Una verità irrisolta

Una verità irrisolta
ispirazione quindi impegno
Visualizzazione post con etichetta afghanistan. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta afghanistan. Mostra tutti i post

lunedì 15 agosto 2022

Ho pensato di girare questa lettera a voi Gruppo...proteggiamole....

 

Ciao Pio,

è passato un anno dalla presa dei talebani in Afghanistan. Un anno duro, violento, all’insegna delle violazioni dei diritti umani. Per alcune persone, però, le cose sono state più dure.


Le donne e le bambine afgane da un anno non possono più studiare, lavorare o semplicemente uscire di casa senza la supervisione di un uomo.

 

Ma tutto questo non le ha fermate: molte di loro sono scese in piazza, organizzando un’ondata di proteste per sfidare il nuovo regime. I talebani hanno risposto con intimidazioni, violenza, arresti arbitrari, sparizioni forzate e torture fisiche e psicologiche.

 

Le donne non sono mai al sicuro: alcune di loro sono state arrestate soltanto perché apparse in pubblico senza un mahram, ovvero un tutore di sesso maschile. 

 

Le spietate politiche dei talebani stanno privando milioni di donne e bambine del diritto a vivere in modo sicuro, libero e prosperoso, costringendole a sposarsi anche da giovanissime.

 

Una repressione che aumenta ogni giorno. Bisogna fare qualcosa: solo insieme possiamo aiutarle!

lunedì 14 giugno 2021

Da Agenzia Fides News 14 giugno 2021

 

AFRICA/BURKINA FASO - “A cosa servono le basi militari straniere nel Sahel?” chiedono i Vescovi dopo la strage di Solhan
 
Ouagadougou (Agenzia Fides) – Il Burkina Faso è sotto choc per la strage di Solhan, il villaggio nel nord-est del Paese assalito nella notte tra il 4 e il 5 giugno, nel quale almeno 160 persone sono state uccise (vedi Fides 7/6/2021), affermano i Vescovi di Burkina Faso e Niger in un comunicato pubblicato al termine della loro seconda Assemblea Plenaria.
“Indubbiamente si stanno compiendo notevoli sforzi nella lotta al terrorismo e dobbiamo congratularci con tutte le parti coinvolte, in particolare le forze di difesa e di sicurezza. Il tragico evento di Solhan, ci ha però scioccati e fa apparire l'idra terrorista in una luce che uccide l'ottimismo che stava cominciando a rinascere tra le popolazioni” affermano nel documento pervenuto all’Agenzia Fides. All’Apertura dell’Assemblea, il Cardinale Philippe Ouedraogo, Arcivescovo di Ouagadougou, aveva espresso le condoglianza della Conferenza Episcopale di Burkina Faso e Niger alle vittime del massacro (vedi Fides 10/6/2021).
Nella nota i Vescovi si chiedono se la presenza di basi militari straniere nei Paesi del Sahel contribuisca o meno a rafforzare la sicurezza delle popolazioni locali. “La notte d’orrore di Solhan mostra che lo spettro terrorista sta diventando sempre più minaccioso per una popolazione che è tuttavia circondata da basi militari, sia nazionali che straniere. Questo crea forte perplessità nelle popolazioni, con una prospettiva allarmante di incommensurabile disagio degli sfollati in questo periodo di inizio inverno” scrivono i Vescovi facendo riferimento alla stagione secca saheliana, detta “invernale”.
“Naturalmente ci si interroga sul valore della presenza di tante forze straniere nei nostri territori, poiché la speranza dei frutti delude sempre più la promessa dei fiori. Questa osservazione è di grande preoccupazione per le popolazioni; preoccupazione che condividiamo. Quando arriva la fine del tunnel?” chiedono i Vescovi.
Il 12 giugno migliaia di persone si sono radunate a Dori, nel nord del Burkina Faso, per denunciare “l'inerzia” delle autorità dopo il massacro di Solhan (L.M.) (Agenzia Fides 14/6/2021)
 top^   
 
