Una verità irrisolta

Una verità irrisolta
ispirazione quindi impegno

martedì 8 giugno 2021

Fides News 8 giugno 2021

 

ASIA/MYANMAR - Il Vicario di Loikaw: "Le chiese nel mirino dei militari"
 
Loikaw (Agenzia Fides) - E' una situazione grave e drammatica quella della diocesi di Loikaw, nello stato birmano di Kayah (Myanmar orientale), dove infuria il conflitto tra esercito birmano e forze di difesa popolari che si oppongono alla giunta militare, dopo il colpo di stato del 1° febbraio. La Chiesa cattolica locale sta prodigandosi con ogni mezzo e risorsa per aiutare gli sfollati interni ma "le chiese sono nel mirino dei militari": è quanto afferma in una accorata Lettera pastorale, inviata all'Agenzia Fides, padre Celso Ba Shwe, Vicario generale della diocesi cattolica di Loikaw. Data l'improvvisa scomparsa del Vescovo e la sede vescovile vacante, padre Celso Ba Shwe, Vicario generale, sta governando la pastorale ordinaria della diocesi.
Nella Lettera pastorale diffusa oggi, il Vicario riferisce degli intensi combattimenti tra esercito e forze della resistenza composte da giovani della società di ogni etnia e religione. In uno scenario critico dal punto di vista umanitario e precario per la sicurezza dei civili, "tutte le comunità religiose nella diocesi stanno dando rifugio e aiutando i civili nelle loro rispettive chiese ed edifici. Ma le chiese sono nel mirino dei militari", afferma con seria preoccupazione.
Di fronte auna violenza e a una ferocia senza precedenti, con bombardamenti indiscriminati su donne, anziani e bambini sfollati, il Vicario esorta tutto il popolo di Dio "a ricorrere alla Vergine Maria e a recitare ogni sera alle 19:00 il Rosario per la pace e per il ritorno della stabilità in Myanmar". Il testo della missiva sottolinea che "la popolazione è stanca e terrorizzata e ora, a causa dei bombardamento di chiese e monasteri, dove i civili avevano trovato riparo, sta fuggendo verso aree forestali che sono anch'esse non sicure", nota.
Come riferito all'Agenzia Fides, sono almeno sei le chiese colpite o interessate da violenza e raid militari nei giorni scorsi. Sacerdoti e religiosi locali stanno mettendo in campo tutte le loro energie fisiche e spirituali per restare accanto alla popolazione in una fase di reale emergenza umanitaria.
(PA-JZ) (Agenzia Fides 8/6/2021)


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ASIA/PAKISTAN - Antico collegio cristiano sottratto alla Chiesa: si calpestano i diritti delle minoranze
 
Peshawar (Agenzia Fide) - L'Edwardes College nella città di Peshawar, storico istituto della "Chiesa del Pakistan" (la Chiesa anglicana), nella diocesi anglicana di Peshawar, viene affidato alla gestione dello stato. Lo ha deciso la Corte Suprema di Peshawar pronunciandosi a favore del governo della provincia di Khyber Pakhtunkhawa, nell'ambito della battaglia legale in corso tra Chiesa e governo provinciale per il controllo e la gestione dell'istituto. La sentenza della Corte Suprema giunge dopo che, nell'ottobre 2019, l'Alta Corte di Peshawar aveva emesso un ordine di nazionalizzazione del più antico istituto di istruzione del territorio provinciale. Il recente verdetto della Corte Suprema viene totalmente rigettato dalle comunità cristiane che, come affermano i Vescovi anglicani in Pakistan, "non vedono tutelato il loro diritto costituzionale e vedono calpestata la giustizia".
Zeeshan Yaqub, attivista per i diritti delle minoranze di Peshawar rileva all'Agenzia Fides che "la comunità cristiana in Pakistan compie grandi sforzi nel campo dell'istruzione, della salute e di altri servizi umanitari, che vanno a beneficio di tutta la popolazione, di persone di ogni religione. Chiediamo la tutela dei diritti delle minoranze. come previsti dalla Costituzione del Pakistan, anche nelle loro proprietà".
L'Edwardes College nacque come scuola missionaria cristiana chiamata "Edwardes High School", fondata dalla "Church Missionary Society" britannica nel 1853. Nel 1900 si trasformò in Collegio e da allora ha funzionato come istituzione privata, gestita ufficialmente dalla "Chiesa anglicana". L'istituto è rimasto sotto la direzione della Chiesa anche dopo che, nel 1972, venne presa dal governo del Pakistan la decisione di nazionalizzare le istituzioni educative private. Molti istituti sono stati restituiti alle Chiese nei decenni successivi, secondo una politica di de-nazionalizzazione.
La controversia legale sull'amministrazione dell'Edwardes College è iniziata nel 2014, dopo che i missionari americani hanno lasciato la gestione dell'istituto a membri della Chiesa locale ed è stato nominato il primo preside cristiano pakistano. Un accademico musulmano, contestando tale nomina, ha portato il caso dinanzi all'Alta Corte nel 2016. In base alle decisioni dell'Alta Corte, il Vescovo anglicano di Peshawar Mons. Humphrey Sarfraz Peters (a cui intanto era passata la giurisdizione, con l'erezione di quella diocesi) ha ripristinato l'originario Consiglio di amministrazione, secondo la Costituzione promulgata dalla "Church Missionary Society". Tra l'altro la Chiesa è proprietaria esclusiva dei terreni e dei fabbricati del Collegio: per questo il Collegio non rientrava nei criteri della nazionalizzazione. Mons. Humphrey Sarfraz Peters ha ricordato che il Collegio ha sostenuto tutte le spese educative, proprio come qualsiasi altro istituto di istruzione privato, senza alcun aggravio di spesa per lo stato.
L'attuale governo della provincia di Khyber Pakhtunkhawa non ha accettato la configurazione del Collegio come "istituzione privata", di proprietà della Chiesa, e ha proseguito la battaglia legale cercando di strappare il controllo totale della struttura alla Chiesa. La sentenza dell'Alta Corte di Peshawar dell'ottobre 2019 ha dato ragione al governo civile e, dopo l'ultimo ricorso intentato dalla Chiesa, anche la Corte Suprema si è pronunciata a favore del governo della Khyber Pakhtunkhawa.
Una recente ricerca della Ong "Centro per la giustizia sociale" ha rilevato il forte indebolimento delle scuole e degli istituti un tempo cristiani, dopo la avvenuta nazionalizzazione, nella qualità dell'istruzione impartita.
(KN-PA) (Agenzia Fides 8/6/2021)
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lunedì 7 giugno 2021

