Una verità irrisolta

Una verità irrisolta
ispirazione quindi impegno

giovedì 12 agosto 2021

I popoli indigeni brasiliani (agenzia Fides 12 agosto 2021)

 

AMERICA/BRASILE - I popoli indigeni denunciano il presidente Bolsonaro
 
Brasilia (Agenzia Fides) - Per la prima volta nella storia, i popoli indigeni si rivolgono direttamente al tribunale dell'Aia, con i propri avvocati indigeni, per combattere per i loro diritti.
Il Raggruppamento dei Popoli Indigeni del Brasile (Apib) ha presentato il 9 agosto (data nella quale si celebra la Giornata internazionale dei popoli indigeni) una dichiarazione alla Corte Penale Internazionale per denunciare il governo Bolsonaro per genocidio. L'organizzazione chiede che il procuratore del tribunale dell'Aia esamini i crimini commessi contro le popolazioni indigene dal presidente Jair Bolsonaro, dall'inizio del suo mandato, gennaio 2019, con un attenzione particolare al periodo della pandemia Covid-19.
Sulla base dei precedenti della Corte penale internazionale, l'Apib chiede un'indagine per crimini contro l'umanità (art. 7. b, h. k Statuto di Roma – sterminio, persecuzione e altri atti disumani) e genocidio (art. 6. B e c del Statuto di Roma – procurato gravi danni fisici e psichici e creato deliberatamente condizioni volte alla distruzione delle popolazioni indigene).
"L'Apib chiede un'inchiesta per crimini contro l'umanità e genocidio." Il fascicolo depositato è composto da denunce di leader e organizzazioni indigene, documenti ufficiali, ricerche accademiche e note tecniche, che dimostrano la pianificazione e l'esecuzione di una politica anti-indigena esplicita, sistematica e intenzionale guidata da Bolsonaro.
"Crediamo che vi siano atti in corso in Brasile che costituiscono crimini contro l'umanità, genocidio ed ecocidio. Data l'incapacità dell'attuale sistema giudiziario brasiliano di indagare, perseguire e giudicare queste condotte, denunciamo questi atti alla comunità internazionale, mobilitando la Corte penale internazionale", sottolinea Eloy Terena, coordinatore legale di Apib, si legge nella inviata a Fides dal Consiglio Missionario Indigeno (CIMI).
Per Apib, gli attacchi ai territori e alle popolazioni indigene sono stati incoraggiati da Bolsonaro più volte durante il suo mandato. I fatti che testimoniano il progetto anti-indigeno del governo federale vanno dall'esplicito rifiuto di delimitare nuove terre, a leggi, decreti e ordinanze che cercano di legalizzare attività invasive, provocando conflitti.
"Apib continuerà a lottare per il diritto dei popoli indigeni ad esistere nella loro diversità. Siamo popoli indigeni e non ci arrenderemo allo sterminio", sottolinea Eloy, che è uno degli otto avvocati indigeni che hanno firmato la dichiarazione.

Nella storia recente del Brasile sono stati denunciati diversi episodi di violenza contro i popoli indigeni, come riportato dal rapporto elaborato dal Consiglio Missionario Indigeno (CIMI) nel 2020 (Vedi Fides 1/10/2020).

lunedì 9 agosto 2021

Da Agenzia fides "Promuovere il giusto processo nel sistema dell'immigrazione" 9 Agosto 2021

 


AMERICA/STATI UNITI - "Promuovere il giusto processo nel sistema dell'immigrazione", chiedono i vescovi
 
