a vivere a distanza di chilometri, incontrandosi occasionalmente per curare le proprie ferite, per poi separarsi di nuovo”.
Ma non è sempre stato così, perché come scrive Mons. Kaigama, “senza dubbio, la città di Jos è stata una delle città più tranquille della Nigeria, favorita da un clima sereno e dalle bellezze naturali. Il calore e la generosità della sua gente hanno conquistato molti. Negli ultimi decenni, a causa dello sfruttamento minerario dello stagno, si è creato un mix di attività locali, nazionali ed internazionali, che ha fatto sì che cittadini di diversi Paesi si siano installati a Jos. Non stupisce, che lo Stato stesso avesse adottato il nome di “Casa della pace e del turismo”. Purtroppo, la crisi del 2001 ha creato una diffidenza e un’animosità senza precedenti tra la minoranza costituita dalla comunità di coloni musulmani Hausa / Fulani e la maggior parte degli indigeni cristiani. Prima della crisi, entrambe le comunità condividevano in qualche misura le festività, sociali, religiose e politiche, con poco o nessun pregiudizio o discriminazione”.
La Chiesa cattolica insieme agli uomini di buona volontà di altre fedi cerca di porre fine a questa situazione e di aiutare le vittime delle violenze. L’Arcivescovo di Jos ha ricordato in particolare il suo amico, l’Emiro Haruna Abdullahi di Wase, morto di recente (vedi Fides 6/10/2010), come una delle personalità più impegnate nel costruire ponti tra le diverse comunità dell’area. Oltre alla Chiesa locale, anche la comunità cattolica universale è impegnata ad aiutare gli abitanti dello Stato di Plateau a ritrovare la pace, come testimoniato dalla recente visita a Jos di S.E. il Cardinale Peter Turkson, Presidente del Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace.
Mons. Kaigama conclude descrivendo la sua visita nel villaggio di Mazah, che era stato attaccato il 17 luglio. “Sono rimasto colpito dagli striscioni con la scritta: “la più grande arma contro la violenza è il perdono”. Cosa c’è di più vero? Il bene può veramente sconfiggere il male, se c’è la volontà”. (L.M.) (Agenzia Fides 4/11/2010)

martedì 26 ottobre 2010

AFRICA/BENIN - Appello a Fides della Caritas Benin: “Abbiamo bisogno urgente di vivere e medicinali”



Cotonou (Agenzia Fides)- “Abbiamo bisogno urgente di medicinali e di viveri per soccorrere la popolazione colpita dalle alluvioni” dice a Fides suor Léonie, Segretario Generale della Caritas Benin.
“La Caritas ha mobilitato le Caritas parrocchiali per distribuire i viveri agli sfollati. La Caritas del Benin, insieme ad altre organizzazioni, è stata incaricata dal governo di coordinare gli aiuti nelle zone colpite” dice suor Léonie. “Abbiamo lanciato un appello tramite la rete di Caritas Internazionalis per l’invio in Benin di medicinali e di viveri. Caritas Germania e il Secours Catholique della Francia hanno promesso di aiutarci”.
“Abbiamo registrato finora 846 casi di colera, di cui 7 mortali. Vi sono inoltre malaria e diarrea. Abbiamo bisogno di farmaci per curare questa malattie, degli insetticidi e delle reti di protezione contro le zanzare anofele” dice suor Léonie.
Secondo l’Ufficio per gli Affari Umanitari dell’ONU, le inondazione in Africa occidentale e centrale hanno provocato almeno 400 morti e colpito 1 milione e mezzo di persone, dall’inizio delle stagioni delle piogge a giugno. (L.M.) (Agenzia Fides 26/10/2010)

AFRICA/CONGO RD - Si prepara una nuova guerra nel nord Kivu?