AFRICA - Terrorismo e violenza: situazione insostenibile nei paesi dell’Africa occidentale Abidjan (Agenzia Fides) – "La subregione dell'Africa occidentale sta purtroppo diventando il bastione del terrorismo in Africa. Una situazione che diventa sempre più preoccupante" scrive all’Agenzia Fides p. Donald Zagore, teologo ivoriano della Società per le Missioni Africane, esprimendo tutta la sua preoccupazione e l'allarme per la situazione dell'area. Il conflitto tra forze governative e gruppi armati legati a Isis e al-Qaeda, nella parte occidentale del Sahel, ha devastato gran parte della regione nell’ultimo decennio, innescando una significativa crisi umanitaria. Secondo i dati del progetto Armed Conflict and Location Event Data Project sono morte quasi 7.000 persone a causa del peggioramento dei combattimenti lo scorso anno. E, secondo quanto pubblicato dalle Nazioni Unite, le continue violenze hanno provocato lo sfollamento interno di oltre due milioni di persone.
Rileva padre Zagore: "Aumentano gli sfollati e i morti. Intere popolazioni che vivono in condizioni di totale precarietà non ce la fanno più - insiste il missionario -. Instabilità politica quasi permanente, violazione dei valori democratici, corruzione su vasta scala, povertà sempre più accentuata, ascesa al potere dei cartelli della droga e dell'oro clandestino, che contribuiscono enormemente al finanziamento del terrorismo, stanno aggravando le condizioni sociali, politiche ed economiche in questa parte dell'Africa".
"Fino a quando i nostri Stati rimarranno prigionieri di tutti questi mali senza mai combatterli con vigore, le loro porte saranno ampiamente aperte a tutte le forme di violenza e di terrorismo per eccellenza. Non è più tempo di discorsi ed eterni vertici sulla lotta al terrorismo. E’ il momento di agire. Le persone non devono diventare prigioniere nel proprio paese" dice accorato il missionario.
Tra gli altri gravi episodi di violenza registrati nella giornata di ieri, 13 giugno 2021, si segnala la morte di almeno due soldati e un gendarme, rimasti uccisi dall’esplosione del loro veicolo a causa di un ordigno esplosivo nella regione di Tèhini, nel nord-est della Costa d'Avorio, vicino al confine con il Burkina Faso. Secondo quanto riportato da fonti locali l'esplosione ha provocato anche tre feriti a meno di una settimana da un attacco di sospetti jihadisti nella cittadina di Tougbo, a pochi chilometri dal confine con il Burkinabè.
Il conflitto nella regione del Sahel ha causato una delle più grandi crisi umanitarie del mondo, con 24 milioni di persone bisognose di aiuti quest'anno e 13 milioni che soffrono la fame, secondo l'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA). Con le sue vaste distese desertiche poco controllate e i confini porosi, il Sahel si è rivelato terreno fertile per l'ascesa della militanza islamista in una delle regioni più povere del mondo, mentre il cambiamento climatico ha peggiorato la competizione per le risorse in diminuzione. Secondo un recente studio commissionato dal Catholic Relief Services (CRS) in Mali, Burkina Faso e Niger la disoccupazione giovanile e la mancanza di opportunità economiche sono la causa principale della violenza, spingendo molti giovani a unirsi a gruppi armati. In Africa Occidentale una élites dell'1% possiede ricchezza più di tutto il resto della popolazione e i governi non fanno abbastanza per ridurre la disuguaglianza attraverso politiche come la tassazione e la spesa sociale, ha affermato l'Ong Oxfam.
(DZ/AP) (Agenzia Fides 14/06/2021)
 top^    

