Occupiamoci di diritti umani...magari rispettati oppure di fatti da porre in evidenza
Una verità irrisolta
ispirazione quindi impegno
Visualizzazione post con etichetta calamità naturali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta calamità naturali. Mostra tutti i post
martedì 26 ottobre 2010
AFRICA/BENIN - Appello a Fides della Caritas Benin: “Abbiamo bisogno urgente di vivere e medicinali”
Cotonou (Agenzia Fides)- “Abbiamo bisogno urgente di medicinali e di viveri per soccorrere la popolazione colpita dalle alluvioni” dice a Fides suor Léonie, Segretario Generale della Caritas Benin.
“La Caritas ha mobilitato le Caritas parrocchiali per distribuire i viveri agli sfollati. La Caritas del Benin, insieme ad altre organizzazioni, è stata incaricata dal governo di coordinare gli aiuti nelle zone colpite” dice suor Léonie. “Abbiamo lanciato un appello tramite la rete di Caritas Internazionalis per l’invio in Benin di medicinali e di viveri. Caritas Germania e il Secours Catholique della Francia hanno promesso di aiutarci”.
“Abbiamo registrato finora 846 casi di colera, di cui 7 mortali. Vi sono inoltre malaria e diarrea. Abbiamo bisogno di farmaci per curare questa malattie, degli insetticidi e delle reti di protezione contro le zanzare anofele” dice suor Léonie.
Secondo l’Ufficio per gli Affari Umanitari dell’ONU, le inondazione in Africa occidentale e centrale hanno provocato almeno 400 morti e colpito 1 milione e mezzo di persone, dall’inizio delle stagioni delle piogge a giugno. (L.M.) (Agenzia Fides 26/10/2010)
Etichette:
Africa,
Benin,
calamità naturali,
epidemie
venerdì 24 settembre 2010
Tasse in Pakistan
ASIA/PAKISTAN - La società civile: più tasse ai ricchi per aiutare gli alluvionati
Islamabad (Agenzia Fides) – Il Pakistan dovrebbe riformare radicalmente il sistema di tassazione dei cittadini, aumentando il prelievo fiscale sui più ricchi, in modo da poter destinare maggiori risorse all’emergenza alluvioni: è quanto chiedono la società civile del Pakistan, la Chiesa, e organizzazioni internazionali, mentre il paese si trova ad affrontare la più grandi emergenza umanitaria della sua storia.“Occorre un grande sforzo di solidarietà nazionale: se lo stato induce le persone benestanti a rinunciare a parte della loro ricchezza, a beneficio della collettività, oggi, in particolare, per gli alluvionati, sarebbe certo un buon passo avanti per l’intera nazione”, dice a Fides Peter Jacob, Segretario Esecutivo della Commissione “Giustizia e Pace”, in seno alla Conferenza Episcopale.
Secondo gli osservatori, il Pakistan ha un sistema di prelievo fiscale fra i più leggeri al mondo, pari a circa il 9% del valore dell’economia. Secondo Akbar Zaidi, economista che di recente ha pubblicato un rapporto sul sistema fiscale pakistano per il centro studi internazionale “Carnegie Endowment for International Peace”, uno dei problemi principali è che “molti cittadini evitano del tutto di pagare le tasse”. Meno del 2% dei 175 milioni di cittadini paga una tassa sui propri introiti, nota il Rapporto. E un comparto produttivo come l’agricoltura – uno dei principali nell’economia del paese, in mano a grandi famiglie di latifondisti – è totalmente esente da un prelievo fiscale.
“E’ giunto il momento che la piccola élite ricca del paese, che include l’esercito, i proprietari terrieri, le classi medie urbane, diano parte della loro ricchezza per il benessere dell’intera popolazione”, dice in una nota inviata a Fides un forum di organizzazioni nella società civile pakistana.
Secondo le organizzazioni, una modifica del sistema, che porti il livello del prelievo fiscale intorno al 15%, consentirebbe allo stato di generare 10 miliardi di dollari, che potrebbero essere immediatamente destinate alla gestione dell’emergenza, che ha colpito 20 milioni di persone e distrutto oltre 1,8 milioni di abitazioni. Quel denaro, si afferma, potrebbe servire per ricostruire le infrastrutture come ponti, strade e scuole, tutti beni primari per la riabilitazione economica e sociale della nazione.