Washington (Agenzia Fides) - Dinanzi l'annuncio del Dipartimento della sicurezza interna degli Stati Uniti (DHS) di sottoporre alcune famiglie di migranti a procedure di allontanamento accelerato, un processo in base al quale i funzionari dell'immigrazione possono rapidamente, e in assenza di un'udienza, espellere i non cittadini sospettati di essere entrati di recente negli Stati Uniti senza ispezione, Mons. Mario E. Dorsonville, vescovo ausiliare di Washington e presidente del Comitato per le migrazioni della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti, ha rilasciato la seguente dichiarazione:
"A febbraio abbiamo accolto gli ordini esecutivi firmati dal presidente relativi alla rimozione delle barriere e al ripristino del giusto processo nel sistema dell'immigrazione legale. Un giusto processo equo è vitale per lo stato di diritto per prosperare in conformità con il bene comune, e non possiamo avere un sistema di immigrazione "equo, ordinato e umano" senza solide protezioni del giusto processo.
"Pertanto, invitiamo l'amministrazione a invertire la rotta sull'uso esteso delle espulsioni celeri, riesaminare l'uso delle autorità del titolo 42 e promuovere veramente il giusto processo, coerentemente con gli impegni passati. Rinnoviamo anche l'appello che ho rivolto in aprile ai miei fratelli vescovi lungo il confine tra Stati Uniti e Messico, facendo eco a Papa Francesco: lavoriamo insieme come nazione per accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti secondo la loro dignità data da Dio. Consapevoli delle preoccupazioni per la salute pubblica, incoraggiamo politiche supportate da solide motivazioni scientifiche e ci opponiamo a quelle che hanno un impatto insopportabile su famiglie, bambini e altre popolazioni vulnerabili. Infine, elogiamo i recenti sforzi dell'Amministrazione per ampliare l'accesso alla vaccinazione per i migranti, che è fondamentale per limitare la diffusione di COVID-19".
La dichiarazione conclude con una preghiera: "In questo Anno di San Giuseppe, preghiamo perché il patrono delle famiglie interceda a favore delle famiglie migranti vulnerabili, in particolare di quelle che viaggiano con bambini e anziani".
Le espulsioni del titolo 42 sono rimozioni da parte del governo degli Stati Uniti di persone che sono state di recente in un paese in cui era presente una malattia trasmissibile . L'estensione dell'autorità per le espulsioni legate al contagio è stabilita dalla legge in 42 USC § 265 . Durante la pandemia di COVID-19 , l' amministrazione Trump ha utilizzato questa disposizione (sezione 265) per bloccare generalmente l'ingresso via terra per molti migranti. Il programma è stato continuato dall'amministrazione Biden
Dal 30 luglio, il Dipartimento per la sicurezza interna degli Stati Uniti (DHS) ha iniziato un programma di rimpatrio di salvadoregni, honduregni e guatemaltechi con l'attuazione di voli di espulsione celere.
È opinione diffusa che l'uso di questa proceduta pregiudichi il giusto processo e impedisca l'accesso alle protezioni garantite sia dal diritto interno che da quello internazionale.
Secondo le statistiche del Dipartimento per la sicurezza interna degli USA, a giugno 2021, 62.309 salvadoregni sono stati trovati al confine meridionale degli Stati Uniti.
(CE) (Agenzia Fides 09/08/2021)

venerdì 6 agosto 2021

Un nuovo ambasciatore italiano al Cairo. È Michele Quaroni

 ROMA - Nella seduta del Consiglio dei ministri, il governo ha nominato una serie di nuovi ambasciatori, anche in sedi molto delicate. Il primo avvicendamento è quello dell’ambasciatore Giampaolo Cantini, che per 4 anni è stato rappresentante d’Italia al Cairo. Il suo sostituto sarà l’ambasciatore Michele Quaroni, che oggi è numero due alla rappresentanza presso la Ue. La sede egiziana è molto delicata perché i rapporti fra Italia ed Egitto in questi anni sono stati segnati dal caso di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ritrovato morto al Cairo nel 2016 e per il quale la Procura di Roma ha messo sotto inchiesta alcuni poliziotti egiziani.


Mercoledì sera il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha avuto una telefonata con il suo collega egiziano Shukri, in cui lo ha aggiornato del suo recente viaggio in Libia, ha affrontato il tema del golpe di Tunisia e poi la “tutela dei diritti umani” in Egitto, che è la formula che la Farnesina adopera per ricordare la questione Regeni.

Oltre al nuovo ambasciatore in Egitto, sono stati scelti nuovi capimissione in Turchia, Iraq, Guinea e Congo. Ad Ankara l'ambasciatore italiano sarà Giorgio Marrapodi; in Iraq arriverà Maurizio Greganti, in Guinea Stefano Pontesilli e in Congo Luigi Diodati.

mercoledì 21 luglio 2021

Da Agenzia Fides 21 luglio 2021

 

ASIA/PAKISTAN - Limite di età per la conversione religiosa: il Ministero per gli affari religiosi frena
 