Fides News 7 giugno 2021

 


AFRICA - “Non dimentichiamo suor Gloria ancora in mano ai rapitori in Mali”: appello di padre Gigi Maccalli ex ostaggio
 
Crema (Agenzia Fides) – “Da quando sono tornato libero, non cesso di pregare e di invitare tutti a mantenere vivo il ricordo e la preghiera per gli altri ostaggi prigionieri nel Sahel.” Lo scrive all’Agenzia Fides padre Gigi Maccalli, sacerdote della Società per le Missioni Africane (SMA), che era stato rapito in Niger il 17 settembre 2018 e liberato il 9 ottobre 2020. “Tra di loro – prosegue il missionario - mi è caro ricordare oggi, 7 giugno 2021, suor Gloria Cecilia Narvaez Agoti, rapita in Mali il 7 febbraio 2017. In questo giorno in cui si assommano ben 4 anni e mezzo di cattività per lei, alzo il mio accorato appello: non dimentichiamola!”
Padre Maccalli racconta di come abbia raccolto personalmente la testimonianza di Sophie Pétronin (vedi Agenzia Fides 15/10/2020) e di Edith Blais che hanno condiviso con suor Gloria la sorte di ostaggio prima di essere liberate. “Entrambe mi attestavano la loro preoccupazione nel saperla sola a gestire la dura prova del sequestro.”
“Faccio appello all’attenzione dell’opinione pubblica e chiedo a tutti i cristiani di pregare per la sua liberazione, memore e riconoscente per la preghiera incessante con cui avete pregato numerosi per la mia liberazione. P. Gigi Maccalli, ex ostaggio”.
Suor Gloria, religiosa di nazionalità colombiana della Congregazione delle Suore Francescane di Maria Immacolata, è stata rapita la notte del 7 febbraio 2017 quando un gruppo di uomini armati ha fatto irruzione nella parrocchia di Karangasso a Koutiala. Dopo aver sequestrato la suora dal centro missionario sono fuggiti con l’ambulanza del centro medico della missione per andare a riprendere le moto con le quali erano arrivati.
(GM/AP) (Agenzia Fides 7/6/2021)
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AFRICA/BURKINA FASO - “Chi ha compiuto il massacro vuole affermare il controllo su un’area di collegamento strategica” dicono fonti di Fides
 