Su spinta del Fondo Monetario Internazionale, il governo pakistano aveva promesso che avrebbe introdotto una riforma del sistema fiscale nel luglio scorso, ma proprio l’abbattersi delle alluvioni ha fatto rinviare il progetto. Oggi si dibatte su una possibile “tassa una tantum” sulle proprietà urbane e agricole, a carico dei cittadini non colpiti dalle inondazioni, ma non è chiaro se la proposta passerà, nè quanto denaro potrà generare per le casse dello stato. (PA) (Agenzia Fides 24/9/2010)
martedì 21 settembre 2010
La parola al Nunzio di Haiti
AMERICA/HAITI - “La situazione umanitaria è sempre di emergenza. Più di un milione di sfollati vive nelle tende e il numero aumenta”: a Fides la testimonianza del Nunzio ad Haiti
Port-au-Prince (Agenzia Fides) – “La situazione umanitaria è sempre quella di emergenza. Più di un milione di sfollati dal terremoto vivono ancora in campi di fortuna che, invece di diminuire di numero, sono aumentati. Anche i poveri che vengono dalle province in cerca di aiuto e di lavoro ingrossano i campi”. Il Nunzio apostolico ad Haiti, Sua Ecc. Mons. Bernardito Auza, descrive con queste parole all’Agenzia Fides la situazione a più di nove mesi dal terremoto che ha sconvolto l’isola, il 12 gennaio 2010. “Si vedono tanti nuovi campi di fortuna sulle colline, nella parte nord di Port-au-Prince – prosegue il Nunzio -, probabilmente per paura delle inondazioni, che grazie a Dio finora non sono arrivate. Infatti nessun uragano ha colpito il Paese e non vi sono state piogge torrenziali e protratte, per cui non vi sono state inondazioni”.Mons. Auza sottolinea che “una soluzione che possa risolvere il problema degli sfollati sembra introvabile, fino adesso. Il primo campo di transizione allestito dal governo e dalla comunità internazionale nella zona di Corail, al nord/nord est della Capitale sembra aver fallito l’obiettivo, per mancanza di servizi ed altre cose. Si dice che la metà delle circa 10.000 persone portate in quel campo sarebbero già tornate in città. A mio avviso, la soluzione migliore è quella seguita dal Catholic Relief Services (CSR), cioè di riportare le famiglie nelle loro comunità di origine, nei loro quartieri, nei luoghi dove erano le loro case. Il CRS costruisce delle case provvisorie per loro proprio dove erano le loro abitazioni. Costruire case definitive non è nemmeno nell'agenda, sarebbe troppo costoso e non sarebbe comunque dovere del governo e della comunità internazionale farlo, almeno in questo periodo dove ci sono altre grandi necessità. Vi sono comunque alcune Ong che cercano di costruire case permanenti”.
Riguardo alle elezioni presidenziali, parlamentari e locali, che si terranno il 28 novembre 2010 (primo turno), l’Arcivescovo riferisce che esse occupano l'attenzione di tutti: “I problemi politici (come il boicottaggio dell'opposizione) e logistici (ad esempio la registrazione degli elettori e il rilascio di carte d'identità) sono enormi, ma Haiti e la comunità internazionale credono che ciònonostante occorra tenere le elezioni, per consolidare la stabilità politica. Vi sono 19 candidati in lizza per la poltrona del Presidente della repubblica”.
Infine il Nunzio si sofferma sulla fase della ricostruzione: “la ricostruzione propriamente detta non è ancora cominciata. Lo Stato ha già definito il centro città di Port-au-Prince, quasi completamente distrutta dal terremoto, come il futuro nuovo centro governativo, dove saranno costruiti gli edifici statali, i ministeri, etc. Ma i progetti non sono ancora definiti. Dentro la zona definita si trova anche il sito della Cattedrale, che è stata distrutta. La Chiesa, da parte sua, ha tantissimi progetti, ma le costruzioni non sono ancora cominciate. Speriamo che in occasione del primo anniversario del terremoto potremo lanciare i primi progetti, come la ricostruzione del Seminario maggiore nazionale. Per ora i seminaristi sono ospitati in grandi tende semipermanenti che possono durare anni. Speriamo che entro tre anni potremo inaugurare un nuovo moderno Seminario maggiore”. (CE) (Agenzia Fides, 21/09/2010)
giovedì 16 settembre 2010
La situazione in Pakistan Intervista al Vescovo di Islamabad-Rawalpindi.
Città del Vaticano (Agenzia Fides) – I gruppi che danno cibo con secondi fini, “non fanno carità, non agiscono secondo Dio. Quella non è carità, né misericordia, è ben altro”: dice in una intervista all’Agenzia Fides S. Ecc. Mons. Rufin Anthony Vescovo di Islamabad-Rawalpindi.
Com’è la situazione dei cristiani dopo le alluvioni?