ASIA/MYANMAR - Preti cattolici arrestati e rilasciati dall'esercito: violenze a Mandalay Mandalay (Agenzia Fides) - I militari birmani hanno arrestato e rilasciato sei sacerdoti cattolici e un laico cattolico nel villaggio di Chan Thar, nell'Arcidiocesi di Mandalay, 700 km a nord di Yangon. Come conferma all'Agenzia Fides p. Dominic Jyo Du, Vicario generale dell'Arcidiocesi di Mandalay, nella notte tra il 12 e il 13 giugno, militari birmani hanno fatto irruzione nel complesso della chiesa dell'Assunzione e nella annessa casa del clero arrestando il parroco e altri sacerdoti che erano in visita da lui, compiendo una capillare perquisizione della struttura. L'irruzione è stata motivata dal fatto che, secondo alcuni informatori, alcuni parlamentari della Lega nazionale per la democrazia si nascondono in chiese cattoliche e monasteri buddisti. Nel blitz compito nelle ore notturne, i militari hanno divelto il cancello del complesso della chiesa cattolica dell'Assunzione, costruita 200 anni fa dai missionari francesi delle Missioni Estere di Parigi (MEP). A causa dell'arrivo dell'esercito, molti abitanti del villaggio, compresi anziani, donne, malati, sono fuggiti nelle vicine foreste e poi il giorno dopo, alla fine dell'operazione, sono potuti rientrare nelle loro case.
Come riferisce p. Dominic Jyo Du, dopo una notte di interrogatori in stato di fermo, il 13 giugno, intorno all'1,30 di pomeriggio, tutti sono stati rilasciati: "E' stata comunque un'esperienza terribile, dal carattere intimidatorio. Non sono stati maltrattati o torturati ma, quando a un sacerdote è stato intimato di spogliarsi dell'abito sacro, il parroco si è opposto, dicendo che avrebbero potuto anche ucciderlo, ma non l'avrebbe fatto. E' stato coraggioso. I militari non hanno insistito e li hanno rispettati. A volte i militari rispettano gli uomini di Dio, a volte no. Dipende dalle persone".
La gente del luogo ha potuto riabbracciare i preti cattolici. Nel villaggio di Chan Thar si ricorda il primo sacerdote missionario cattolico francese, p. Joseph Pho, MEP, che arrivò in questo villaggio nel 1902, mentre oggi nel villaggio è ancora operante una clinica aperta dalle suore francescane nel 1919. La presenza cattolica è molto apprezzata da tutta la popolazione.
Nell'attuale situazione di crisi, migliaia di persone di ogni ceto sociale vengono arrestate, incarcerate "a causa di informazioni errate, fornite da informatori pro militari", segnala una fonte di Fides. A Mandalay proseguono gli scontri tra le locali di difesa del popolo (People's Defence force) e agenti di polizia e dell'esercito birmano che continuano a compiere raid e perquisizioni notturne nelle case, in edifici civili come scuole, in luoghi di culto come chiese, pagode, monasteri. In risposta le forze della resistenza si organizzano per colpire obiettivi militari.
Mandalay, antica capitale della Birmania (oggi Myanmar) prima dell’arrivo degli inglesi, è disseminata di templi buddisti e rappresenta lo spirito mistico del paese, segnata dal buddismo Hinayana.
(PA-JZ) (Agenzia Fides 14/6/2021) top^    

ASIA/AFGHANISTAN - Le donne afgane: senza giustizia, la guerra proseguirà Kabul (Agenzia Fides) - È preoccupata Nargis Nehan, direttrice dell’Organizzazione non governativa “Equality for Peace and Democracy”. “Con il ritiro delle truppe, sembra che la società civile non sia più utile come prima alla comunità internazionale”. Già Ministra per il Petrolio e le risorse naturali, volto noto dell’attivismo nella capitale afghana, Nehan nota che al disimpegno militare sta corrispondendo un disimpegno diplomatico e finanziario. Il 14 aprile 2021 il Presidente degli Statu Uniti, Joe Biden, ha annunciato che il ritiro delle truppe statunitensi, incondizionato, avverrà entro l’11 settembre 2021. Lo stesso vale per i Paesi che contribuiscono coi i loro eserciti alla missione della Nato. Nelle ambasciate straniere si stilano piani di evacuazione. I donatori appaiono più riluttanti a sostenere nuovi progetti. “Non siamo coinvolte a sufficienza nelle discussioni di alto livello”, lamenta Nehan. Spesso, sostiene, “ le donne afgane sono chiamate a parlare soltanto di diritti delle donne, ma abbiamo idee su tutto: dal processo di pace al quadro regionale”.
Previsto dall’accordo bilaterale tra Usa e Talebani del febbraio 2020, il negoziato intra-afghano, tra Talebani e fronte repubblicano, è iniziato soltanto nel settembre 2020. Non ha prodotto risultati significativi. I Talebani hanno disertato una Conferenza dell’Onu prevista lo scorso aprile in Turchia, con il pretesto che la data scelta da Biden per il ritiro completo posticipava di 4 mesi quanto concordato a Doha. Da allora, la violenza è cresciuta.
"È la prima volta in vent’anni che mi sento veramente minacciata”. Così racconta all’Agenzia Fides Najba Ayoubi, giornalista, direttrice di “The Killid Radio”, rete indipendente di radio afgane con sedi in otto province del Paese. Negli ultimi mesi si sono registrati numerosi omicidi mirati contro giornalisti e giornaliste, membri della società civile, giudici, funzionari governativi. Nessun gruppo rivendica gli omicidi. La violenza cresce anche sui fronti militari, con i Talebani alla conquista di nuovi distretti e il governo concentrato nella protezione dei capoluoghi provinciali. Per Najiba Ayoubi “quando si entra in un negoziato il primo passo dovrebbe essere accettare un cessate il fuoco. Solo dopo si negozia”. I Talebani avrebbero scelto invece “la strada sbagliata. Vogliono andare al potere con la forza”. Per Najiba Ayoubi resta importante trovare un accordo politico tra il governo di Kabul e i Talebani. Ma nota che “firmare un documento non produrrà la pace”. “Il processo politico è importante, ma senza pace sociale ci saranno sempre altri conflitti. Qui c’è una società in guerra da 40 anni. Tante famiglie chiedono giustizia”. Se non si soddisfano le richieste di giustizia, la guerra proseguirà”, conclude la direttrice di The Killid Radio.
(GB-PA) (Agenzia Fides 14/6/2021)
 top^    