Ouagadougou (Agenzia Fides) – “Il Paese è sotto choc. È dal 2015 che non accadeva un massacro del genere” dicono all’Agenzia Fides fonti della Nunziatura Apostolica da Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, dove nella notta tra il 4 e il 5 giugno almeno 160 persone sono state massacrate nel villaggio di Solhan, nel nord-est del Paese.
“Al momento le notizie sono ancora frammentarie” dicono le fonti di Fides. “Non sappiamo il numero esatto delle vittime, si parla di 160 morti ma potrebbero essere di più, né quale sia il gruppo che ha commesso il massacro”.
“In attesa di informazioni più accurate possiamo fare alcune considerazioni" continuano le fonti di Fides. "Da una prima valutazione le autorità del Paese sembrano ritenere che chi ha perpetrato il massacro abbia voluto affermare la sua capacità di controllare il territorio. L’esercito infatti ha organizzato dei gruppi di autodifesa dei villaggi dell’area. Con queste massacri i terroristi sembra che abbiano voluto rispondere a queste iniziative di difesa. In ogni caso questa area è strategica perché collega il Mali e il Niger, attraverso il Burkina Faso”.
Solhan è un piccolo comune situato a una quindicina di chilometri da Sebba, capoluogo della provincia di Yagha che ha registrato negli ultimi anni numerosi attacchi attribuiti a jihadisti legati ad Al-Qaeda e allo Stato Islamico. Al massacro di Solhan se ne è aggiunto subito un altro, commesso nella serata del 4 giugno in un villaggio della stessa regione, Tadaryat, con un bilancio di almeno 14 morti. Il 17 e il 18 maggio, 15 civili e un soldato sono stati uccisi in due assalti a un villaggio e a una pattuglia nel nord-est del Paese.
Lo Stato ha decretato un lutto nazionale di 72 ore da domenica 7 giugno mentre la Conferenza Episcopale ha invitato le parrocchie a tenere un momento di preghiera per le vittime al termine delle celebrazioni per il Corpus Domini.
Anche Papa Francesco ha ricordato i massacri di civili in Burkina Faso. Dopo l’Angelus di domenica 6 giugno, il Santo Padre ha detto: “Desidero assicurare la mia preghiera per le vittime della strage compiuta la notte tra venerdì e sabato in una cittadina del Burkina Faso. Sono vicino ai familiari e all’intero popolo Burkinabé, che sta soffrendo molto a causa di questi ripetuti attacchi. L’Africa ha bisogno di pace e non di violenza!”. (L.M.) (Agenzia Fides 7/6/2021)
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ASIA/MYANMAR - Bombardata un'altra chiesa cattolica nello stato Kayah: non confermata la notizia del massacro a Yangon
 
Demoso (Agenzia Fides) - Nella città di Demoso, nello Stato di Kayah, in Myanmar orientale, la chiesa cattolica di Nostra Signora della Pace della parrocchia di Dongankha, nella diocesi di Loikaw, è stata intenzionalmente attaccata dall'esercito birmano e gravemente danneggiata. E' la sesta struttura cattolica interessata da attacchi o raid dell'esercito. Secondo quanto riferisce all'Agenzia Fides un prete della diocesi, p. Paul Tinreh, non sono stati segnalati feriti o vittime, e la chiesa rientra tra gli edifici attaccati nella zona: diverse abitazioni sono state danneggiate o bruciate da bombardamenti indiscriminati di artiglieria compiuti ieri, 6 giugno, fin dalle prime ore del mattino.
La Chiesa locale da settimane ha messo a disposizione le proprie strutture a benefici degli sfollati che fuggono dai bombardamenti: accanto al complesso della chiesa, sorge una casa di riposo gestita dalla Suore della Riparazione dove, insieme con le religiose più anziane, si sono rifugiate circa 150 persone vulnerabili del villaggio di Dongankha, tra donne, anziani e bambini. "Con loro soggiorna anche il parroco ma in realtà, non sono al sicuro. Da quando lo stato Kayah è divenuto zona di guerra, nessun luogo è sicuro", nota a Fides p. Francis Soe Naing, altro sacerdote locale.
"Abbiamo lanciato ai militari un appello a non attaccare le chiese perché molte persone, soprattutto quelle vulnerabili, si stanno rifugiando in esse. Ma l'appello è caduto nel vuoto . Uno dei motivi per cui stanno attaccando la Chiesa cattolica è che, collaborando con molti donatori, la Chiesa cattolica ha preso iniziative di soccorso per più di un terzo della popolazione totale dello Stato di Kayah (oltre 300.000 persone) che è stata sfollata con la forza a causa degli attacchi indiscriminati del regime militare", aggiunge in un messaggio pervenuto all'Agenzia Fides il Gesuita p. Wilbert Mireh SJ. "Un'altra ragione è che attaccano le chiese è perché non hanno più un briciolo di umanità o di cuore", rileva.
Nella parrocchia di Dongankha, intorno alla chiesa colpita ieri, vivono circa 800 famiglie cattoliche, per una popolazione cattolica è di circa 4.600 persone , assistite pastoralmente da 3 sacerdoti, 2 fratelli religiosi, 4 suore, 1 catechista e 15 volontari assistenti pastorali.
Secondo informazioni diffuse dalla Chiesa locale, è la sesta volta in due settimane che chiese o istituti cattolici in Myanmar sono colpiti o interessati da violenze dell'esercito. Nei giorni scorsi sono state interessate da attacchi: la chiesa del Sacro Cuore di Gesù nel villaggio di South Kayanthayar, colpita da artiglieria che ha distrutto la parte sinistra della chiesa, facendo 4 morti e molti feriti; la Cattedrale del Sacro Cuore di Gesù, nella diocesi di Phekhon; la Chiesa cattolica di San Giuseppe, parrocchia di Demoso; la Chiesa di Nostra Signora di Lourdes, nella parrocchia di Domyalay, chiesa di nuova costruzione e non ancora inaugurata; va aggiunto, poi, il raid nel Seminario Maggiore Intermedio (dove si trovano 1.300 profughi) con l'uccisione di un volontario.
In un altro scenario, i mass-media hanno parlato di "massacro" nel villaggio di Hla Swe, nella parte occidentale di Yangon. La notizia, secondo fonti di Fides, è notevolmente gonfiata dato che la situazione resta quella che si registra da settimane. Infatti, nota la fonte di Fides, 3 persone sono state uccise dai militari e circa 10 persone sono state arrestate, mentre oltre mille sono fuggite, in azioni militari che però non configurano una carneficina. Secondo un prete locale la gente della zona si nasconde nelle aree rurali e in altri villaggi ma, a causa di posti di blocco costruiti dai militari, non è possibile far pervenire aiuti umanitari. Nell'area vis sono 4 piccoli villaggi cattolici ma nessuna chiesa è stata attaccata.
(PA-JZ) (Agenzia Fides 7/6/2021)
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ASIA/LIBANO - “Siamo un popolo che non muore”. Il Patriarca maronita Raï rinnova la consacrazione del Libano al Cuore immacolato di Maria
 