Lahore (Agenzia Fides) - Il Ministero per gli affari religiosi del Pakistan non intende porre limiti di età alla conversione religiosa. Come appreso da Fides, nel corso di una recente riunione della Commissione parlamentare per i diritti delle minoranze del Senato, il Ministro per gli Affari religiosi, Noorul Haq Qadri, ha affermato di non voler sostenere un possibile limite minimo di età di 18 anni per la conversione religiosa. Se qualcuno vuole cambiare religione prima dei 18 anni, quella è una libera scelta, ha asserito, mentre per il matrimonio si tratterebbe di una questione diversa. La questione relativa al limite di età minima per il matrimonio era stata sottoposta al Consiglio per l'Ideologia Islamica, organo consultivo. Ma, come notano le organizzazioni cristiane in Pakistan, la questione è strettamente connessa alla conversione religiosa.
In un messaggio inviato all'Agenzia Fides, Nasir Saeed, Direttore della Ong "CLAAS" (Centre for Legal Aid Assistance & Settlement), spiega che i casi di giovani ragazze cristiane e indù costrette a convertirsi sono aumentati vertiginosamente nell'ultimo anno. E nota: “Tenere in considerazione lo scenario complessivo e considerare l'attuale impostazione di un'età minima di 18 anni per la conversione è fondamentale. Ho riscontrato personalmente almeno due dozzine di casi di conversione forzata di giovani ragazze cristiane nel Punjab, e il 90% delle ragazze ha meno di sedici anni". Secondo il Direttore di CLAAS, "spesso la polizia trasforma i casi di rapimento in casi di 'conversione religiosa' e poi, invece di intraprendere le necessarie azioni contro il rapitore, consegna un certificato di conversione ai genitori della ragazza rapita, dicendo che la ragazza si è convertita all'Islam di sua spontanea volontà, quindi essi non possono fare nulla ed è tutto legale".
“In alcuni casi la polizia ha perfino detto ai genitori che dovevano essere felici perché la loro figlia si era convertita all'Islam. Anche i tribunali pakistani spesso non rendono giustizia alle vittime e alle loro famiglie poiché, invece di decidere e applicare le leggi vigenti nel paese, i casi vengono decisi sulla base della dichiarazione estorte alle ragazze rapite. I giudici ignorano completamente le leggi nazionali e internazionali e danneggiano l'intero paese".
Dato questo scenario, "è opportuno e urgente che il governo agisca in base alle raccomandazioni della Commissione parlamentare sui diritti delle minoranze del Senato, fissando a 18 anni l'età minima per una conversione religiosa", nota Nasir Saeed.
Secondo i leader cristiani della società civile in Pakistan, un provvedimento che limiti l'età della conversione religiosa a 18 anni può risultare utile ad arginare il fenomeno del rapimento, conversione e matrimonio delle ragazze cristiane e indù. Ma la via migliore per risolvere la questione alla radice, si afferma, è frenare i matrimoni forzati garantendo l'applicazione di un'età minima di 18 anni per il matrimonio, secondo la legge sulla protezione delle donne.
(PA) (Agenzia Fides 21/7/2021)

giovedì 8 luglio 2021

Da Agenzia Fides: Haiti

 


AMERICA/HAITI - I Vescovi dopo l’assassinio del presidente Moise: “Scegliete la convivenza fraterna nell'interesse di tutti e nell'interesse di Haiti!"
 