    AMERICA/MESSICO - Sacerdote ucciso in una sparatoria tra cartelli del narcotraffico Jalisco (Agenzia Fides) - Il Ministro Provinciale della Provincia Francescana dei santi Francisco e Santiago in Messico, padre Angel Gabino Gutiérrez Martinez, OFM, ha informato della morte violenta del suo confratello, padre Juan Antonio Orozco Alvarado, OFM, vittima, insieme ad altre persone, di uno scontro fra bande armate tra i cartelli che si disputano il territorio.
La comunicazione del Superiore francescano porta la data del 12 giugno, ed è pervenuta a Fides domenica 13 giugno festa di Sant'Antonio di Padova. La notizia è stata confermata da una nota della Prelatura di Jesús María (del Nayar), suffraganea di Guadaljara, che indica la mattina di sabato 12 giugno come data del sanguinoso evento, in cui oltre al sacerdote ci sono altri morti e feriti.
La comunità cattolica di Guadalajara ha riferito che il sacerdote ha perso la vita mentre si stava recando a celebrare la messa nella comunità di Tepehuana de Pajaritos. Alcuni membri armati del cartello di Jalisco Nueva Generación (CJNG) e del cartello di Sinaloa hanno iniziato ad attaccarsi a vicenda, il sacerdote e il piccolo gruppo di fedeli della comunità che lo avevano accolto e con lui si stavano recando in chiesa, si sono trovati nel mezzo dello scontro.
Padre Juan Antonio Orozco Alvarado aveva 33 anni, era parroco a Santa Lucía de la Sierra, nel municipio di Valparaíso nello stato di Zacatecas, Jalisco. "Padre Juanito", come era conosciuto, aveva iniziato solo 6 mesi fa il suo lavoro pastorale nella zona.
La Conferenza Episcopale Messicana (CEM) ha deplorato il fatto, auspicando che Nostra Signora de Guadalupe "consoli il nostro dolore con il suo cuore di madre e ripristini la giustizia e la pace nella nostra società". La CEM ha inoltre ricordato che Fray Juan - originario di Monclova - è stato "vittima della violenza che esiste nel nostro Paese".
(CE) (Agenzia Fides 14/06/2021)

mercoledì 9 giugno 2021

Da Fides News

 

ASIA/AFGHANISTAN - Il contingente militare italiano lascia la nazione: il futuro è incerto
 