Kinshasa (Agenzia Fides)- Una nuova guerra nell’est della Repubblica Democratica del Congo è alle porte? È quanto si chiedono i missionari della “Rete Pace per il Congo” che riferiscono a Fides alcune indicazioni apparse sulla stampa internazionale su una possibile inedita alleanza tra forze dissidenti rwandesi e milizie congolesi per rovesciare il governo del Presidente Paul Kagame in Rwanda.
“Incrociando le informazioni apparse sia sulla ‘Libre Belgique’ sia sul ‘Congo Tribune’, nel nord Kivu, nell’est della RDC, si starebbero concentrando le forze della coalizione composta dai dissidenti del CNDP rimasti fedeli a Nkunda, dalle FDLR e dai Mai Mai congolesi” spiegano a Fides i responsabili della Rete. Il Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP) è un movimento ribelle congolese, guidato da Laurent Nkunda, che agisce nel Kivu. Dopo l’arresto di Nkunda da parte del Rwanda (dove è stato posto agli arresti domiciliari), il CNDP ha raggiunto un accordo con il governo di Kinshasa, e una parte dei suoi uomini sono stati integrati nell’esercito nazionale congolese. Le Forze Democratiche per la Liberazione del Rwanda (FDLR) sono un gruppo ribelle rwandese, composto in maggioranza di hutu, che dopo il 1994 si oppone al governo di Kigali. Opera però nel Kivu, così come i Mai Mai, una serie di milizie di autodifese congolesi, che si oppongono alla presenza straniera sul loro territorio. La coalizione anti Kagame sarebbe guidata dal generale Faustin Kayumba Nyamwasa, ex capo di Stato Maggiore dell’esercito rwandese, e compagno d’armi di Kagame, da qualche tempo rifugiatosi in Sudafrica, dove è sfuggito ad un tentativo di assassinio. Il governo rwandese lo accusa di essere il mandante di una serie di attentati commessi a Kigali.
Per bloccare sul nascere questa coalizione, il governo del Rwanda e quello della RDC starebbero preparando un’offensiva militare nel nord Kivu contro le FDLR e gli uomini di Nkunda. Vi sono voci non confermate dell’invio nell’est del Congo di truppe rwandesi in preparazione della nuova offensiva in coordinamento con l’esercito congolese.
“Il generale Nyamwasa- ricordano le fonti di Fides- è figlio di genitori tutsi e hutu. Questo potrebbe essere visto da qualche potenza, che vorrebbe sostituire Kagame, come un fattore di riconciliazione nazionale, in vista forse di nuovi scenari geopolitici regionali e internazionali”.
“Nyamwasa, però- aggiungono le nostre fonti- ha un grave handicap. È ricercato dalla giustizia spagnola per la morte dei frati maristi spagnoli, uccisi a Bukavu nel novembre 1996”. (L.M.) (Agenzia Fides 26/10/2010)

martedì 21 settembre 2010

La Citè Guanella

AFRICA/R.D.CONGO - Microcredito per 17 giovani della Cité Guanella
Kinshasa (Agenzia Fides) - Nuova esperienza di autonomia e responsabilità per 17 giovani accolti nella Citè Guanella, 11 dei quali già reinseriti in quattro villaggi circostanti e 6 ancora minori, sotto tutela dei guanelliani, fino al compimento della maggiore età. Il progetto, partito alla fine di maggio, ha previsto un programma specifico di formazione al microcredito, per la realizzazione e la gestione di microimprese. “Le attività scelte dai giovani, si legge in una nota di padre Guido Matarrese, responsabile della Citè Guanella, sono per la maggior parte agricole e prevedono la coltivazione di un ettaro di terreno con culture miste: manioca, melanzane pluviali, peperoncino pluviale, verdure locali. Uno dei giovani ha preferito realizzare una boutique commerciale a Kinshasa, mentre un altro, ha scelto di avviare una piccola attività come barbiere in città”. I sei minorenni, di circa 17 anni, sono stati coinvolti nell’avviamento di una boutique per la vendita di prodotti vari di consumo presso la Cité Guanella. “Il ricavato in questo caso, sottolinea padre Guido, servirà in primis a saldare il credito ricevuto e successivamente ad accumulare il piccolo capitale che permetterà a ciascuno dei 6 giovani, una volta raggiunti i 18 anni, di diventare autonomi economicamente, prendendo ciascuno la propria strada”. L’iniziativa è stata curata dalla ong italiana CISP (Comitato internazionale per lo sviluppo dei popoli), che ha ottenuto un finanziamento specifico per la promozione del progetto. (AP) (21/9/2010 Agenzia Fides)

giovedì 29 luglio 2010

AFRICA/UGANDA - Si delinea uno scenario complesso dietro gli attentati di Kampala