Port au Prince (Agenzia Fides) - "Qualunque essa sia, la vita va rispettata dal concepimento alla morte naturale. Ecco perché condanniamo fermamente l'assassinio del Presidente Jovenel Moïse. Come missionari facciamo un appello all'unità delle forze politiche, per trovare una via d'uscita alla grave crisi che sta vivendo il Paese, perché il paese è caduto a un livello che più basso non si può": queste le parole di Padre Renold Antoine CSsR, missionario redentorista, rilasciate a Fides dopo l'assassinato del presidente di Haiti, Jovenel Moïse. "Questa notizia arriva in un momento delicato della storia nazionale – sottolinea il missionario -, in cui la crisi politica ed economica, aggiunta alla pandemia di coronavirus, e in mezzo a un forte aumento della violenza delle bande, scuotono il Paese".
Secondo le informazioni diffuse dalla stampa locale, il presidente Moïse sarebbe stato ucciso a colpi di arma da fuoco attorno all’una del mattino di ieri da un gruppo armato che parlava spagnolo. Non sono stati forniti ulteriori dettagli sugli assassini o su eventuali rivendicazioni. Il Primo ministro ad interim, Claude Joseph, in un comunicato ufficiale diffuso poche ore dopo, ha dato la notizia, aggiungendo che assumeva l'incarico di guidare il Paese. Nell’attacco, sempre nella dichiarazione di Joseph, è rimasta ferita la moglie del presidente, che è stata ricoverata in ospedale.
La Conferenza Episcopale di Haiti ha diffuso un comunicato, inviato anche all’Agenzia Fides, condannando il fatto, in cui si legge: "La violenza può solo generare violenza e porta all'odio. Questo atteggiamento non aiuterà mai il nostro Paese a uscire da questa impasse politico che può essere risolto solo attraverso il dialogo, il consenso, lo spirito di impegno per il migliore interesse della nazione, per il bene comune del Paese".
"La Conferenza Episcopale invita tutti i figli e le figlie del Paese a superare il proprio orgoglio personale e gli interessi di gruppo per cercare insieme, attorno a un tavolo, la soluzione haitiana tanto attesa dalla popolazione, dettata dall'amore per Haiti e per i nostri valori di popolo". I Vescovi concludono con un forte appello: "Deponete le armi! Scegliete la vita! Scegliete la convivenza fraterna nell'interesse di tutti e nell'interesse di Haiti!".
Il presidente Jovenel Moïse, 53 anni, era il 42esimo presidente di Haiti. Dopo elezioni complicate nel 2015 (vedi Fides 1/12/2015) e un ballottaggio rimandato più volte (vedi Fides 28/12/2015 e 23/01/2016), Jovenel Moïse prestò giuramento come nuovo Presidente di Haiti il 7 febbraio 2017 (vedi Fides 9/02/2017).
La gestione del presidente Moïse ha registrato diversi attriti con i Vescovi, al punto che il 27 giugno 2018, per la festa della Madonna del Perpetuo Soccorso, patrona di Haiti, Mons. Launay Saturné, Vescovo di Jacmel, Presidente della Conferenza episcopale di Haiti (CEH) davanti a tutte le autorità del paese, compreso il presidente, denunciò: “il Paese è malato” in molti settori, compresa la magistratura. (vedi Fides 2/07/2018). Nel 2019 i Vescovi denunciarono violenza, intimidazioni e miseria, commentando la situazione del paese dopo che la popolazione era scesa in piazza per manifestare contro il governo del presidente Moïse (vedi Fides 13/02/2019).
Negli ultimi mesi i leader dell’opposizione avevano chiesto le dimissioni di Moise, sostenendo che il suo mandato terminava legalmente nel febbraio 2021, ma lui insisteva per cambiare la costituzione con un referendum, al fine di continuare ad essere Presidente. Il mese scorso, i Vescovi avevano pubblicato una dichiarazione al riguardo: “non è il momento di cambiare la Costituzione in mezzo ad una crisi sociale e politica, in questi tempi difficili per il nostro popolo” (vedi Fides 2/06/2021).
Negli ultimi tempi Haiti vive un ulteriore aggravamento della destabilizzazione politica, economica e sociale che la tormenta da anni. La violenza ha raggiunto livelli preoccupanti, i sequestri (anche di religiosi) sono all’ordine del giorno, l’inflazione è in aumento, scarseggiano cibo e carburante in un Paese dove il 60 per cento della popolazione guadagna meno di 2 dollari al giorno. Inoltre Haiti non si è mai ripresa dal devastante terremoto del 2010 e dall’uragano Matthew, che l’ha colpita nel 2016. La pandemia da coronavirus ha aggravato ancora di più la situazione. Nel 2019 ci sono state violente proteste popolari e scontri in cui sono morte decine di persone. Un cambiamento era auspicato con le elezioni generali che avrebbero dovuto tenersi alla fine di quest’anno, ma l’uccisione di Moïse apre uno scenario imprevedibile.
(CE) (Agenzia Fides 08/07/2021)
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AMERICA/HAITI - I Missionari Camilliani in prima linea per dare risposte concrete alla popolazione disorientata
 
Port au Prince (Agenzia Fides) - E’ di poche ore fa la notizia diffusa dalla stampa locale che la polizia di Haiti ha ucciso quattro "mercenari" e ne ha arrestati altri due, ritenuti responsabili dell'agguato costato la vita al presidente Jovenel Moise (vedi altro articolo di Fides 8/7/2021). “Da più di due anni l’isola di Haiti è in mano a bande di criminali che destabilizzano il Paese con una ferocia inaudita, bloccando strade, ammazzando persone e soprattutto organizzando la fiorente industria dei sequestri di persona, senza guardare in faccia nessuno e senza alcuna pietà”. E’ quanto scrive all’Agenzia Fides padre Antonio Menengon, missionario Camilliano, responsabile di Madian Orizzonti Onlus, associazione che opera in Italia e nelle missioni Camilliane all’estero, in merito a questo ennesimo efferato episodio di violenza.
“Nonostante questa gravissima situazione – prosegue p. Antonio -, i Camilliani presenti ad Haiti continuano il loro instancabile lavoro per far funzionare al meglio l’ospedale Foyer Saint Camille e il centro per disabili Foyer Saint Camille, la scuola, proseguire i lavori per la costruzione di case e la campagna alimentare che aiuta migliaia di famiglie a sopravvivere a questa tremenda situazione.”
Il sacerdote conferma che lavorare in un contesto di violenza quotidiana diventa sempre più difficile e sottolinea quanto sia altrettanto importante esserci e dare una risposta concreta a persone ammalate, a disabili, a chi è senza lavoro, senza casa e senza cibo. “Vogliamo essere vicini a questa popolazione stremata dalla violenza e dalla fame, così tragicamente presenti da far passare in secondo piano la pandemia di Covid-19 – dice il Camilliano -. I nostri Missionari sono in prima linea per dare risposte concrete a una popolazione ormai al totale sbando e alla completa disperazione e chiedono il nostro aiuto nella preghiera e nella solidarietà per poter continuare, nonostante tutto, a donare vita e a rispondere con sempre maggiore impegno alla disperazione di tanta gente infondendo loro una briciola di speranza.”
In questo tempo di violenza, durante il quale sono aumentati gli ammalati, i feriti e l’accoglienza dei bambini disabili, l’Ospedale Foyer Saint Camille porta avanti il suo impegno. “Ormai – spiega p. Antonio - non si può più parlare di povertà ma di spaventosa miseria. Da diversi anni abbiamo incrementato l’aiuto alimentare a migliaia di famiglie che hanno sperimentato e sperimentano più che la virulenza del Covid-19, il moltiplicarsi a dismisura del virus della fame. Tantissimi non possono permettersi nemmeno una baracca di lamiere, cartoni e fango; sono costretti ad affittare un materasso per dormire la notte e il possesso di una baracca è diventato solo un miraggio. Per rispondere a questa ulteriore emergenza, abbiamo ripreso la costruzione di piccole abitazioni per aiutare almeno le famiglie numerose e dare loro un riparo. Solo in questi ultimi tre mesi ne abbiamo già costruite 21 e continueremo a farlo perché dare un tetto e una stabilità a genitori con 5 o 6 figli significa portare sicurezza, igiene e salute e soprattutto prevenire disadattamento sociale e malattie.”
(AM/AP) (Agenzia Fides 8/7/2021)