Harissa (Agenzia Fides) - Il Cardinale libanese Béchara Boutros Raï, Patriarca di Antiochia dei maroniti, ha rinnovato l’atto di consacrazione del Libano e di tutto il Medio Oriente al Cuore Immacolato della Vergine Maria, durante la celebrazione della liturgia eucaristica da lui presieduta ieri, domenica 6 giugno, presso il Santuario di Nostra Signora del Libano, a Harissa. Alla celebrazione liturgica ha preso parte anche l’Arcivescovo Joseph Spiteri, Nunzio apostolico in Libano, insieme a un numero contingentato di fedeli provenienti da diverse regioni del Paese, nel rispetto delle misure di sicurezza sanitaria imposte dalla pandemia.
Ancora una volta, durante l’omelia, il Patriarca ha usato i toni della denuncia per deplorare il modus operandi della classe politica libanese. “In questi giorni difficili” ha affermato tra le altre cose il porporato libanese “i funzionari stanno cercando di salvare se stessi e i loro interessi”, e non si preoccupano di un popolo stanco di vivere umiliazioni “davanti a banche e cassieri, davanti a distributori di benzina e forni, di fronte a farmacie e ospedali”.
Riferendosi allo scenario devastante della crisi libanese, il Cardinale si è chiesto se lo stallo istituzionale che impedisce di formare un nuovo governo non nasconda in realtà l'intenzione di rinviare e di fatto sabotare le elezioni parlamentari e quelle presidenziali in agenda tra maggio e ottobre del 2022, o addirittura il disegno di provocare il collasso del sistema-Paese, proprio in concomitanza con il centenario dell’indipendenza nazionale. “Noi siamo un popolo che non muore” ha aggiunto il Primate della Chiesa maronita “e non permetteremo quindi che questo programma venga completato”.
Il Patriarca Béchara Boutros Raï consacrò per la prima volta il Libano e tutto il Medio Oriente al Cuore Immacolato di Maria il 16 giugno 2013 (vedi Fides 17/6/2013). In occasione di quel primo atto solenne di consacrazione, celebrato anche allora presso il Santuario mariano di Harissa, il Patriarca maronita pregò affinché tutti i popoli della regione fossero liberati “dai peccati che portano a divisioni, aggressioni e violenza”. Quella volta, tutt'intorno alla Basilica si è raccolta una moltitudine di fedeli per implorare che il Paese dei Cedri non fosse travolto dal contagio di conflitti settari che stavano dilaniando la vicina Siria. Allora, durante l’omelia, il cardinale libanese aveva associato i musulmani all'atto di consacrazione, ricordando che il Libano è l'unico Paese dove la Solennità dell'Annunciazione, il 25 marzo, viene celebrata insieme da cristiani e musulmani come festa nazionale.
Mercoledì prossimo, 9 giugno, prenderà il via il Sinodo annuale dei Vescovi della Chiesa maronita. La prima parte della riunione sinodale, da mercoledì 9 a sabato 13 giugno, avrà la forma di ritiro spirituale, con meditazioni guidate da padre Fadi Tabet, rettore del Santuario di Harissa. (GV) (Agenzia Fides 7/6/2021)
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AMERICA/COLOMBIA - Visita della Commissione Interamericana per i Diritti Umani, mentre i negoziati tra governo e manifestanti sono bloccati
 