Molti cristiani sono ospitati da altre famiglie cristiane. Molti sono nei campi profughi. Gli aiuti, per quanto ho potuto constatare nella mia diocesi, sono distribuiti tramite l'esercito: le organizzazioni di assistenza, inclusa la Caritas, passano attraverso i militari, che li distribuiscono senza discriminazioni. In altre aree, laddove il governo non arriva, operano spesso Ong locali legate ai gruppi islamici. Questi chiedono elemosina per gli aiuti e, come ho udito raccontare, si occupano solo di profughi musulmani.
Cosa dire delle associazioni di carità legate ai gruppi islamisti radicali?
Questi gruppi non fanno carità. Se un aiuto non è disinteressato, non è carità, non è misericordia. Vi sono altre ragioni dietro: crearsi una buona immagine, acquistare consenso e popolarità presso la gente; ricevere aiuto dall'estero, reclutare volontari.
Le risulta che facciano anche proselitismo?
Non ne ho notizia. Ma se fanno proselitismo, se chiedono alla gente di altre religioni di convertirsi, la loro opera non andrà a buon fine. I cristiani pakistani, anche se in situazioni di estrema necessità, non accetteranno di convertirsi, di abbandonare la loro fede. La fede dei cristiani è forte: preferiranno rifiutare tali aiuti condizionati. E poi mi chiedo: che valore avrebbe la conversione di un uomo che lo fa solo perché sta morendo?
Come vivono oggi la loro fede i cristiani del Pakistan?
I cristiani vivono fra la gente, testimoniando la loro fede con convinzione, anche in mezzo alle persecuzioni. Anzi, posso dire che fra le difficoltà e le persecuzioni, la fede fiorisce: le nostre chiese sono piene. I cristiani si sentono autentici pakistani. Il Pakistan è la nostra terra, è la terra che Dio ci ha dato. Anche se i loro diritti sono negati, questi diritti restano tali, sono inalienabili e nessuno potrà toglierli.
C’è un raggio di speranza anche in questa tragedia delle inondazioni?
La speranza c’è perché Dio è il Signore della storia, anche negli eventi dolorosi che l'umanità non comprende. Ogni evento, anche tragico, serve alla nostra salvezza e redenzione. Questa tragedia dice a ogni uomo di tornare a Dio e di mettere in pratica la sua misericordia, come ripeto ai fedeli della diocesi.
(PA) (Agenzia Fides 16/9/2010)
Com’è la situazione dei cristiani dopo le alluvioni?
Molti cristiani sono ospitati da altre famiglie cristiane. Molti sono nei campi profughi. Gli aiuti, per quanto ho potuto constatare nella mia diocesi, sono distribuiti tramite l'esercito: le organizzazioni di assistenza, inclusa la Caritas, passano attraverso i militari, che li distribuiscono senza discriminazioni. In altre aree, laddove il governo non arriva, operano spesso Ong locali legate ai gruppi islamici. Questi chiedono elemosina per gli aiuti e, come ho udito raccontare, si occupano solo di profughi musulmani.
Cosa dire delle associazioni di carità legate ai gruppi islamisti radicali?
Questi gruppi non fanno carità. Se un aiuto non è disinteressato, non è carità, non è misericordia. Vi sono altre ragioni dietro: crearsi una buona immagine, acquistare consenso e popolarità presso la gente; ricevere aiuto dall'estero, reclutare volontari.
Le risulta che facciano anche proselitismo?
Non ne ho notizia. Ma se fanno proselitismo, se chiedono alla gente di altre religioni di convertirsi, la loro opera non andrà a buon fine. I cristiani pakistani, anche se in situazioni di estrema necessità, non accetteranno di convertirsi, di abbandonare la loro fede. La fede dei cristiani è forte: preferiranno rifiutare tali aiuti condizionati. E poi mi chiedo: che valore avrebbe la conversione di un uomo che lo fa solo perché sta morendo?
Come vivono oggi la loro fede i cristiani del Pakistan?
I cristiani vivono fra la gente, testimoniando la loro fede con convinzione, anche in mezzo alle persecuzioni. Anzi, posso dire che fra le difficoltà e le persecuzioni, la fede fiorisce: le nostre chiese sono piene. I cristiani si sentono autentici pakistani. Il Pakistan è la nostra terra, è la terra che Dio ci ha dato. Anche se i loro diritti sono negati, questi diritti restano tali, sono inalienabili e nessuno potrà toglierli.
C’è un raggio di speranza anche in questa tragedia delle inondazioni?
La speranza c’è perché Dio è il Signore della storia, anche negli eventi dolorosi che l'umanità non comprende. Ogni evento, anche tragico, serve alla nostra salvezza e redenzione. Questa tragedia dice a ogni uomo di tornare a Dio e di mettere in pratica la sua misericordia, come ripeto ai fedeli della diocesi.
(PA) (Agenzia Fides 16/9/2010)
Iscriviti a:
Post (Atom)