lunedì 14 giugno 2021

Da Agenzia Fides News 14 giugno 2021

 

AFRICA/BURKINA FASO - “A cosa servono le basi militari straniere nel Sahel?” chiedono i Vescovi dopo la strage di Solhan
 
Ouagadougou (Agenzia Fides) – Il Burkina Faso è sotto choc per la strage di Solhan, il villaggio nel nord-est del Paese assalito nella notte tra il 4 e il 5 giugno, nel quale almeno 160 persone sono state uccise (vedi Fides 7/6/2021), affermano i Vescovi di Burkina Faso e Niger in un comunicato pubblicato al termine della loro seconda Assemblea Plenaria.
“Indubbiamente si stanno compiendo notevoli sforzi nella lotta al terrorismo e dobbiamo congratularci con tutte le parti coinvolte, in particolare le forze di difesa e di sicurezza. Il tragico evento di Solhan, ci ha però scioccati e fa apparire l'idra terrorista in una luce che uccide l'ottimismo che stava cominciando a rinascere tra le popolazioni” affermano nel documento pervenuto all’Agenzia Fides. All’Apertura dell’Assemblea, il Cardinale Philippe Ouedraogo, Arcivescovo di Ouagadougou, aveva espresso le condoglianza della Conferenza Episcopale di Burkina Faso e Niger alle vittime del massacro (vedi Fides 10/6/2021).
Nella nota i Vescovi si chiedono se la presenza di basi militari straniere nei Paesi del Sahel contribuisca o meno a rafforzare la sicurezza delle popolazioni locali. “La notte d’orrore di Solhan mostra che lo spettro terrorista sta diventando sempre più minaccioso per una popolazione che è tuttavia circondata da basi militari, sia nazionali che straniere. Questo crea forte perplessità nelle popolazioni, con una prospettiva allarmante di incommensurabile disagio degli sfollati in questo periodo di inizio inverno” scrivono i Vescovi facendo riferimento alla stagione secca saheliana, detta “invernale”.
“Naturalmente ci si interroga sul valore della presenza di tante forze straniere nei nostri territori, poiché la speranza dei frutti delude sempre più la promessa dei fiori. Questa osservazione è di grande preoccupazione per le popolazioni; preoccupazione che condividiamo. Quando arriva la fine del tunnel?” chiedono i Vescovi.
Il 12 giugno migliaia di persone si sono radunate a Dori, nel nord del Burkina Faso, per denunciare “l'inerzia” delle autorità dopo il massacro di Solhan (L.M.) (Agenzia Fides 14/6/2021)
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AFRICA - Terrorismo e violenza: situazione insostenibile nei paesi dell’Africa occidentale Abidjan (Agenzia Fides) – "La subregione dell'Africa occidentale sta purtroppo diventando il bastione del terrorismo in Africa. Una situazione che diventa sempre più preoccupante" scrive all’Agenzia Fides p. Donald Zagore, teologo ivoriano della Società per le Missioni Africane, esprimendo tutta la sua preoccupazione e l'allarme per la situazione dell'area. Il conflitto tra forze governative e gruppi armati legati a Isis e al-Qaeda, nella parte occidentale del Sahel, ha devastato gran parte della regione nell’ultimo decennio, innescando una significativa crisi umanitaria. Secondo i dati del progetto Armed Conflict and Location Event Data Project sono morte quasi 7.000 persone a causa del peggioramento dei combattimenti lo scorso anno. E, secondo quanto pubblicato dalle Nazioni Unite, le continue violenze hanno provocato lo sfollamento interno di oltre due milioni di persone.
Rileva padre Zagore: "Aumentano gli sfollati e i morti. Intere popolazioni che vivono in condizioni di totale precarietà non ce la fanno più - insiste il missionario -. Instabilità politica quasi permanente, violazione dei valori democratici, corruzione su vasta scala, povertà sempre più accentuata, ascesa al potere dei cartelli della droga e dell'oro clandestino, che contribuiscono enormemente al finanziamento del terrorismo, stanno aggravando le condizioni sociali, politiche ed economiche in questa parte dell'Africa".
"Fino a quando i nostri Stati rimarranno prigionieri di tutti questi mali senza mai combatterli con vigore, le loro porte saranno ampiamente aperte a tutte le forme di violenza e di terrorismo per eccellenza. Non è più tempo di discorsi ed eterni vertici sulla lotta al terrorismo. E’ il momento di agire. Le persone non devono diventare prigioniere nel proprio paese" dice accorato il missionario.