Cali (Agenzia Fides) - “La pandemia globale, che ci ha reso tutti figli dello stesso bisogno, e lo sciopero nazionale che colpendo la mobilità e la distribuzione, ha fatto sentire a tutti la scarsità, la fame e l'assoluta necessità, cosa significa il sostentamento vitale per ogni persona…”: con queste parole, l’Arcivescovo di Cali, Mons. Darío de Jesús Monsalve Mejía, ha voluto proporre una forte riflessione nella giornata in cui la Chiesa celebra la solennità del Corpo e Sangue del Signore. “È la festa del Corpus Domini – ha sottolineato -. Senza le grandi processioni del passato, ancora limitate dalla pandemia e dallo sciopero nazionale, la celebriamo nelle nostre chiese, magari in qualche piazza. Ma, soprattutto, come solennità che, al di là del nome popolare di ‘Corpus’, ci pone dinanzi al sacrificio di Cristo, ‘corpo donato per tutti, sangue versato per molti e per tutti’. Corpo e Sangue, separati, significa una vittima, una vita ferita o uccisa, vite torturate, massacrate”.
Quindi l’Arcivescovo ha proseguito: “Quest'anno la Parola ci centra sul ‘Sangue di Cristo’, in contrasto con il sangue dei tori nei riti dell'alleanza, e il sangue dell'agnello pasquale, in ricordo della liberazione del popolo dall'oppressione dei faraoni in Egitto...Nell’ultima Pasqua di Gesù, diventata la prima messa del cristianesimo, non c'è agnello da macellare e da mangiare, perché Gesù stesso è l'Agnello Immolato: diventa pane per essere mangiato da tutti, diventa vino, in modo che ‘tutti ne bevano’.” L’Arcivescovo ha quindi collegato la festa con la vita dei colombiani: “la violenza malvagia e perversa, con cui alcuni si sono infiltrati nella protesta pacifica, e hanno fatto scontrare cittadini armati contro cittadini senza armi, ci fa vedere scorrere il sangue umano non nelle vene, ma per le strade e per i territori.”
Ecco perché nella sua riflessione ha esortato tutti a “bere dal calice del sangue di Cristo, che significa purificare l'anima, ricevere il perdono da Dio e a giurare di non uccidere”. Ha concluso chiedendo di decretare uno stop totale alla violenza e di accogliere la grazia del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo.
La Colombia continua a vivere la tensione del “paro", lo sciopero generale per protestare contro il governo. I negoziati tra il governo colombiano e il Comitato Nazionale del Paro si sono bloccati ieri, a Bogotà, dopo oltre un mese di proteste in cui sono morte più di 40 persone (vedi Fides 24/05/2021). La stampa internazionale informa che una delegazione della Commissione Interamericana per i Diritti Umani (IACHR) è arrivata sempre ieri, domenica 6 giugno, nel Paese per valutare la situazione che sta attraversando, scossa dalle proteste sociali dallo scorso 28 aprile. Dall'8 al 10 giugno la Commissione effettuerà la sua visita ufficiale in Colombia per valutare la situazione dei diritti umani nel Paese.
(CE) (Agenzia Fides 7/06/2021)
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AMERICA/CILE - I Vescovi di Antofagasta denunciano la detenzione, la vessazione e la deportazione dei migranti venezuelani
 