Kabul (Agenzia Fides) - “Il contingente italiano, che oggi lascia l’Afghanistan dopo vent’anni di presenza nel paese, ha avuto un ruolo significativo da un punto di vista sociale oltre che di sicurezza. I nostri militari si sono guadagnati l’affetto e la stima della gente, portando progresso soprattutto nel campo dell’educazione. Quello che preoccupa è il futuro: mi auguro che ciò che è stato fatto rimanga, che non si torni indietro come si teme. Negli ultimi mesi sono state uccise persone che hanno collaborato allo sviluppo del paese, donne professioniste o giovani studentesse”. E’ il commento rilasciato all’Agenzia Fides dal Barnabita p. Giuseppe Moretti, missionario in Afghanistan dal 1990 al 2015 e Superiore della Missio sui iuris a Kabul a partire dal 2002.
L’Italia ha dato avvio al ritiro delle truppe dall’Afghanistan a vent’anni dagli attacchi delle Torri Gemelle: risale infatti al 30 dicembre 2001 l’arrivo dei militari italiani nella zona a loro affidata, il quadrante di Herat, nel nord-ovest del paese. E’ pari a 52 il numero di militari caduti dall’inizio della guerra. Sono invece 895 gli uomini che hanno lasciato ieri il paese. Secondo p. Moretti, “è un fatto storico che il popolo afghano riesca a trovare unità solo nel voler mandare via la presenza militare straniera: pensiamo alle guerre anglo-afghane, all’invasione sovietica e alla presenza della Nato. Oggi, però, la partenza di questi militari, anziché lasciare un’eredità di sicurezza, lascia il timore di un ritorno al passato. Possiamo solo pregare affinché le cose volgano al positivo”.
Una preoccupazione condivisa anche da parte della popolazione, come racconta all’ Agenzia Fides Abdurahman Qaderi, avvocato e membro del Consiglio della Provincia di Paktia, in Afghanistan: “Molte persone sono felici della partenza delle forze militari straniere, ma la maggior parte della gente è preoccupata, perché la situazione è davvero incerta. Quello che si teme di più è il rischio di una nuova guerra civile. Siamo spaventati anche dal rischio di intromissioni da parte di paesi limitrofi che potrebbero essere interessati a favorire la guerra. Per questo chiediamo al presidente degli Stati Uniti e a tutti gli altri paesi di ascoltare queste nostre preoccupazioni. Vorremmo delle garanzie internazionali per il nostro futuro”.
Era l’aprile del 1978 quando un colpo di stato rovesciò il governo di Mohammed Daud Khan, dando inizio ad una condizione di guerra che in Afghanistan dura ormai da oltre quarant’anni. A quel golpe, infatti, fecero seguito l’occupazione sovietica dal 1979 al 1989 e, dall’inizio degli anni Novanta, una sanguinosa guerra civile che poi avrebbe favorito l’ascesa dei talebani. L’Emirato Islamico dell’Afghanistan da loro instaurato rimase in piedi fino al 2001, quando gli USA attaccarono il paese in risposta agli attentati dell’11 settembre.
(LF-PA) (Agenzia Fides 9/6/2021)

venerdì 16 aprile 2021

“Il rischio è ripiombare nella guerra civile e nell’instabilità”

 

ASIA/AFGHANISTAN - Il barnabita p. Scalese sul ritiro delle truppe USA: “Il rischio è ripiombare nella guerra civile e nell’instabilità”
 