Tra gli altri gravi episodi di violenza registrati nella giornata di ieri, 13 giugno 2021, si segnala la morte di almeno due soldati e un gendarme, rimasti uccisi dall’esplosione del loro veicolo a causa di un ordigno esplosivo nella regione di Tèhini, nel nord-est della Costa d'Avorio, vicino al confine con il Burkina Faso. Secondo quanto riportato da fonti locali l'esplosione ha provocato anche tre feriti a meno di una settimana da un attacco di sospetti jihadisti nella cittadina di Tougbo, a pochi chilometri dal confine con il Burkinabè.
Il conflitto nella regione del Sahel ha causato una delle più grandi crisi umanitarie del mondo, con 24 milioni di persone bisognose di aiuti quest'anno e 13 milioni che soffrono la fame, secondo l'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA). Con le sue vaste distese desertiche poco controllate e i confini porosi, il Sahel si è rivelato terreno fertile per l'ascesa della militanza islamista in una delle regioni più povere del mondo, mentre il cambiamento climatico ha peggiorato la competizione per le risorse in diminuzione. Secondo un recente studio commissionato dal Catholic Relief Services (CRS) in Mali, Burkina Faso e Niger la disoccupazione giovanile e la mancanza di opportunità economiche sono la causa principale della violenza, spingendo molti giovani a unirsi a gruppi armati. In Africa Occidentale una élites dell'1% possiede ricchezza più di tutto il resto della popolazione e i governi non fanno abbastanza per ridurre la disuguaglianza attraverso politiche come la tassazione e la spesa sociale, ha affermato l'Ong Oxfam.
(DZ/AP) (Agenzia Fides 14/06/2021)
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ASIA/MYANMAR - Preti cattolici arrestati e rilasciati dall'esercito: violenze a Mandalay Mandalay (Agenzia Fides) - I militari birmani hanno arrestato e rilasciato sei sacerdoti cattolici e un laico cattolico nel villaggio di Chan Thar, nell'Arcidiocesi di Mandalay, 700 km a nord di Yangon. Come conferma all'Agenzia Fides p. Dominic Jyo Du, Vicario generale dell'Arcidiocesi di Mandalay, nella notte tra il 12 e il 13 giugno, militari birmani hanno fatto irruzione nel complesso della chiesa dell'Assunzione e nella annessa casa del clero arrestando il parroco e altri sacerdoti che erano in visita da lui, compiendo una capillare perquisizione della struttura. L'irruzione è stata motivata dal fatto che, secondo alcuni informatori, alcuni parlamentari della Lega nazionale per la democrazia si nascondono in chiese cattoliche e monasteri buddisti. Nel blitz compito nelle ore notturne, i militari hanno divelto il cancello del complesso della chiesa cattolica dell'Assunzione, costruita 200 anni fa dai missionari francesi delle Missioni Estere di Parigi (MEP). A causa dell'arrivo dell'esercito, molti abitanti del villaggio, compresi anziani, donne, malati, sono fuggiti nelle vicine foreste e poi il giorno dopo, alla fine dell'operazione, sono potuti rientrare nelle loro case.
Come riferisce p. Dominic Jyo Du, dopo una notte di interrogatori in stato di fermo, il 13 giugno, intorno all'1,30 di pomeriggio, tutti sono stati rilasciati: "E' stata comunque un'esperienza terribile, dal carattere intimidatorio. Non sono stati maltrattati o torturati ma, quando a un sacerdote è stato intimato di spogliarsi dell'abito sacro, il parroco si è opposto, dicendo che avrebbero potuto anche ucciderlo, ma non l'avrebbe fatto. E' stato coraggioso. I militari non hanno insistito e li hanno rispettati. A volte i militari rispettano gli uomini di Dio, a volte no. Dipende dalle persone".
La gente del luogo ha potuto riabbracciare i preti cattolici. Nel villaggio di Chan Thar si ricorda il primo sacerdote missionario cattolico francese, p. Joseph Pho, MEP, che arrivò in questo villaggio nel 1902, mentre oggi nel villaggio è ancora operante una clinica aperta dalle suore francescane nel 1919. La presenza cattolica è molto apprezzata da tutta la popolazione.
Nell'attuale situazione di crisi, migliaia di persone di ogni ceto sociale vengono arrestate, incarcerate "a causa di informazioni errate, fornite da informatori pro militari", segnala una fonte di Fides. A Mandalay proseguono gli scontri tra le locali di difesa del popolo (People's Defence force) e agenti di polizia e dell'esercito birmano che continuano a compiere raid e perquisizioni notturne nelle case, in edifici civili come scuole, in luoghi di culto come chiese, pagode, monasteri. In risposta le forze della resistenza si organizzano per colpire obiettivi militari.
Mandalay, antica capitale della Birmania (oggi Myanmar) prima dell’arrivo degli inglesi, è disseminata di templi buddisti e rappresenta lo spirito mistico del paese, segnata dal buddismo Hinayana.
(PA-JZ) (Agenzia Fides 14/6/2021) top^    