Antofagasta (Agenzia Fides) – "Come Vescovi della Chiesa cattolica nel Norte Grande, chiediamo il rispetto dello Stato di diritto che deve governare tutte le azioni degli organismi statali, a maggior ragione quando si tratta di misure che incidono sulla libertà di circolazione delle persone che abitano il territorio nazionale. Una procedura conforme alla legge non è un'opzione in uno Stato democratico come la Repubblica del Cile, indipendentemente dal fatto che le persone coinvolte siano cittadini di altri paesi”.
La richiesta è contenuta nella dichiarazione che i Vescovi della Provincia Ecclesiastica di Antofagasta hanno pubblicato il pomeriggio di sabato 5 giugno 2021, esprimendo “rifiuto e preoccupazione per i diversi episodi di detenzione, deportazione e vessazione che la popolazione migrante del Norte Grande ha subito da parte dall'Amministrazione Statale”.
Il testo, pervenuto all’Agenzia Fides, è firmato dai Vescovi Ignacio Ducasse Medina, Arcivescovo di Antofagasta; Moisés Atisha Contreras, Vescovo di San Marcos de Arica; Guillermo Vera Soto, Vescovo di Iquique e Óscar Blanco Martínez, Vescovo di San Juan Bautista de Calama. I Presuli ricordano che dal mese di febbraio hanno assistito “con grande rammarico, a situazioni di detenzione e deportazione subite dai migranti, principalmente di nazionalità venezuelana”. Con particolare allarme hanno poi sentito l'annuncio del Governo che 15 voli di espulsione saranno effettuati nel corso del 2021, il primo dei quali si è realizzato il 25 aprile dalla città di Iquique. “Purtroppo tale operazione è stata replicata questo venerdì e sabato, fissando la deportazione per domenica 6 giugno, trasferendo i detenuti da Santiago e da altre località a Iquique, per essere infine portati in Venezuela”.
I Vescovi denunciano: "abbiamo appreso che gli attuali processi di detenzione e deportazione hanno registrato importanti vizi di legalità", ricordando che la Cassazione “ha più volte dichiarato l'illegittimità degli atti amministrativi che espellono i migranti e il modo in cui questa è stata effettuata”.
Nella loro dichiarazione i Vescovi inoltre sottolineano che le deportazioni vengono effettuate entro il termine fissato dalla nuova legge sulle migrazioni e gli stranieri, perchè i
migranti che sono entrati clandestinamente nel paese possano lasciarlo volontariamente. "Espellere le persone in questo scenario significa trasformare il contenuto dell'articolo 8 transitorio in lettera morta. Tanto più che i confini terrestri del paese sono chiusi e le condizioni per lasciare il Cile per altre destinazioni rimangono estremamente difficili e costose a causa della pandemia”.
Infine esprimono la loro particolare preoccupazione per il fatto che la maggior parte delle persone colpite da queste politiche migratorie sono cittadini venezuelani, "che per la maggior parte hanno lasciato il loro paese d'origine in condizioni praticamente forzate, diventando persone che richiedono una protezione speciale da parte delle organizzazioni internazionali e certamente del nostro Paese", quindi sollecitano la ricerca di strade percorribili e umanitarie che consentano che il Cile e il resto dei paesi della regione “assumano la realtà che vive il nostro subcontinente”. (SL) (Agenzia Fides 07/06/2021)

venerdì 16 aprile 2021

“Il rischio è ripiombare nella guerra civile e nell’instabilità”

 

ASIA/AFGHANISTAN - Il barnabita p. Scalese sul ritiro delle truppe USA: “Il rischio è ripiombare nella guerra civile e nell’instabilità”
 
Kabul (Agenzia Fides) - “Il rischio più grave derivante dal ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan è che il paese possa ripiombare nella guerra civile. Finora le trattative fra il governo e i talebani, previste dagli accordi di Doha, non sono mai partite seriamente o comunque non hanno portato ad alcun risultato. Il progetto era quello di formare un governo di transizione, di unità nazionale, per poi giungere a libere elezioni, che avrebbero deciso chi dovesse governare. Ma se le parti non si parlano, come si può formare insieme un governo? Molto piú facile far parlare le armi”. E’ quanto dichiara all’Agenzia Fides p. Giovanni Scalese, sacerdote Barnabita, Superiore della Missio sui iuris in Afghanistan, in merito all’annuncio del ritiro delle truppe americane fatto due giorni fa dal Presidente degli Stati Uniti Joe Biden e previsto entro l’11 settembre 2021.
“In ogni caso – prosegue Scalese nella nota inviata all’Agenzia Fides – anche se i talebani dovessero avere il sopravvento, perché meglio organizzati e finanziati, non credo che possano illudersi di restaurare l’Emirato islamico, come se questi vent’anni non fossero esistiti. Potranno pure imporre una nuova costituzione (del resto, l’attuale costituzione prevede già una “repubblica islamica”), ma non potranno pretendere di cancellare le libertà o ignorare i diritti a cui gli afghani, in questi anni, si sono abituati. Non dimentichiamo che i giovani non hanno conosciuto l’Emirato e sono cresciuti in questa nuova realtà. Le donne, contrariamente a quel che si pensa, sono una presenza numerosa, qualificata e attiva nella società afghana; sarebbe impensabile volerle rinchiudere di nuovo in casa o dentro un burqa”.
Il Barnabita, che risiede a Kabul, nella cappella cattolica istituita nel compound dell'Ambasciata d'Italia, rileva che la scelta potrebbe minare la sicurezza e l’economia del paese: “Sarà in grado il governo afghano di garantire la sicurezza? È lecito nutrire qualche dubbio in proposito. Così come è più che legittimo avanzare qualche perplessità sulla reale capacità del governo di far funzionare la macchina dello Stato senza poter contare sul sostegno finanziario dei paesi occidentali. È vero che tutti giurano ora che non abbandoneranno l’Afghanistan e continueranno a sostenerlo; ma un conto sono gli interventi della Cooperazione, un altro il regolare sovvenzionamento delle istituzioni. Non mi pare che in questi anni sia stato fatto molto per il rilancio dell’economia afghana, anche perché la situazione non lo permetteva; per cui non so come un paese senza un’economia che funzioni possa andare avanti”.
Secondo p. Scalese, comunque, è difficile esprimere un giudizio sulla scelta del governo statunitense: “Meglio prendere semplicemente atto della decisione, che del resto era stata già presa dalla precedente amministrazione americana. Chi pensava che fosse sufficiente un cambio della guardia alla Casa Bianca per provocare un ripensamento evidentemente non si rendeva conto che ormai l’impegno militare americano (e degli altri paesi della NATO) era diventato insostenibile e, di fatto, senza prospettive. Non resta che attendere, per vedere come si evolverà la situazione. Come cristiani, non possiamo che sperare in un'evoluzione positiva, che ridia, dopo tanti anni di violenza, un po’ di serenità a questo paese”, conclude.
Era l’aprile del 1978 quando un colpo di stato rovesciò il governo di Mohammed Daud Khan, dando inizio ad una condizione di guerra che in Afghanistan dura ormai da oltre quarant’anni. A quel golpe, infatti, fecero seguito l’occupazione sovietica dal 1979 al 1989 e, dall’inizio degli anni Novanta, una sanguinosa guerra civile che poi avrebbe favorito l’ascesa dei talebani. L’Emirato Islamico dell’Afghanistan da loro instaurato rimase in piedi fino al 2001, quando Bush attaccò il paese in risposta agli attentati dell’11 settembre.
(LF-PA) (Agenzia Fides 16/4/2021)

