Una verità irrisolta

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venerdì 29 gennaio 2010

ASIA/MALAYSIA - “Si vuole soffiare sul fuoco del conflitto religioso”, dice la Chiesa malaysiana, mentre si attende l’incontro fra il Primo Ministro e l’Arcivescovo

Kuala Lumpur (Agenzia Fides) – In Malaysia alcuni individui o gruppi di provocatori cercano di soffiare sul fuoco del conflitto religioso. Il copione è noto: si colpiscono e si profanano i luoghi di culto e i simboli che sono più cari ai sentimenti dei credenti per scatenare una reazione e accendere la miccia dello scontro. La stessa dinamica si è verificata in passato in Indonesia (si ricordi il conflitto delle Molucche), in Nigeria, in India e in atri contesti, dove episodi di atti vandalici hanno innescato reazioni violente, degenerate in conflitto aperto fra comunità, con morti e feriti. “Si teme, ora, che individui o gruppi di estremisti cerchino di fomentare l’odio interreligioso anche in Malaysia, sfruttando il caso del controverso utilizzo del nome Allah per i non musulmani”, dice all’Agenzia Fides Fra Augustine Julian, Segretario della Conferenza Episcopale della Malaysia, Singapore e Brunei.
Dopo gli atti vandalici contro 11 chiese, un tempio sikh, una moschea e due aule di preghiera musulmane – episodi avvenuti fra l’8 e il 21 gennaio, come documentato dall’Agenzia Fides, – la scia delle violenze si allunga: ieri ignoti hanno profanato due moschee in un sobborgo di Kuala Lumpur, la Masjid Jumhuriyah e la Al-Imam Tirmizi, spargendo diverse teste di maiale (animale considerato impuro dalla religione musulmana) all’interno dei templi, e generando disappunto nella comunità islamica malay.
La polizia ha accertato i fatti e avviato indagini. Il Ministro degli Interni malaysiano, Seri Hishammuddin Hussein, è intervenuto pubblicamente chiedendo alla popolazione, specialmente ai fedeli islamici, di avere pazienza e di attendere la ricerca dei colpevoli. “Siamo molto determinati. Sospetto che vi sia lo scopo di portare il paese nel caos. Vogliono scontri fra comunità di diversa etnia e religione”, ha detto il Ministro.
“Siamo comunque confortati dal fatto che l’opinione pubblica condanna fortemente questi atti e non sembra seguire i provocatori. La situazione è sotto controllo”, nota a Fides fra Julian.
Esprimendo solidarietà alla comunità islamica, il “Malaysian Consultative Council of Buddhism, Christianity, Hinduism, Sikhism and Taoism”, organismo che promuove il dialogo interreligioso, ha ricordato che “ogni violenza contro un luogo di culto è un peccato gravissimo”. “Il fine di tali atti è provocare uno scontro fra le comunità religiose nel paese. Ma tutti i cittadini che amano la legalità e la pace non devono consentire che questo avvenga. Restiamo uniti”, recita un comunicato inviato all’Agenzia Fides.
Intanto, per la vicenda sull’utilizzo del nome Allah, il governo ha fatto trapelare la sua disponibilità a trovare una soluzione negoziale con la Chiesa cattolica, senza continuare nella battaglia giudiziaria. Si attende ora l’incontro fra il Primo Ministro Najib Razak e l’Arcivescovo di Kuala Lumpur, S. Ecc. Mons. Murphy Pakiam, che potrebbe essere decisivo per la situazione. (PA) (Agenzia Fides 28/1/2009 righe 29 parole 296)