Kampala (Agenzia Fides)- Continuano le indagini relative al duplice attentato commesso l’11 luglio nella capitale ugandese Kampala. Gli attentati, che hanno provocato 76 morti e centinaia di feriti, sono stati rivendicati dagli Shabab, il gruppo integralista somalo che si oppone al Governo di Transizione di Mogadiscio appoggiato da una forza di intervento africana, composta in gran parte da soldati ugandesi.
Le autorità di polizia ugandesi hanno arrestato una quarantina di persone, accusate di aver preso parte agli attentati, molte delle quali sono somali. L’Uganda accoglie infatti un certo numero di rifugiati somali e addestra sul suo suolo una parte dell’esercito del Governo di Transizione della Somalia. Secondo quanto riporta il quotidiano “The Monitor” starebbe emergendo una trama più complessa e allarmante all’origine degli attentati dell’11 luglio. Il giornale cita un rapporto dell’intelligence ugandese del settembre 2009 secondo il quale vi era un piano per compiere attentati dinamitardi a Kampala da parte di elementi delle Allied Democratic Forces (ADF) con il supporto degli Shabab. L’ADF è un gruppo formato nel 1996 da integralisti musulmani, che si è in seguito unito ad un altro gruppo di guerriglia, la National Army for the Liberation of Uganda.
“L’ADF è un gruppo debole che dal 2001 non riesce più ad operare in Uganda. I suoi componenti si sono rifugiati da tempo nell’est della Repubblica Democratica del Congo. Mi sembra improbabile che siano coinvolti negli attentati di Kampala” dice a Fides Sua Eccellenza Mons. Egidio Nkaijanabwo, Vescovo di Kasese, la diocesi nel sud-ovest dell’Uganda dove l’ADF ha operato per alcuni anni. “Dal 1996 al 2001 questo gruppo ha seminato l’insicurezza nella nostra diocesi ed anche la Chiesa ne ha sofferto. Il gruppo si richiama all’islamismo radicale ed era appoggiato da una potenza esterna. In seguito, intorno al 2001, l’esercito ugandese è riuscito a riprendere il controllo dell’area. Da allora i guerriglieri dell’ADF si sono rifugiati in Congo”.
L’ADF/NALU, rimasto pressoché inattivo per anni, da qualche settimana ha fatto parlare di sé da quando l’esercito congolese ha lanciato un’offensiva contro le sue basi nel nord Kivu. Secondo le organizzazioni umanitarie internazionali che operano nell’area, i combattimenti hanno provocato la fuga di circa 90mila civili.
Il rapporto dell’intelligence ugandese citato da “The Monitor” afferma che l’ADF ha 800 combattenti, “tutti musulmani, il 40% dei quali sono ugandesi, il resto congolesi, tanzaniani, senegalesi, somali e altri provenienti dall’Africa occidentale”. Il gruppo è guidato da Jamil Mukulu, un cattolico convertito alla religione islamica, che sarebbe stato ferito negli ultimi giorni nell’est del Congo. Secondo “The Monitor” prima degli attentati dell’11 luglio, l’esercito ugandese aveva preparato un attacco contro le basi dell’ADF/NALU in Congo, con l’appoggio dei congolesi e degli Stati Uniti. Se queste notizie verranno confermante si viene a delineare uno scenario complesso dove all’islamismo radicale e alla lotta al terrorismo condotta dagli Stati Uniti, si sovrappongono le tensioni esistenti nell’area da decenni. Sullo sfondo rimangono le immense ricchezze congolese e il petrolio ugandese, il cui sfruttamento è stato avviato da poco. (L.M.) (Agenzia Fides 29/7/2010)

venerdì 2 luglio 2010

Durerà?

AFRICA/TANZANIA - È nato il primo Mercato Comune dell’Africa
Arusha (Agenzia Fides) - È entrato ufficialmente in vigore il 1° luglio 2010 il Mercato Comune della Comunità Economica dell'Africa Orientale (EAC), al quale aderiscono Kenya, Tanzania, Uganda, Rwanda e Burundi.
Secondo quanto stabilito da un accordo raggiunto nel novembre 2009 ad Arusha (Tanzania), dove ha sede l’EAC, i 5 Paesi dell’Africa centro-orientale hanno dato vita al primo mercato comune del continente che prevede la libera circolazione di persone, servizi, merci e capitali tra i partecipanti.
Secondo il Ministro keniano per l’integrazione regionale, il mercato comune sarà pienamente operativo solo nel 2015, perché occorre ancora armonizzare le diverse legislazioni nazionali.
Il prossimo passo è la creazione di un’Unione Monetaria. Entro dicembre di quest’anno le Banche centrali nazionali dei cinque paesi membri della Comunità dovranno creare un meccanismo per facilitare gli scambi di valuta all’interno dell’EAC. Attualmente infatti quando un abitante di uno dei Paesi della Comunità si reca in un altro Stato partner, in genere usa valuta straniera (dollari, euro) come mezzo di scambio. Secondo gli accordi presi ad Arusha dai governatori delle Banche Centrali dei 5 Stati dell’AEC, dal gennaio 2011 sarà possibile usare la propria valuta in un altro Stato della Comunità. Si vuole infine creare un sistema che faciliti i pagamenti all’interno dell’area AEC.
La creazione della zona di libero scambio dell’EAC ha suscitato l’attenzione di partner esterni. La Turchia intende negoziare con la Comunità un’intesa di libero scambio e un accordo quadro per facilitare gli investimenti. Dal 28 al 30 settembre 2010 a Dar es Salaam, capitale della Tanzania, si terrà inoltre un forum d’affari tra la Turchia e l’EAC. (L.M.) (Agenzia Fides 2/7/2010)