giovedì 15 aprile 2021

Agenzia Fides 15 aprile 2021

 

ASIA/MYANMAR - "La nazione è affidata alla misericordia di Dio"
 
Yangon (Agenzia Fides) - "Siamo nelle mani di Dio. La nazione è affidata alla sua Divina misericordia. In una fase di tensione, sofferenza incertezza sul futuro, la nostra roccia è Cristo. Questo è il sentiero che percorriamo, vedendo i manifestanti che continuano ogni giorno a radunarsi nelle città, grandi e piccole, per rifiutare il governo militare e chiedere la democrazia. Si organizzano numerose veglie di preghiera in luoghi pubblici e privati": così un gruppo di religiose in Myanmar, chiedendo l'anonimato per motivi di sicurezza, descrive all'Agenzia Fides la situazione sociale e il travaglio spirituale che i fedeli cattolici vivono in questa fase drammatica della vita nazionale.
Come riferiscono le religiose, il sentiero che oggi la Chiesa birmana percorre è quello tracciato dal Cardinale Charles Maung Bo durante la messa celebrata l'11 aprile 2021, nella Domenica della Divina Misericordia, quando ha auspicato "una fede che sia accompagnata dalle opere".
"La Risurrezione - ha ricordato il Cardinale dando ai fedeli indicazioni su come vivere il Tempo pasquale - è la celebrazione della speranza. È la convinzione e la certezza che Dio può creare prodigi anche da un tomba. La vita germoglierà dalla morte, quando verrà il tempo del Signore". "L'ultimo anno è stato un anno di oscurità e morte, segnato da tanta sofferenza umana. Lasciamo che il cuore di Cristo Gesù guarisca tutti: l'oppressore e l'oppresso", ha detto il Cardinale.
Un riferimento esplicito è alla