ASIA/AFGHANISTAN - Le donne afgane: senza giustizia, la guerra proseguirà Kabul (Agenzia Fides) - È preoccupata Nargis Nehan, direttrice dell’Organizzazione non governativa “Equality for Peace and Democracy”. “Con il ritiro delle truppe, sembra che la società civile non sia più utile come prima alla comunità internazionale”. Già Ministra per il Petrolio e le risorse naturali, volto noto dell’attivismo nella capitale afghana, Nehan nota che al disimpegno militare sta corrispondendo un disimpegno diplomatico e finanziario. Il 14 aprile 2021 il Presidente degli Statu Uniti, Joe Biden, ha annunciato che il ritiro delle truppe statunitensi, incondizionato, avverrà entro l’11 settembre 2021. Lo stesso vale per i Paesi che contribuiscono coi i loro eserciti alla missione della Nato. Nelle ambasciate straniere si stilano piani di evacuazione. I donatori appaiono più riluttanti a sostenere nuovi progetti. “Non siamo coinvolte a sufficienza nelle discussioni di alto livello”, lamenta Nehan. Spesso, sostiene, “ le donne afgane sono chiamate a parlare soltanto di diritti delle donne, ma abbiamo idee su tutto: dal processo di pace al quadro regionale”.
Previsto dall’accordo bilaterale tra Usa e Talebani del febbraio 2020, il negoziato intra-afghano, tra Talebani e fronte repubblicano, è iniziato soltanto nel settembre 2020. Non ha prodotto risultati significativi. I Talebani hanno disertato una Conferenza dell’Onu prevista lo scorso aprile in Turchia, con il pretesto che la data scelta da Biden per il ritiro completo posticipava di 4 mesi quanto concordato a Doha. Da allora, la violenza è cresciuta.
"È la prima volta in vent’anni che mi sento veramente minacciata”. Così racconta all’Agenzia Fides Najba Ayoubi, giornalista, direttrice di “The Killid Radio”, rete indipendente di radio afgane con sedi in otto province del Paese. Negli ultimi mesi si sono registrati numerosi omicidi mirati contro giornalisti e giornaliste, membri della società civile, giudici, funzionari governativi. Nessun gruppo rivendica gli omicidi. La violenza cresce anche sui fronti militari, con i Talebani alla conquista di nuovi distretti e il governo concentrato nella protezione dei capoluoghi provinciali. Per Najiba Ayoubi “quando si entra in un negoziato il primo passo dovrebbe essere accettare un cessate il fuoco. Solo dopo si negozia”. I Talebani avrebbero scelto invece “la strada sbagliata. Vogliono andare al potere con la forza”. Per Najiba Ayoubi resta importante trovare un accordo politico tra il governo di Kabul e i Talebani. Ma nota che “firmare un documento non produrrà la pace”. “Il processo politico è importante, ma senza pace sociale ci saranno sempre altri conflitti. Qui c’è una società in guerra da 40 anni. Tante famiglie chiedono giustizia”. Se non si soddisfano le richieste di giustizia, la guerra proseguirà”, conclude la direttrice di The Killid Radio.
(GB-PA) (Agenzia Fides 14/6/2021)
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    AMERICA/MESSICO - Sacerdote ucciso in una sparatoria tra cartelli del narcotraffico Jalisco (Agenzia Fides) - Il Ministro Provinciale della Provincia Francescana dei santi Francisco e Santiago in Messico, padre Angel Gabino Gutiérrez Martinez, OFM, ha informato della morte violenta del suo confratello, padre Juan Antonio Orozco Alvarado, OFM, vittima, insieme ad altre persone, di uno scontro fra bande armate tra i cartelli che si disputano il territorio.
La comunicazione del Superiore francescano porta la data del 12 giugno, ed è pervenuta a Fides domenica 13 giugno festa di Sant'Antonio di Padova. La notizia è stata confermata da una nota della Prelatura di Jesús María (del Nayar), suffraganea di Guadaljara, che indica la mattina di sabato 12 giugno come data del sanguinoso evento, in cui oltre al sacerdote ci sono altri morti e feriti.
La comunità cattolica di Guadalajara ha riferito che il sacerdote ha perso la vita mentre si stava recando a celebrare la messa nella comunità di Tepehuana de Pajaritos. Alcuni membri armati del cartello di Jalisco Nueva Generación (CJNG) e del cartello di Sinaloa hanno iniziato ad attaccarsi a vicenda, il sacerdote e il piccolo gruppo di fedeli della comunità che lo avevano accolto e con lui si stavano recando in chiesa, si sono trovati nel mezzo dello scontro.
Padre Juan Antonio Orozco Alvarado aveva 33 anni, era parroco a Santa Lucía de la Sierra, nel municipio di Valparaíso nello stato di Zacatecas, Jalisco. "Padre Juanito", come era conosciuto, aveva iniziato solo 6 mesi fa il suo lavoro pastorale nella zona.
La Conferenza Episcopale Messicana (CEM) ha deplorato il fatto, auspicando che Nostra Signora de Guadalupe "consoli il nostro dolore con il suo cuore di madre e ripristini la giustizia e la pace nella nostra società". La CEM ha inoltre ricordato che Fray Juan - originario di Monclova - è stato "vittima della violenza che esiste nel nostro Paese".
(CE) (Agenzia Fides 14/06/2021)