Kabul (Agenzia Fides) - “Il rischio più grave derivante dal ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan è che il paese possa ripiombare nella guerra civile. Finora le trattative fra il governo e i talebani, previste dagli accordi di Doha, non sono mai partite seriamente o comunque non hanno portato ad alcun risultato. Il progetto era quello di formare un governo di transizione, di unità nazionale, per poi giungere a libere elezioni, che avrebbero deciso chi dovesse governare. Ma se le parti non si parlano, come si può formare insieme un governo? Molto piú facile far parlare le armi”. E’ quanto dichiara all’Agenzia Fides p. Giovanni Scalese, sacerdote Barnabita, Superiore della Missio sui iuris in Afghanistan, in merito all’annuncio del ritiro delle truppe americane fatto due giorni fa dal Presidente degli Stati Uniti Joe Biden e previsto entro l’11 settembre 2021.
“In ogni caso – prosegue Scalese nella nota inviata all’Agenzia Fides – anche se i talebani dovessero avere il sopravvento, perché meglio organizzati e finanziati, non credo che possano illudersi di restaurare l’Emirato islamico, come se questi vent’anni non fossero esistiti. Potranno pure imporre una nuova costituzione (del resto, l’attuale costituzione prevede già una “repubblica islamica”), ma non potranno pretendere di cancellare le libertà o ignorare i diritti a cui gli afghani, in questi anni, si sono abituati. Non dimentichiamo che i giovani non hanno conosciuto l’Emirato e sono cresciuti in questa nuova realtà. Le donne, contrariamente a quel che si pensa, sono una presenza numerosa, qualificata e attiva nella società afghana; sarebbe impensabile volerle rinchiudere di nuovo in casa o dentro un burqa”.
Il Barnabita, che risiede a Kabul, nella cappella cattolica istituita nel compound dell'Ambasciata d'Italia, rileva che la scelta potrebbe minare la sicurezza e l’economia del paese: “Sarà in grado il governo afghano di garantire la sicurezza? È lecito nutrire qualche dubbio in proposito. Così come è più che legittimo avanzare qualche perplessità sulla reale capacità del governo di far funzionare la macchina dello Stato senza poter contare sul sostegno finanziario dei paesi occidentali. È vero che tutti giurano ora che non abbandoneranno l’Afghanistan e continueranno a sostenerlo; ma un conto sono gli interventi della Cooperazione, un altro il regolare sovvenzionamento delle istituzioni. Non mi pare che in questi anni sia stato fatto molto per il rilancio dell’economia afghana, anche perché la situazione non lo permetteva; per cui non so come un paese senza un’economia che funzioni possa andare avanti”.
Secondo p. Scalese, comunque, è difficile esprimere un giudizio sulla scelta del governo statunitense: “Meglio prendere semplicemente atto della decisione, che del resto era stata già presa dalla precedente amministrazione americana. Chi pensava che fosse sufficiente un cambio della guardia alla Casa Bianca per provocare un ripensamento evidentemente non si rendeva conto che ormai l’impegno militare americano (e degli altri paesi della NATO) era diventato insostenibile e, di fatto, senza prospettive. Non resta che attendere, per vedere come si evolverà la situazione. Come cristiani, non possiamo che sperare in un'evoluzione positiva, che ridia, dopo tanti anni di violenza, un po’ di serenità a questo paese”, conclude.
Era l’aprile del 1978 quando un colpo di stato rovesciò il governo di Mohammed Daud Khan, dando inizio ad una condizione di guerra che in Afghanistan dura ormai da oltre quarant’anni. A quel golpe, infatti, fecero seguito l’occupazione sovietica dal 1979 al 1989 e, dall’inizio degli anni Novanta, una sanguinosa guerra civile che poi avrebbe favorito l’ascesa dei talebani. L’Emirato Islamico dell’Afghanistan da loro instaurato rimase in piedi fino al 2001, quando Bush attaccò il paese in risposta agli attentati dell’11 settembre.
(LF-PA) (Agenzia Fides 16/4/2021)

venerdì 30 aprile 2010

Restano!

ASIA/AFGHANISTAN - I Gesuiti indiani restano nel paese, nonostante i pericoli

Kabul (Agenzia Fides) – Restare in Afghanistan, per compiere il delicato lavoro sociale e la missione in cui oggi sono impegnati: è questo l’intento dei Gesuiti indiani presenti nel paese, che hanno deciso di non seguire le indicazioni e le mosse del governo indiano, che ha sospeso diversi progetti avviati nel paese. Anche diverse organizzazioni non governative indiane hanno abbandonato Kabul: infatti recenti attacchi avvenuti nella capitale e in altre aree del paese hanno preso di mira persone di nazionalità indiana. Il fatto più grave è stato l’attentato del 26 febbraio che è costato la vita a 16 persone, fra i quali 7 indiani.
Mancando le basilari condizioni di sicurezza, il governo di New Delhi ha deciso di desistere dall’impegno e dal coinvolgimento diretto nell’opera di ricostruzione in Afghanistan. I Gesuiti indiani e i loro collaboratori laici, che costituiscono gruppo cattolico più grande nel paese, hanno invece deciso non solo di restare, ma anche di ampliare i loro programmi sociali.
“Sono convinto che lo Spirito Santo fortifica e guida i nostri compagni in questa difficile missione”, ha spiegato in una nota giunta all’Agenzia Fides p. Edward Mudavassery SJ, responsabile di oltre 4.000 Gesuiti presenti n Asia meridionale, fra i quali quelli impegnati in Afghanistan. “I Gesuiti sono ben coscienti del clima di insicurezza che regna nel paese, ma tutti i religiosi hanno deciso volontariamente di rimanere e di continuare a svolgere le loro opere sociali e nel campo dell’istruzione, che danno un prezioso contributo al bene della nazione”, conclude p. Edward. (PA) (Agenzia Fides 30/4/2010)