città di Myitkyina, nel Nord del Myanmar, nello stato Kachin, protagonista di " di fede e sacrificio". Nella città si è registrata la grande tragedia di persone innocenti uccise per le strade, perfino davanti alla chiesa. "La Chiesa - ha ricordato il Card. Bo - è stata coinvolta nella lotta del nostro popolo, chiamata ad accompagnare il nostro popolo nel sangue e nelle lacrime. Ha davvero percorso una vera Via Crucis. Per molti di voi, la tredicesima stazione della Via Crucis, quella in cui nostra Madre Maria piange sul cadavere di suo figlio, è diventata reale. Viviamo in un paese dove centinaia di mamme vivono con lacrime inconsolabili e il loro cuore ferito, alla vista dei loro figli torturati e uccisi. A tutte quelle madri e a tutti voi direttamente coinvolti, preghiamo con la grazia che sgorga dal cuore di Gesù".
Religiosi, sacerdoti, suore, laici cristiani hanno offerto e offrono una profonda testimonianza di fede, mostrando il volto misericordioso della Chiesa cattolica durante la crisi".
Ha rilevato il Cardinale: "Con assemblee e veglie di preghiera avete accompagnato il vostro popolo nei momenti di prova. Il nome Myitkyina viene inserito sulla mappa internazionale grazie alla testimonianza ispiratrice di suor Ann Rose Nu Tawng delle suore di San Francesco Saverio. Il mondo ha assistito alla preziosa testimonianza, pronta al sacrifico, di fronte allo tsunami del male. Raccomando la testimonianza dell'amore salvifico di suor Ann Rose , che ha ispirato molti ad apprezzare la Chiesa cattolica e la vita religiosa. Fuori dall'oscurità, i semplici atti di generosità risplendono con grande potenza".
"Questo messaggio di amore redentore - ha spiegato - è in sintesi il messaggio della misericordia divina. Il perdono di fronte alle tenebre, l'amore di fronte all'odio è il messaggio che il Signore ha dato a Suor Faustina Kowalska nelle sue tante apparizioni. Dio di misericordia, non cerchiamo più Gesù tra i morti, perché è vivo ed è diventato il Signore della vita. Il mistero della risurrezione è svelato attraverso per la misericordia di Dio".
Ha concluso l'Arcivescovo di Yangon: "Tra tutte le grandi sfide che affrontiamo oggi, cerchiamo la misericordia di Dio. I tempi sono bui, il percorso sembra impegnativo. Abbiamo bisogno della luce della misericordia di Dio in Myanmar. Preghiamo con S. Faustina: 'Eterno Dio, in cui la misericordia è infinita e il tesoro della compassione inesauribile, guardaci benevolmente e accresci la tua misericordia in noi, affinché nei momenti difficili non ci disperiamo né ci abbattiamo, ma con grande fiducia ci sottomettiamo alla tua santa volontà, che è l'Amore e la Misericordia stessa'. Lasciamo che ogni casa e tutta la nazione sia protetta e affidata alla Divina Misericordia".
(PA-JZ) (Agenzia Fides 15/4/2021)

martedì 23 marzo 2021

Navi militari all’Egitto, ma quale affare?

 

Navi militari all’Egitto, ma quale affare? Maxisconto di Fincantieri ad al-Sisi che le ha pagate almeno 210 milioni meno dello Stato italiano



Espone un cartello per Giulio Regeni, la Polizia locale lo fa togliere

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Espone un cartello per Giulio Regeni, la Polizia locale lo fa togliere


E' successo nel Comune di Sant'Agnello, vicino a Sorrento. Il sindaco chiede spiegazioni alla Municipale

Sta facendo il giro del web quanto accaduto nei giorni scorsi nel comune di Sant’Agnello, nella penisola sorrentina. La Polizia locale, infatti, ha intimato a una cittadina di togliere dal suo balcone un cartello dedicato a Giulio Regeni.
A raccontare la vicenda è la diretta interessata, Paola Gargiulo, che sui social scrive: "In piena pandemia, la Municipale mi ha ingiunto di rimuovere un cartello (100x70 centimetri) dedicato a Giulio Regeni, quello, per intenderci, che gli ha dedicato Amnesty International e che si trova affisso su moltissimi edifici municipali di altre città più civili, che avevo fissato sul balcone di casa mia nel 2016, al momento della sua terribile scomparsa, in quanto, mi è stato detto, ai sensi del Codice della strada poteva determinare incidenti per gli automobilisti che avrebbero potuto essere distratti dalla sua lettura".
"Poiché sono stata avvertita che il mantenimento in loco di questo 'pericoloso elemento di disturbo' poteva comportarmi l’erogazione di una multa, ho immediatamente provveduto alla sua rimozione, ma lascio a tutti i lettori di questa nota giudicare quanto è accaduto e, se lo ritengono, di far girare la notizia".
Sul caso interviene anche il sindaco del Comune, Piergiorgio Sagristani: "Esprimo il più vivo rammarico per la rimozione dal balcone di una privata abitazione, in località Maiano nel territorio di Sant'Agnello, del cartello che chiede 'Verità per Giulio Regeni'. Ho appreso da Facebook che la rimozione è stata determinata dall’intervento della Polizia municipale che ha contestato la violazione del codice della strada. Non ero a conoscenza di questo intervento e ho immediatamente chiesto urgenti spiegazioni al comandante della Municipale. Sono sicuro che la libertà di opinione è un principio da affermare e nello specifico plaudo a chi partecipa alla catena della Verità per Giulio Regeni e in sostegno dei familiari e di Amnesty International. Sono convinto che la Polizia locale valuterà con attenzione tutti i profili della vicenda per giungere a una più equilibrata valutazione del caso in questione con la possibilità di reinstallare il cartello".