mercoledì 9 giugno 2021

Da Fides News

 

ASIA/AFGHANISTAN - Il contingente militare italiano lascia la nazione: il futuro è incerto
 
Kabul (Agenzia Fides) - “Il contingente italiano, che oggi lascia l’Afghanistan dopo vent’anni di presenza nel paese, ha avuto un ruolo significativo da un punto di vista sociale oltre che di sicurezza. I nostri militari si sono guadagnati l’affetto e la stima della gente, portando progresso soprattutto nel campo dell’educazione. Quello che preoccupa è il futuro: mi auguro che ciò che è stato fatto rimanga, che non si torni indietro come si teme. Negli ultimi mesi sono state uccise persone che hanno collaborato allo sviluppo del paese, donne professioniste o giovani studentesse”. E’ il commento rilasciato all’Agenzia Fides dal Barnabita p. Giuseppe Moretti, missionario in Afghanistan dal 1990 al 2015 e Superiore della Missio sui iuris a Kabul a partire dal 2002.
L’Italia ha dato avvio al ritiro delle truppe dall’Afghanistan a vent’anni dagli attacchi delle Torri Gemelle: risale infatti al 30 dicembre 2001 l’arrivo dei militari italiani nella zona a loro affidata, il quadrante di Herat, nel nord-ovest del paese. E’ pari a 52 il numero di militari caduti dall’inizio della guerra. Sono invece 895 gli uomini che hanno lasciato ieri il paese. Secondo p. Moretti, “è un fatto storico che il popolo afghano riesca a trovare unità solo nel voler mandare via la presenza militare straniera: pensiamo alle guerre anglo-afghane, all’invasione sovietica e alla presenza della Nato. Oggi, però, la partenza di questi militari, anziché lasciare un’eredità di sicurezza, lascia il timore di un ritorno al passato. Possiamo solo pregare affinché le cose volgano al positivo”.
Una preoccupazione condivisa anche da parte della popolazione, come racconta all’ Agenzia Fides Abdurahman Qaderi, avvocato e membro del Consiglio della Provincia di Paktia, in Afghanistan: “Molte persone sono felici della partenza delle forze militari straniere, ma la maggior parte della gente è preoccupata, perché la situazione è davvero incerta. Quello che si teme di più è il rischio di una nuova guerra civile. Siamo spaventati anche dal rischio di intromissioni da parte di paesi limitrofi che potrebbero essere interessati a favorire la guerra. Per questo chiediamo al presidente degli Stati Uniti e a tutti gli altri paesi di ascoltare queste nostre preoccupazioni. Vorremmo delle garanzie internazionali per il nostro futuro”.
Era l’aprile del 1978 quando un colpo di stato rovesciò il governo di Mohammed Daud Khan, dando inizio ad una condizione di guerra che in Afghanistan dura ormai da oltre quarant’anni. A quel golpe, infatti, fecero seguito l’occupazione sovietica dal 1979 al 1989 e, dall’inizio degli anni Novanta, una sanguinosa guerra civile che poi avrebbe favorito l’ascesa dei talebani. L’Emirato Islamico dell’Afghanistan da loro instaurato rimase in piedi fino al 2001, quando gli USA attaccarono il paese in risposta agli attentati dell’11 settembre.
(LF-PA) (Agenzia Fides 9/6/2021)