mercoledì 11 marzo 2009

Benedetto il suo Santo Nome

Malaysia: campagna sull’uso della parola “Allah” da parte dei non musulmani

◊ Un gruppo di cristiani della provincia del Sabah, in Malaysia, ha lanciato una raccolta di firme per chiedere che venga tolto il divieto dell’uso della parola “Allah” da parte dei non musulmani. La campagna, iniziata nei giorni scorsi, andrà avanti fino al 29 marzo e ha già raccolto migliaia di firme, anche di musulmani e indù. In aprile le firme, raccolte on-line e su carta, saranno presentate al primo ministro Abdullah Ahmad Badawi. L’iniziativa - riferiscono le agenzie Ucan e AsiaNews - segue la recente marcia indietro del governo malese, che dopo avere rinnovato il permesso di pubblicazione al settimanale cattolico locale “The Herald”, senza restrizioni, ha poi riaffermato il divieto di indicare Dio con il termine Allah in pubblicazioni espressamente destinate a fedeli cristiani, minacciando sanzioni. L’interdizione riguarda anche testi e riti liturgici ed è da tempo contestata dalle Chiese cristiane, secondo le quali essa è in contrasto con il contesto culturale e normativo del Paese, dove la Costituzione garantisce libertà di parola e di espressione. In lingua malese, inoltre, non c’è un altro termine, oltre a quello di “Allah”, per indicare Dio. Sulla base di queste argomentazioni l’arcidiocesi di Kuala Lumpur ha deciso di citare in giudizio il governo. Lo scorso 27 febbraio vi è stata la prima udienza al processo, aggiornato al 28 maggio. Anche la Chiesa evangelica del Borneo è ricorsa in giudizio. Essa ha infatti ricevuto l’ingiunzione di non importare libri cristiani che contengono la parola “Allah”. I cristiani in Malaysia costituiscono intorno al 10% della popolazione, in maggioranza musulmana. La maggior parte è concentrata nelle province del Sabah e del Sarawak, nell’isola del Borneo. (L.Z.)

domenica 4 gennaio 2009

Persecuzioni e diritto all'informazione

(fonte radiovaticana)
Malaysia: pressioni contro il maggior settimanale cattolico
Limitare le edizioni multilingue all’inglese, al Mandarino e al Tamil, no all'edizione in malese: The Herald, il maggior settimanale cattolico della Malaysia, Paese in prevalenza musulmano, ha ricevuto questo ordine, nei giorni scorsi, dal Ministero dell’interno. Se rifiuterà di obbedire, potrebbe essere portato davanti al tribunale. Charles Collins ha raccolto la dichiarazione di padre Lawrence Andrews, direttore dell’Herald:00:01:54:05


R. – The reason for not permitting us to have the Malay section is because of the …
La ragione per cui non ci si vuole consentire di avere una sezione malese è che noi abbiamo intentato una causa contro di loro perché ci hanno proibito di utilizzare il termine malese che indica Dio e che è “Allah”. Ci hanno detto che la parola “Allah” è solo per i musulmani e non per altri. Ma nella lingua malese non esiste altra parola per indicare Dio e noi abbiamo affermato che, proibendoci l’uso di questo termine, il Governo ha violato la nostra libertà d’espressione e di parola, che è garantita dalla Costituzione. Quello che ci hanno fatto è irrazionale, irragionevole e illegale.

D. – Cosa rispondete a chi afferma che i cristiani in Malaysia non parlano il malese?

R. – It is not true that the population doesn’t speak malay. Since the independence …
Non è vero che la popolazione non parla il malese. Fin dalla sua indipendenza, il Paese ha sostenuto la lingua nazionale, tant’è vero che nelle scuole, dalle elementari alle superiori, la lingua d’insegnamento è il malese. Tutti abbiamo frequentato le scuole pubbliche statali, e l’insegnamento si svolge in lingua malese. Ora, gran parte delle persone che vivono nel Borneo sono nativi e rappresentano più del 50 per cento della popolazione cattolica, e la loro lingua nativa è proprio il malese.

D. – Lei ha l’impressione che questo sia segno di una maggiore presenza dell’Islam nella politica, in Malaysia?

R. – It looks as though this is becoming so. But very subtly. …
Sembrerebbe di sì, anche se il tutto avviene in maniera molto sottile. In realtà, quando il giornalista del nostro quotidiano locale ha intervistato l’uomo che ha firmato la lettera che ci proibiva di usare la lingua malese, questo ha avvertito che avrebbero osservato in maniera molto attenta il nostro quotidiano, che l’avrebbero monitorato, e che se avessimo violato l’ordinanza emessa, avrebbero adottato misure più severe. Questo è un linguaggio molto duro. Direi che stanno diventando un po’ aggressivi nei nostri riguardi.